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Una chiacchierata con Gabriele Santoni. Martedì 29 settembre, alle ore 17, l’Associazione dà appuntamento all’ex asilo di Molina di Quosa, per discutere di nuove povertà, con interventi di Maurizio Iacono, Armando Zappolini, Emanuele Morelli e Francesco Corucci, coordina Francesco Bondielli.

Settembre, tempo di passeggiate.
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#NotiziedalComune #EstateVecchianeseInsiemeaDistanza
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AVVISO
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. . . si fanno proposte al contrario?
Velocizzare .....
Ma se il Serchio facesse una piena seria con tutto .....
E' APPENA USCITO IL SOLE
SIAMO IN DIVERSI CHE PARLIAMO .....
. . . qui se c'è qualcuno che scappa mi pare che tu .....
Commento di Anna Ascani
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COMUNICATO STAMPA DI CENTROSINISTRA PER CALCI
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#bettisindaco #cascina2020
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Alessandra Nardini
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Pisa: Legnaioli (Lega)
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POLITICA
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CONFERENZA STAMPA-
Martedì 29 settembre ore 15.30
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Trasporti: Legnaioli (Lega)
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Incontrati per caso...
di Valdo Mori
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SPECIALE FINALMENTE DOMENICA!
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Casa Nannipieri Arte
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di Bruno Pollacci
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  • Circolo ARCI Migliarino

      BURRACO!

    Proseguono le attività del Circolo cercando di rispettare tutte le misure anti-Covid. Da venerdi 21 riprendono i tornei di Burraco con una serie di importanti misure di sicurezza tra cui la prenotazione obbligatoria per l'assegnazione del tavolo, norme severe per divertirsi in sicurezza.

    Tutte le notizie sulle attività sul sito FB del Circolo.


  • Emergenza del Covid-19

      Misericordie della Toscana


     Cari fratelli e sorelle, adesso più di prima siamo chiamati tutti ad un impegno e ad uno sforzo ulteriore per sostenere le nostre comunità, le persone fragili, i nostri anziani, le persone sole e chi viene purtropp colpito da covid-19...


nato
in un tempo senza tempo
spoglio
corpo al vento
apre gli occhi
guardando curioso
quel volto
e quel fuoco

fa freddo
ma la luce che .....
Segnalo il degrado/ pericolo del campanile della chiesa di Migliarino Pisano. Andrebbe, perlomeno, messo in sicurezza.
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Sogni senza mascherina
di Ovidio Della Croce

21/6/2020 - 11:42

FINALMENTE DOMENICA!
 
Queste note sono state scritte poche ore dopo l’incidente stradale di Alex Zanardi. Te lo dico piano, senza mascherina: Auguri Alex!

Non è stato un incidente quello che ha causato la morte di Giulio Regeni nel 2016. In questi giorni si discute sulla vendita delle due navi da guerra costruite nei nostri cantieri all’Egitto senza aver ottenuto verità e giustizia dal governo del Cairo. Coerenza o realpolitik?  Ognuno ha la sua idea su questo punto. Intanto, nei nostri Comuni, pensiamo alla proposta di intitolare simbolicamente una via o una piazza a Giulio Regeni. Se così fosse, contribuiremo, nel nostro piccolo, a rilanciare il tema dei diritti umani e ad alleggerire un minimo il debito enorme che abbiamo nei confronti dei suoi genitori Paola e Claudio Regeni, che si sono sentiti “traditi” dall’Italia.

Questa settimana ha avuto giorni in cui si è polemizzato sulle statue. Tre premesse: sono per la costruzione di statue ma con giudizio, una persona può essere ammirata e additata ad esempio con altre forme; prendersela con una statua non aiuta la causa in nome della quale si compie quel gesto; in ogni caso la questione della costruzione o rimozione delle statue riguarda la comunità democratica e la storia insegna che ci sono altre forme per prendere le distanze dai monumenti. Salvatore Settis, che di storia dell’arte se ne intende, ci ha mostrato come a Pietrasanta e a Livorno il popolo che depose Leopoldo II sia riuscito a prendere le distanze dalla sua statua con un’iscrizione ancora leggibile. Siccome è bravo e lo leggo, Tomaso Montanari, altro storico dell’arte, ha proposto di mettere le statue nei musei. La scorsa settimana l’assemblea legislativa del Tennessee ha votato contro la mozione di togliere il busto a Nathan Bedford Forrest, fondatore del KuKluxKlan, con la sua bella barba, che campeggia nel palazzo del governo a Nashville. Si vede che il cappuccio modello KKK ancora li rappresenta.  

