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Massimiliano Angori
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che in sere con orli d'autunno
il ricordo sovvenga di quando
sul finire di scale e cortili
cosparsi nel vento
folle divenni,
senz'altro .....
Con grande dispiacere e soltanto casualmente in questi giorni sono venuta a conoscenza della morte del Dottor Assanta. Ritengo sia stato un esempio di .....
CNMS VECCHIANO
C’è vita a sinistra, ma per quale progetto?
di Francesco Gesualdi

3/9/2015 - 16:56

Ci sono due modi di fare politica a sinistra: facendo cambiare le cose con l’obiettivo di fare avanzare un progetto alternativo o cercando di correggere solo gli aspetti più odiosi, accettando il sistema com’è. Nel ‘900 il partito comunista faceva la politica del primo tipo, giusto o sbagliato che fosse il progetto. Poi è caduto il muro di Berlino e, facendosi più realista del re, ha deciso di imboccare la strada del pragmatismo fino a diventare il più strenuo sostenitore del liberismo. La fine fatta dal PD è sotto gli occhi di tutti.
 
A sinistra molti criticano il PD solo per avere perso totalmente l’anima sociale, ma ne condividono l’impostazione di fondo: il sistema è questo, non solo non si può cambiare, ma va bene così: bisogna solo porgli qualche regola affinché non si incagli nelle sue contraddizioni e bisogna rafforzare i paracaduti sociali per soccorrere le vittime che inevitabilmente produce. Non a caso la nuova parola d’ordine è diventata “sinistra di governo”, che meglio di ogni altra espressione ne racchiude il concetto.
 
In controtendenza, io penso che oggi più che mai la sinistra ha bisogno di un progetto alternativo perché questo sistema ci è nemico nell’impostazione di fondo. Cercare di correggere gli aspetti più odiosi è una regola di sopravvivenza, ma farlo senza intervenire sul senso di  marcia è come preoccuparsi della tappezzeria in un treno che va verso il baratro.
 
Tradizionalmente il tema forte della sinistra è la distribuzione, le correnti più moderate accontentandosi di spostare quote crescenti di reddito a vantaggio dei salari e della collettività; le correnti più radicali pretendendo di destinare tutto a salari e collettività non riconoscendo diritto di cittadinanza al profitto. Da cui i sistemi socialisti, ormai tramontati per varie cause che nessuno ha ancora studiato in tutti gli aspetti. Ma questa impostazione, per così dire distributivista, ha portato la sinistra a condividere la stessa matrice capitalista di adulazione della ricchezza. Per entrambi, la ricchezza è un valore. Il capitalismo vuole produrne sempre di più per garantire alle imprese merci crescenti finalizzate al profitto; la sinistra vuole produrne sempre di più per creare nuove opportunità di lavoro e migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie. Del resto c’è un detto classico nella sinistra: “Non si può distribuire la miseria: prima si produce la ricchezza, poi la si distribuisce”. Ed è così che anche a sinistra c’è una forte febbre produttivista: laddove più si riesce ad estrarre, più si riesce ad asfaltare e cementificare, più si riesce a manipolare la natura, più si riesce ad accrescere la tecnologia, in una parola più si riesce ad innalzare il Pil, meglio si sta. Una concezione un po’ antiquata che configura il benessere solo con la quantità di cose che siamo capaci di buttare nel carrello della spesa, dimenticando che prima di tutto abbiamo bisogno di una buona aria e che oltre alle esigenze del corpo abbiamo anche quelle psichiche, affettive, spirituali, sociali.
 
