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A Massaciuccoli, sul versante dei monti di Filettole che si affaccia a ponente sullo spettacolo suggestivo dell’omonimo lago e sullo specchio di mare prospicente, abbracciandone il tratto visibile che va da Spezia, fino a Pisa, esiste una testimonianza eccezionale del passato delle nostre zone.  Non si tratta delle eterne seduzioni virtuosistiche del bel canto....

Ricordo
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Ricorrenza
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Omaggio
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Le Parole di Ieri
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In viaggio con il PD, dai energia al treno. Puoi .....
Legge cosa gli interessa. . . . quando e su cosa gli .....
. . . . perche? Quando comprate il Corriere della sera .....
Come vedi i suggerimenti tuoi van veloci, dieci secondi. .....
Uno sguardo dal Serchio
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di Carlo Delli
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Come cambiano autovelox e multe con il decreto Minniti
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Uno sguardo dal Serchio
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Avane, 28 ottobre
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Castello dei Vicari - Lari
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Arena Metato
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Viareggio.
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Pontasserchio, 14 ottobre
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L’INCIDENTE


Seduti su quei sedili lordati di sangue,
col capo chino, vidi
quella scena orrenda
che mi trafisse il cuore.
Giovani vite spezzate
da .....
Il 10 ottobre, sui monti di San Giuliano Terme presso la stazione di lancio di parapendio (Fly Park), si è smarrito Rufo, barboncino nano dal mantello .....
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Testimonianze di un deportato, Italo Giulio Baroni, di Vecchiano

5/8/2017 - 16:03

Matilde, una signora conosciuta causa la comune passione per i libri e la storia locale figlia del vecchianese Narciso Baroni, mi ha inviato questa testimonianza dello zio, Italo Giulio Baroni, deportato in Germania.
Nella foto Italo Giulio è quello con il basco.
 
A Matilde
Deportato da Vecchiano, località dove eravamo sfollati, a piedi fino alla Casa Pia di Lucca; poi in  camions al campo di concentramento di Fossoli—Carpi, e di lì alla Fortezza di Peschiera; infine in convoglio ferroviario, su carri merci, avviati verso il Brennero. A causa di un bombardamento, avviati verso il Tarvisio; ancora un cambiamento di percorso verse la Slovenia e da lì nel campo cli concentramento di Dachau. Il travaglio del viaggio lo lascio immaginare. Dopo la disinfezione, la visita medica e le sbrigative pratiche, fummo scaglionati e spediti verse varie località della Germania. Una quarantina di noi fu spedito a Rottweil a Neckar, a lavorare -coattivamente — nella fabbrica di sete artificiali e di esplosivi dell`l.G.Farben. Qualche nome di compagni di sventura di Pisa, Manetti e Zipoli (dec.ti), Cioni, Zoppi: di Seravezza, Antonio Balderi e Alfredo Mencaraglia; di Vecchiano, i fratelli Meinl; ecc. Con l’avvicinarsi del fronte, ed anche in seguito a bombardamenti, la produzione della fabbrica si era quasi azzerata, ed allora una parte della manodopera, la più ‘“irrequieta", fu caricata su camions e —dopo una breve permanenza ad Obendorf — fu spedita a lavorare in una cava di pietrame oleoso da cui, col vapore, veniva estratto olio minerale per le industrie belliche: in questo lavoro *"forzato"  erano impiegati molti detenuti politici {triangolo rosso) e diversi ebrei (Stella gialla). Non ricordo il nome della località, ma mi pare cominciasse con "Opp ....l. ”’. e dovrebbe trovarsi dalle parti di Ulm. ("ut surgeret oleum de saxo durissimo". Deut. 32,13)
Approfittando dello scompiglio provocato dal flusso del profughi che stavano abbandonando le zone del fronte d’invasione, m’inserii in un gruppo di lavoratori italiani che aveva un lasciapassare collettivo ed’accordo con loro, raggiungemmo in treno Rottweil. Lì ritrovai l’amico Cioni e lo convinsi a venire con noi   e cercare di rientrare in Italia.
Con quel lasciapassare, che d’altra parte nessuno mai richiese, raggiungemmo Schaffusa (lago dl Costanza), ché ci era stato detto era possibile passare attraverso la Svizzera. Svanita questa speranza, si ripiegò verso lnsbruk e da lì verso il Brennero. Passata la frontiera e raggiunto Vipiteno, la comitiva si sciolse, ed ognuno si arrangiò per conto proprio a proseguire come meglio si poteva. lo ed Alfredo Cioni rimanemmo insieme, e —- con gli zoccoloni ai piedi — c’incamminammo verso sud. Intanto i convogli ferroviari. a senso unico, stavano riportando in Germania le truppe tedesche che stavano abbandonando l’ltalia.
Giunti press’a poco all’altezza di Stilves, di fronte a Campo di Treas, fummo fermati, insieme  ad altri italiani, per riparare la linea ferroviaria sconquassata dai bombardamenti. Per alcuni giorni venimmo alloggiati a Stilves. ed impiegati nei lavori “coatti" alla ferrovia. ln uno di quei giorni un altro bombardamento si abbatté proprio dove si stava lavorando. Per fortune c’era, lì vicina una caverna che era stata attrezzata come `rifugio antiaereo", ma, essendo senza porte, lo spostamento dell`aria ci mozzava il fiato e ci scuoteva come bambolotti. Il giorno dopo decidemmo di non tomare a Silves e di unirci ad altri italiani che stavano scendendo verso sud.
A piedi, sempre con gli stessi zoccoloni, arrivammo a Fortezza, e lì, in un convoglio abbandonato, carico di ogni ben di Dio, trovammo di che rifocillarci e di che calzarci in mode decente. Ancora a piedi fino a Bressanone, poi con un convoglio-tradotta a Bolzano ed a Trento. Di qui, con mezzi di fortuna a Bologna. A Bologna era stato allestito un centro di raccolta e di accoglienza per i reduci dalla Germania, e lì riassaggiammo il buon pane bianco. ln quei pochi glomi, fummo anche coinvolti nei festeggiamenti (con pranzo finale) che la città di Bologna tributava ai partigiani della brigala Garibaldi: ci misero un fazzoletto rosso al collo ed andammo a riempire le file della brigata
Il Centro ci procurò un passaggio su un camion che andava a prelevare farina a Firenze, e da lì l’ultimo balzo, sempre con mezzi di fortuna, a Marciana di Cascina, infine col "trammino" a Pisa, dove ci separammo. (Segue sul retro nota di chiarificazione ritenuta importante)
Nel eriodo gennaio-febbraio 1945- per un periodo di circa 30 giorni- sono stato recluso nelle carceri di Rottweil (verificare negli archivi della polizia).
Questo perché, fatto oggetto di persecuzione da parete di un “kapo”, mi ero “divincolato”, reagendo con forza per sottrarmi alle sue prepotenze ed alle sue violenze.
Rimandato poi al lager, fui di nuovo “prelevato” e, insieme ad altri “insofferenti”, dopo una sosta a Oberdorf, inviato a lavori forzati in una cava di pietrame da cui veniva ricavato olio e, così almeno si diceva, anche margarina. Il nome della località mi sfugge, ma dovrebbe essere vicina a Ulm.
In quella cava lavorava gente di ogni specie: detenuti politici, deportati civili di ogni nazionalità, prigionieri russi e, se ben ricordo, qualche ebreo polacco.
Pisa 2001
 