La contestazione ai monumenti è partita da Bristol con la demolizione della statua del mercante di schiavi Edward Colston, è passata dalla decapitazione a Boston della statua di un personaggio “monumentale” come Cristoforo Colombo durante le manifestazioni contro il razzismo e le violenze della polizia negli Stati Uniti, e dall’impacchettamento di Winston Churchill a Londra, ed è arrivata a Milano con la statua di Indro Montanelli imbrattata di vernice rossa.  Grande giornalista, io l’ho più apprezzato nei suoi ultimi anni, gli ho sempre preferito Pintor e Bocca, Montanelli è stato accusato per le sue “nozze africane con Destà, una ragazzina quattordicenne”, cioè ritenuto colpevole di essere figlio della cultura del suo tempo che fu quello della conquista dell’Impero in Africa Orientale. Ho avuto modo ultimamente di leggere alcuni libri di Angelo Del Boca, massimo storico del colonialismo italiano e autore di opere monumentali, memorabile in Tv quando, documenti alla mano, fece riconoscere a Montanelli l’uso di gas tossici da parte dell’esercito italiano contro la resistenza etiope. La guerra fascista in Africa orientale fu alimentata dal disprezzo per il nemico. A studiarla bene non fu una bella cosa. Togliamoci la maschera che ci vuole Italiani brava gente. A ottant’anni di distanza dai fatti accaduti in contesti molto diversi dalla nostra cultura di oggi, mi sono fatto l’idea che è insensato accusare Montanelli di maschilismo. Anche l’accusa di razzismo mi pare infondata, se mai quello di Montanelli fu un matrimonio misto, “simbolo di integrazione”, se pensiamo che Mussolini odiava Faccetta nera, canzone per lui troppo meticcia e inconcepibile nella sua Italia imperiale che stava per varare le leggi razziali che vietavano i matrimoni misti.


Se fossi Giuseppe Conte, agli Stati generali dell’economia, mi sarei tolto la mascherina per un attimo e, convinto che una seria verifica sul proprio operato sia un punto di grande forza, avrei detto: Chiedo scusa, ma devo fare un’autocritica, a questo incontro manca la generazione dei trentenni, quella con i contratti precari, quella di chi non ha un lavoro e che sarà senza una pensione. Scusa anche per quanto abbiamo promesso e non ancora mantenuto.

Carlo Bonomi, mascherina griffata con il logo di Confindustria, nel suo intervento ha attaccato il governo. Dopo l’attacco del così detto falco, “molto più morbido” del previsto, in rete è girato un video di Mino Martinazzoli, “Il mondo visto da un capo del personale”, l’ho letto su un editoriale del Fatto, dura un paio di minuti, guardatelo. È la storia di un direttore generale di una grande compagnia che aveva ricevuto l’invito per assistere a un concerto in cui si interpretava l’Incompiuta di Schubert. Il manager non poteva andarci e allora regala il biglietto al capo del personale, giovane laureato alla Bocconi e master London School of Economics, che si occupava anche di politica. Il giorno dopo il direttore chiede al giovane economista se gli era piaciuto il concerto e con sua sorpresa riceve dal giovane efficientista una relazione della serata in 5 punti. 1) Durante considerevoli periodi di tempo i 4 oboe non fanno nulla. Si dovrebbe ridurne il numero e distribuirne il lavoro tra il resto dell’orchestra, eliminando i picchi d’impego. 2) I 12 violini suonano le medesime note. Quindi l’organico dei violinisti dovrebbe essere drasticamente ridotto. 3) Non serve a nulla che gli ottoni ripetano suoni già eseguiti dagli archi. 4) Se tali passaggi ridondanti fossero eliminati, il concerto potrebbe essere ridotto di almeno un quarto. 5) Se Schubert avesse tenuto conto di queste mie osservazioni, avrebbe terminato la sinfonia. Conclusione di Martinazzoli: Io vorrei vivere in un mondo nel quale si possa continuare a sentire l’Incompiuta di Schubert così com’è. 
Commento di Travaglio: “Bonomi sta alla vera impresa come il sottoscritto all’astro-fisica”.