La questione della qualità della vita e la questione ambientale, hanno l’aria di essere temi ancora estranei alla sinistra, tant’è che né l’uno né l’altro fanno parte del decalogo di Norma Rangeri. Ma se nell’ottocento potevano essere ignorati perché altre erano le priorità ed altro era il contesto ambientale, oggi la distruzione della casa comune rappresenta il tema che condiziona ogni altro aspetto sanitario, sociale, economico. Il concetto che più di ogni altro siamo costretti a rimettere in discussione è quello di crescita e benché sappiamo che varie attività consentono spazi di crescita senza maggior consumo di risorse e senza maggior produzione di rifiuti, il problema è il paradigma. Sappiamo che trattando in maniera più intelligente i rifiuti, ricorrendo di più all’agricoltura biologica, potenziando i servizi alla persona, si può creare Pil e occupazione sostenibile, ma per fare pace con la natura dovremmo annientare, o giù di lì, l’industria dell’automobile, dovremmo cambiare totalmente il sistema distributivo per ridurre al minimo gli imballaggi, dovremmo smetterla di creare nuovi bisogni. In definitiva dovremmo chiudere per sempre con un sistema che ha fatto dell’aumento delle vendite il suo cuore pulsante. E se razionalmente sentiamo che questa è la strada da battere, dall’altra siamo bloccati per la disoccupazione che ne può derivare. Preoccupazione più che legittima in un sistema che ci offre l'acquisto come unica via per soddisfare i nostri bisogni e ci offre il lavoro salariato come unica via per accedere al denaro utile agli acquisti. Per questo il lavoro è diventato una questione di vita o di morte e in suo nome siamo tutti diventati partigiani della crescita. L'unico modo per uscirne è smettere di concentrarci sul lavoro e concentrarci sulle sicurezze. La domanda giusta da porci non è come creare lavoro, ma come garantire a tutti la possibilità di vivere dignitosamente utilizzando meno risorse possibile, producendo meno rifiuti possibile e lavorando il meno possibile. Cambiando prospettiva ci renderemo conto che il mercato non è l’unico modo per soddisfare i nostri bisogni, né il lavoro salariato l’unico modo per produrre ciò che ci serve. I due grandi canali, se non alternativi, sicuramente complementari, sono il fai da te e l’economia comunitaria che hanno il vantaggio della gratuità e della piena inclusione lavorativa senza bisogno della crescita dei consumi.
 
La costruzione di una società che finalmente sappia mettere la persona al centro della sua attenzione e sappia porsi come obiettivo, non già l’offerta di lavoro, ma la garanzia a tutti, donne e uomini, giovani e vecchi, abili e inabili, di una vita sicura dalla culla alla tomba, nella piena soddisfazione di tutte le dimensioni umane e nel rispetto dei limiti del pianeta, dovrebbe essere il vero progetto politico della sinistra perché tiene insieme tutti i valori che la contraddistinguono: equità, rispetto, sostenibilità, solidarietà, autonomia. Un progetto che, certo, ci costringe a ripensare tutto, dal senso e la funzione del lavoro ai tempi di vita, dal modo di produrre ciò che ci serve all’uso e il governo del denaro, dal ruolo del mercato al ruolo dell’economia collettiva, dal modo di concepire la tecnologia al modo di partecipare all’economia collettiva. Ma è ciò di cui abbiamo bisogno in un momento che il sistema di mercato sta mettendo in evidenza tutto il suo fallimento umano, sociale, ambientale, financo economico.
 
Con un progetto di società, non solo potremmo riaccendere la passione per la politica nei milioni di cittadini che oggi vivono ai margini perché stanchi e delusi, ma potremmo tornare al ruolo di forza con un’agenda da perseguire, non più costretta a giocare perennemente in difesa. Finalmente smetteremmo di correre dietro alle falle che crea il sistema e metteremmo a punto il nostro piano strategico di trasformazione della società, con proposte per tutti i livelli: da quello personale a quello comunale, da quello regionale a quello nazionale, da quello europeo a quello mondiale. Perché un’altra certezza è che la costruzione di un’altra società esige non solo una nuova visione dell’economia e della società, ma anche una nuova concezione del modo di fare politica.
 