Una testimonianza su DACHAU.
Tra gli ultimi di agosto e i primi di settembre del 1944, giungemmo, rinchiusi nei carri ferroviari, a Dachau. La scritta cubitale all’ingresso del campo suonò subito come ammonimento a non lasciarsi andare ed a stringere i denti: <<Arbait macht frei>>. Fummo sistemati in baracche vicine al servizio sanitario ed ai tristemente famosi bagni. Proprio davanti alle nostre baracche, separato da un viale, c’era un ulteriore recintato, da filo spinato, in cui sorgevano alcune baracche: lì era rinchiuso, deportato dalla Polonia (immagino da Varsavia), anche un intero asilo con bambini dai tre ai cinque-sei anni. Non so dire quanti fossero, mi ricordo che erano custoditi dalle loro maestre, le Suore della Carità di san Vincenzo de’ Paoli e che erano in condizioni fisiche pietose. In uno di quei (quattro-cinque, non ricordo bene) giorni che rimanemmo lì in attesa della visita medica, del bagno (con in mano il consueto pezzetto di sapone marrone .) e della eventuale idoneità ed assegnazione al lavoro in qualche località della Germania, mentre dall’esterno della baracca si stava osservando ciò che avveniva nel recinto dirimpettaio, una suorina, molto giovane, si staccò dal gruppo dei bambini che stavano giocando(l) sullo spiazzo davanti alla loro baracca e, arrivata di corsa vicino al recinto, con grandi gesti della mano in cui stringeva qualcosa, invitava qualcuno di noi ad avvicinarsi. Il pericolo concreto di ricevere se non una fucilata, sicuramente una scarica di botte da parte dei sorveglianti c’era, ed era fortemente sentito, tanto che nessuno si mosse. Non so come andò, fatto sì è che, visto che nessuno si decideva e quella poveretta continuava ad agitarsi ed a chiamare, dato un rapido sguardo all’intorno, traversai di corsa il viale e mi avvicinai a lei: di quello che mi diceva mentre mi porgeva questi due santini non capii niente: quello che avevo ben presente è che dovevo far presto a rientrare in baracca, dove gli altri mi avevano già preceduto. Nascosi le due immaginette in fondo al tascapane che avevo °‘racimolato" nel campo di concentramento di Fosso (Carpi) ed attesi gli eventi.
Una quarantina di noi fu destinata alla fabbrica di sete artificiali e di esplosivi in quel di Rottweil a Nekar e qui sistemati nel Lager, adiacente a quello riservato ai Russi, - che ospitava (si fa per dire) persone, d’ambo i sessi e di varia nazionalità, deportate come noi. Le baracche del nostro lager erano in muratura, a due piani: al piano superiore della baracca assegnataci erano alloggiati cittadini polacchi catturati in un teatro di Varsavia, e tra questi il corpo di ballo ed il complesso dei musicanti. Come accade in simili circostanze, si fece presto a fraternizzare: in particolare ricordo un giovane di Varsavia (Sanski Czestaw: della grafia non sono sicuro, pero conservo ancora la sua fotografia) a cui feci vedere le due immaginette `spiegando dove e come mi erano state consegnate. Le immaginette; che mi erano e che mi sono care, le ho sempre tenute con me.
Oggi, penso di non aver fatto tutto quello che la giovane suor TEOFILA JUSZCZAK si aspettava da me, e me ne dolgo tanto tanto. L’unica cosa che oggi posso fare e quella di far sapere alla sua Congregazione, in Polonia, che nella prima settimana di settembre del 1944 si trovava a DACHAU,  insieme all’anziana consorella specificata nel santino ricordo del suo cinquantesimo.
Inoltre  avrei tanto desiderio di conoscere come è andata a finire tutta la loro storia e, se possibile, di far sapere alla suddetta che quel giovanottello (avevo allora diciott’anni) la ricorda ancora.
Pisa 29/01/01
 

 

 
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