Non è tanto l’estremismo di Bonomi, è tutta la scuola economica bocconiana che non vede alternative che non siano la moltiplicazione dei contratti a termine e pazienza per i licenziamenti, meglio quelli che la chiusura, se no tutti staranno peggio. Però l’11 marzo Conte, Gualtieri e Catalfo, testuali parole: Nessuno perderà il lavoro per il Coronavirus. Se fossi Conte mi toglierei per un attimo la mascherina e direi: Abbiamo superato il momento più critico del Covid, ma non c’è libertà senza giustizia sociale, ce lo diceva Pertini. Certi sogni svaniscono, passa un camion e porta via tutto. A volte si realizzano, ma non è magia, è lavoro duro, programma quotidiano.

Conte ha ricevuto, con la mascherina, Aboubakar Soumahoro, l’attivista sindacale e sociale italo-ivoriano impegnato da anni per i braccianti agricoli e le persone migranti che si era incatenato davanti a Villa Panphilj. Insieme al Presidente del Consiglio c’erano il ministro dell’economia Roberto Gualtieri e la ministra del lavoro Nunzia Catalfo. Hanno discusso su tre punti: la “patente del cibo”, per Conte “una bellissima idea”; la proposta della “piano nazionale emergenza lavoro” con l’obiettivo di tutelare “coloro che rischiano di perdere il posto di lavoro a causa della crisi sanitaria”; e in tema dell’immigrazione hanno parlato di modifica dei decreti sicurezza, di cancellazione della Bossi-Fini e della cittadinanza per chi è cresciuto o nato in Italia. Se non ora quando?

Altro tema che mi sta a cuore è la scuola. Mi dispiace essere acido con questo governo, ma sembra che Conte, pinocchiescamente, si sia messo la mascherina sugli occhi per non vedere che, dopo l’estate, la balena in mezzo al mare in tempesta inghiottirà la barchetta scuola, una barchetta di carta, con occhi giovani e i colori dell’Italia.

Carlo Verdelli, sul Corriere della Sera, ha scritto un editoriale che andrebbe letto per intero, si intitola Tutti all’ultimo banco nella scuola dimenticata, ne riporto un passaggio:

“Fra i 37 Stati dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico per spesa pubblica destinata all’istruzione, siamo con vergogna all’ultimo posto… Abbiamo il più basso tasso di laureati d’Europa e uno dei più alti di abbandono scolastico (un milione in dieci anni)”. 


Le nostre scuole sono vecchie, con plessi in cui sono concentrati troppi studenti invece che distribuite in piccole sedi sul territorio, e spesso con problemi di struttura. Troppi studenti per classe, a volte io ne ho avuti più di trenta, come quando ero al Liceo. Mi viene in mente un aneddoto di Tullio De Mauro. Quando era ministro girava per le scuole, una volta vide una maestra che dialogava con un gruppo di studenti in un angolo rispetto allo spazio in cui si trovava. De Mauro pensò a qualcosa di simile a un cerchio di apprendimento. Per non disturbare il ministro aspettò la fine della lezione, poi si avvicinò alla maestra e, curioso com’era, le chiese: Perché questa nuova sperimentazione didattica così appartata rispetto allo spazio circostante? Lei rispose: No, ministro, non è nuova didattica, stiamo qui perché al centro il tetto è pericolante.

Nell’ultimo decreto Rilancio di maggio alla scuola sono stati destinati 1 miliardo e 450 milioni, la metà di quelli per Alitalia. C’era davvero bisogno di salvare per la seconda volta Alitalia? E la barchetta va nelle fauci della balena. W l’Italia!