Articolo originariamente scritto come contributo al dibattito promosso dal quotidiano il manifesto

Fonte: Centro Nuovo Modello di Sviluppo
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3/9/2015 - 20:51

AUTORE:
Bruno della Baldinacca

Lo stipendio medio dei lavoratori dipendenti è un indice molto significativo del benessere finanziario degli abitanti di uno stato. Di certo non è l'unico e bisogna tener conto dei differenti costi della vita, ma è sicuramente interessante da analizzare e può offrire molteplici spunti di riflessione.

La seguente classifica riporta gli stipendi medi dei lavoratori dei paesi membri dell'OCSE, ovvero l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Nella tabella vengono riportati gli stipendi netti, lordi e la conseguente pressione fiscale. La valuta di riferimento è il dollaro americano (USD).

Stipendio netto
Prelievo fiscale
Stipendio lordo

1 Stati Uniti d'America 42.050 22,80% 54.450
2 Irlanda 41.170 18,90% 50.764
3 Lussemburgo 37.997 28,10% 52.847
4 Svizzera 35.471 29,40% 50.242
5 Australia 34.952 22,30% 44.983
6 Regno Unito 33.513 25,10% 44.743
7 Canada 32.662 22,70% 42.253
8 Norvegia 31.101 29,30% 43.990
9 COREA del SUD 31.051 12,30% 35.406
10 Olanda 29.269 37,80% 47.056
11 Austria 29.008 33,40% 43.555
12 Svezia 28.301 25,00% 37.734
13 Danimarca 27.974 38,60% 45.560
14 Giappone 27.763 21,00% 35.143
15 Francia 27.452 28,00% 38.128
16 Spagna 26.856 21,90% 34.387
17 Finlandia 25.747 29,80% 36.676
18 Belgio 25.642 42,20% 44.364
19 Germania 24.174 39,90% 40.223
20 Italia 23.194 30,80% 33.517
21 Grecia 21.352 18,80% 26.295
22 Portogallo 17.170 24,50% 22.742
23 Repubblica Ceca 15.115 23,00% 19.630
24 Slovacchia 14.701 22,90% 19.068
25 Polonia 14.389 28,30% 20.069
26 Ungheria 12.843 35,00% 19.437
I salari considerati sono quelli di tutti i lavoratori dipendenti, sia impiegati full-time sia impiegati part-time: per questo motivo paesi come la Germania in cui il numero di lavoratori part-time è molto evevato risultano penalizzati nella classifica.

Gli Stati Uniti sono il paese OCSE con gli stipendi medi più alti, sia al lordo e sia al netto delle tasse.
La trattenute fiscali variano molto (in base ai servizi sociali offerti dallo Stato ai cittadini): si passa dal 42,2% del Belgio al 12,3% della Corea del Sud.
L'Italia si piazza al 20° posto sia per gli stipendi lordi sia per gli stipendi netti mentre in termini di prelievo fiscale è al 7° posto con il 30,8%.
...................................
Tante volte ho detto agli amici e compagni della sinistra-sinistra di dare risposta al fratello di Paolo Berlusconi che nel/94 in quattro balletti organizzo un partito per vincere da li a poco le elezioni e governare a suo modo il nostro paese subito e per tanti anni seguenti e tutto quel sostegno (milioni di voti) gli arrivò soprattutto dai salariati-pensionati-casalinghe e per forza maggiore, in minor misura da grandi imprenditori.

La domanda (del più ricco d'Italia) ancora senza risposta è questa:
Trovatemi un paese comunista dove la gente è più ricca e felice che da noi!

nb, il reddito della Corea del Nord (quella con falcemmartelo) è di euro n° 1,5 -2,5 mensili per un lavoratore medio.
...però il caro leader (dice) che abbia n° 6 treni a sua completa disposizione e via-via minaccia l'America o i vicini del sud Corea di "quasi guerra".
...facile rispondermi: okkosa c'incastra velolì.
Fan parte dell'unico nostro mondo anche "lorolì".
...il buon Gesualdi non è certo un comunista, ma neppure "uno" che si candida per governare il proprio paese e quando lo ha fatto è perchè era sicuro di perdere, la politica è compromesso 'nsenò non è.