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LA BATTIGIA
di Trilussa



28/6/2009- IDENTITA’
Stiamo vivendo indubbiamente una crisi, una crisi di identità. Prima di questa civiltà industriale, consumistica, dove l’uomo ha perso i suoi connotati, la sua identità di uomo ed è diventato semplicemente consumatore, esisteva l’individuo


IDENTITA’



Stiamo vivendo indubbiamente una crisi, una crisi di identità.

Prima di questa civiltà industriale, consumistica, dove l’uomo ha perso i suoi connotati, la sua identità di uomo ed è diventato semplicemente consumatore, esisteva l’individuo.


Ognuno sapeva cosa era, aveva il suo posto, in cima o in fondo alla scala sociale ma ne era consapevole e viveva con la tranquillità di essere solo una pedina, ma di essere. Faceva parte della storia minuta del suo paese, del suo popolo, con esso partecipava al cammino storico della comunità di appartenenza senza ansia né paura. Non è un caso che i farmaci ansiolitici hanno avuto uno sviluppo praticamente sovrapponibile alla nascita di questo nuovo tipo di civiltà moderna. La civiltà contadina non ne aveva conoscenza e nemmeno il bisogno perché fra tutte le cose che potevano essere carenti non vi era certamente la serenità. Nei ritmi di vita scanditi dal sole, dal lavoro e dal sonno non vi era posto per l’ansia che corrode le menti, per la depressione che distrugge e uccide la speranza e il futuro.


Con la trasformazione dell’individuo in consumatore la situazione è completamente mutata e l’uomo non solo non ha più certezze, ma ha perso anche la sua identità. Questa perdita è funzionale proprio al tipo di civiltà in cui siamo calati dove questo desiderio (naturale) di identità conduce alla ricerca della sua acquisizione tramite mezzi esterni all’individuo stesso. Non più basandosi sui valori propri come la moralità, l’intelligenza, la cultura, l’impegno e il sacrificio personale ma solo su quello che l’individuo rappresenta o vuol rappresentare, quindi su quello che indossa, sulla professione, sul suo aspetto fisico, sui suoi ornamenti.


In questo modo si stimola il consumo, anzi si costruisce proprio la necessità del consumo, si creano artificialmente i bisogni con lo scopo finale solo di far acquistare beni, pura benzina del motore che spinge oramai tutte le economie e che solo per casi particolari (vedi i famosi subprime americani che non abbiamo capito cosa siano ma di cui conosciamo molto bene i malefici effetti) si inceppa e determina una battuta di arresto. A questo non siamo preparati, non siamo organizzati, non abbiamo alle spalle esperienze di mancanza di beni o denaro, la normale capacità di far fronte senza troppi drammi alle difficoltà della vita. Non ce lo hanno insegnato i genitori troppo preoccupati solo di proteggerci dal male ma che in effetti ci hanno forse troppo protetti dalla vita e la situazione si fa subito drammatica toccando prima i beni effimeri e superflui, con sviluppo di ansia e frustrazione, ma ben presto arrivando ai beni essenziali di sostentamento delle famiglie.


C’è da dire che all’aumentare della ricchezza nazionale (il famosi PIL, Prodotto Interno Lordo) non ha corrisposto, in tutti i paesi occidentali, un aumento del benessere per tutti gli strati della popolazione. All’aumento della ricchezza di pochi si è associata, in maniere perversa e progressiva, l’aumento della povertà dei molti con un aumento della forbice ricchi-poveri che appare in contrasto con l’aumento invece della ricchezza totale dei paesi.


Fra queste due classi sociali si è accentuato quel divario che esisteva già nella civiltà feudale fra il feudatario proprietario di terre e castelli e il contadino bracciante che quella terra lavorava e faceva talvolta la fame. Non solo ma se in quella civiltà consolidata il ricco e il povero erano tali per nascita, era naturale l’accettazione della situazione mentre oggi il ricco è spesso uguale al povero, o almeno deriva dalla stessa classe sociale e la differenza non è accetta passivamente ma fonte di invidia, risentimento, gelosia, frustrazione e malessere. Ci si sente sfortunati, derubati forse, e a questo si tenta di rispondere cercando di essere qualcuno, di uscire anche noi dall’anonimato.





La via più difficile è l’impegno e il sacrificio, la più breve sicuramente quella formale che ci offre la società consumistica. Ci mette subito a disposizione tutto quello di cui abbiamo bisogno e noi, docili e inconsapevoli consumatori, ci affrettiamo a costruirci un rivestimento esterno fatto di accessori inutili, di orpelli a volte ridicoli, di costosi travestimenti che cercano di nascondere il nostro intimo malessere.

E se l’auto grossa e costosa, il telefonino super tecnologico, l’accessorio caro e firmato non ci basta ancora alloro ci spinge, per lo stesso motivo, a comportamenti stravaganti, alla infrazione delle regole, ai soprusi, ai vandalismi, alla sopraffazione personale.

Perché l’importante è essere qualcuno, essere diverso, conquistare la propria identità.

Se poi si è estremamente fortunati si può esser chiamati in una di quelle trasmissioni televisive dove si può dar libero sfogo alla nostra maleducazione o alle nostre parolacce che ci possono aprire anche qualche porta di lavoro come presentatore o intervistatore (ne abbiamo uno vicino, noto per le sue flatulenze).

Siamo un popolo senza più valori.

E’ colpa del ’68 come ha detto qualcuno?

E’ colpa del vietato vietare di antica memoria?

Chi lo può sapere. Solo che questa mancanza di identità è più grave di quanto sembra perché porta a quei comportamenti al limite o oltre il lecito non per volontà, cattiveria, riflessione, ma spesso solo per noia, per indifferenza, per apatia, per disinteresse. Solo qualche volta per disperazione, ed è meglio, almeno è un sentimento che possiamo considerare degno di un essere umano.

Trilussa

 
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LA BATTIGIA
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di TRILUSSA

Siamo nati e siamo vissuti nella consapevolezza di condividere con tutti gli altri cittadini del nostro paese alcuni valori universalmente accettati, valori e concetti che pensavamo diventati ormai parte del nostro DNA culturale quello di cittadini italiani
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