Gli esami di maturità, un solo colloquio di un’ora in presenza, con le mascherine, la distanza fisica e i gel igienizzanti di mezzo milioni di studenti, sono iniziati mercoledì scorso e sono un po’ la prova generale del rientro a scuola a settembre. Agli studenti, per quel che vale e nel caso ci fosse qualche maturando tra i lettori, dico: In bocca al lupo! Tralascio i ricordi personali che riemergono a distanza di cinquant’anni dalla mia maturità al Liceo scientifico Dini di Pisa, una vita fa. Sorvolo sui consigli agli studenti, dico loro soltanto di restare calmi, di pensare prima di rispondere, di evitare di essere troppo nozionistici e di provare a elaborare un contributo personale argomentato sui contenuti esposti, cercando di far emergere la passione che può aver suscitato l’argomento studiato. Alla fine dell’esame è probabile che qualcuno chieda: Cosa vuoi fare da grande? A questo punto, se fossi lì in quel momento, mi toglierei per un attimo la mascherina, fisserei negli occhi i commissari e, come Martin Luther King, direi: I have a dream. E poi: Vorrei fare l’astronauta, la filosofa, lo storico, la giornalista, il cuoco, ognuno ha il suo sogno… E lo vorrei fare bene, aggiungerei.  Qualche professore sorriderà, qualcuno penserà: Non ce la farai mai. Allora concluderei: Non importa se non ci riuscirò, però non voglio pentirmi tutta la vita per non averci provato. A questo punto mi rimetterei la mascherina e tanti saluti.

Concludo con una nota poco allegra su un uomo allegro, Giulio Giorello, che se n’è andato per le conseguenze del Coronavirus che aveva contratto nei mesi scorsi. Filosofo e matematico, amava Topolino, i fumetti e gli piaceva viaggiare soprattutto in Irlanda. Si era sposato con la sua compagna tre giorni prima di morire. Successore, nella cattedra di Filosofia della scienza all’Università Statale di Milano, al suo maestro Ludovico Geymonat che, alla fine di una conferenza, ricordo l’invito agli studenti a fare domande: Siate acidi, diceva. Leggete cosa Giorello scrisse nel 2016, quando eravamo tutti consapevoli che le pandemie erano possibili, ma in fondo non ce ne preoccupavamo molto.

“Come possiamo pensare di poter vincere una pandemia se non globalizziamo l’approccio scientifico. I germi, ahimè, l’Europa stessa l’ha provato nel Novecento, non conoscono le frontiere, non stanno a guardare se qualcuno fa Brexit, i germi vanno, si diffondono e vanno combattuti con risposte coordinate da parte delle varie entità che svolgono ricerca”.

Quella di Giorello è una comprensione anticipata dei problemi e degli eventi. È chiaro che quattro anni fa Giorello non fu ascoltato, non c’era urgenza, ora ne siamo consapevoli. Oggi le menti più acute del pianeta da tempo ci dicono: Attenzione non è solo la pandemia, abbiamo una serie di problemi da affrontare e risolvere, i cambiamenti climatici, la povertà, le ingiustizie globali. Con questa esperienza terribile del Covid-19 sappiamo che dobbiamo attrezzarci a vincere nuove sfide per rendere migliore e più vivibile il nostro fragile pianeta. Sono solo sogni? Lasciamo la risposta al grande Giulio Giorello, professore ribelle e anarchico, con il suo ricordo della notte del 20 luglio 1969 quando vide l’allunaggio.

“Il giorno dell’allunaggio studiavo matematica perché era allora il campo di ricerca che mi affascinava. La sera no, la sera non stavo a preparare gli esami, la sera lasciavo che la mente vagasse libera tra le cose che avevo appreso, ma anche tra le cose di cui avevo sentito parlare con grande insistenza nei giornali e in altri mezzi di informazione. Fu così che rimasi in piedi a vegliare la notte serena per dirla col poeta Lucrezio, cioè in realtà vegliavo le cronache che arrivavano che raccontavano appunto dell’allunaggio, dello sbarco degli esseri umani sulla luna. L’avevano sognato, io direi, per secoli, forse per millenni. A forza di sognarlo, io pensai, questo allunaggio era diventato vero. Questo vuol dire che qualche volta i sogni hanno la caratteristica di avverarsi e sono i grandi sogni con cui l’umanità compie delle svolte che avranno poi un significato assai profondo e spesso non ancora compreso dalle persone che a queste grandi svolte hanno avuto l’onore e il piacere di assistere”.

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29/6/2020 - 8:29

AUTORE:
Daniela

Ciao Ovidio, è sempre un piacere leggere i tuoi articoli; mi “sfrugugliano” il cervello le tue considerazioni, i tuoi riferimenti a fatti e persone, i tuoi ricordi e mi costringono a reagire ed a mettere a fuoco i miei pensieri e le mie esperienze. Di solito sono in accordo con te, ma non nel caso di Montanelli, che anch’io ho rispettato nel suo ultimo periodo non conoscendo questo episodio del giovanil matrimonio. No, non lo posso accettare e se fosse per me lascerei la sua statua così com’è ora. Quella vernice rossa ad urlare di vergogna. Un caro saluto Daniela

25/6/2020 - 9:30

AUTORE:
Ovidio DC

Grazie per i messaggi che mi avete scritto. Tra questi alcuni sono in accordo con l’articolo e qualcuno di qualche amica invece criticava ciò che ho scritto sulla statua di Montanelli. Quest’ultimo mi ha spinto a una riflessione. A capo del mio letto ho una riproduzione di un quadro di Paul Gauguin con i suoi ritratti della Polinesia. Ho letto un articolo sul “Corriere” che citava una mostra del grande artista alla National Gallery di Londra e si intitola “Gauguin Portraits”. Nell’audioguida, per prevenire critiche, si mettono le mani avanti: “È ora di smettere di guardare Gauguin?”. Domanda strana, perché se qualcuno ha pagato un biglietto, è davanti a quadri di Gauguin e ha l’audioguida vorrei vedere se smette. Comunque il motivo per cui non si dovrebbero guardare sarebbe quello scritto sul “New York Times”: “Sarebbe meglio non esporre nessuna opera del pittore parigino perché ebbe relazioni con quattordicenni polinesiani”. Gauguin, sui cinquant’anni, sposò, diciamo così, una ragazzina bellissima di nome Tehamana, che volle immortalare a seno nudo in una delle sue opere, “Cantos Barbares” del 1902, che appunto fa parte della raccolta della mostra. Posso dire, e lo dico, che non toglierò la riproduzione del quadro di Gauguin a capo del mio letto e sono contrario a proibire i quadri di Gauguin. Sicuramente, però, non dimenticherò i comportamenti contestati a Gauguin e a Montanelli. Questo è il mio tempo.

23/6/2020 - 12:53

AUTORE:
Cristina

Caro Ovidio,

la lettura del tuo articolo mi ha fatto un po' l'effetto madeleine, quello scorrere veloce dei pensieri che, partendo da alcune suggestioni, aiuta il recupero dei ricordi.
Dal passato più remoto è riemerso il mio esame di maturità, ma non mi basterebbe lo spazio di un commento per raccontarlo.
Mi ha incuriosito tanto invece il tuo discorso sulle statue e in questi giorni ho fatto una serie di considerazioni, tornando con la mente a un passato non troppo remoto, una decina di anni fa, più o meno.
Lucca, correva l'anno 2011 per la precisione. L'occasione era quella per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia e con le colleghe stavamo preparando i documenti per allestire una mostra dedicata ai personaggi che fecero la storia del Risorgimento italiano.
Mi colpì molto, in quella circostanza, l'inserimento di Francesco Burlamacchi tra gli eroi del Risorgimento. Personaggio controverso, nato a Lucca nel 1498 e decapitato a Milano nel 1548, fu eletto primo martire dell'Unità d'Italia. Nel 1859 la città di Lucca decise di dedicargli un monumento, che ancora oggi esiste e volge le spalle alla chiesa di San Michele. Eppure, citando Romano Silva, fino a quel momento la figura del Burlamacchi era stata ben lungi dal rappresentare quell'immagine di "martire" assegnatagli dalla storiografia dell'Ottocento.
Questo per dire che in passato, molto più di oggi, la costruzione di un monumento non aveva solo un valore puramente celebrativo, ma veicolava messaggi precisi, anche controversi. E già allora, come oggi, non tutti erano d'accordo.
Ci sono statue e statue, è vero. Ma prima di decidere se costruirle o buttarle giù penso sarebbe doverosa una riflessione in più, che in tempi moderni spesso manca. Sarebbe opportuno conoscere i personaggi, indagarne le contraddizioni, contestualizzare il periodo storico. E solo dopo azzardare valutazioni sulla necessità o meno di celebrarli o demolirli.
Ma è un'operazione faticosa, mi rendo conto.
Il flusso dei pensieri scorre veloce verso un passato molto recente e mi verrebbe voglia di spendere fiumi di parole sulla mia esperienza tragicomica con la didattica a distanza.
Ma sono già andata troppo lunga.

P.S. Ricordati che hai promesso. E ormai non puoi più spromettere.