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Passaporto verde: anche il nome dovrebbe far riflettere e rassicurare. Il verde è il colore delle possibilità, del benvenuto, dell’accoglienza, della tolleranza e della salute. Rifiutarlo sembra da sciocchi, da sprovveduti, da fuori dal mondo reale, forse anche da manipolati, da chi mette in questo rifiuto, in questa protesta, molto di più di quello che in effetti ci dovrebbe essere. Alla base, forse, una buona dose di ideologia per essere sempre contro, contro il sistema....

Siamo stati chiusi in casa e per disposizione governativa .....
Quelli che lei chiama ignoranti irresponsabili sono .....
. . . . . . . . . . . . Anche il codice della strada .....
Abbiamo vinto contro malattie terribili come il vaiolo .....
Vecchiano è Voilontariato
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“Il gioco serio del teatro”

Vecchiano è volontariato
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L'associazione culturale La Voce del Serchio ospite del giornale online da cui è nata

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UN IMPEGNO COSTANTE PER MANTENERE VIVO IL PASSATO E FRUIRNE ANCORA IN FUTURO

Pisa, 11 novembre
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Incontrati per caso...
di Valdo Mori
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no vax? Portateli a visitare un reparto"
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Pisa, 15 e 17 ottobre
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di Bruno Pollacci
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È con te
Facciamo oggi quella scelta
Oggi in due ma restiamo sempre noi
È con te
Che la vita è come foglia
Noi leggeri saggi dentro vuoti mai
Sei .....
caro baffuto baffino ricorda che la fantasia se sfocia in diffamazione e calunnia quello e reato e non pregare la Santa Vergine a Roma davanti alla porta .....
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Dai ponti al mare: MORTE SUL SERCHIO.
(nuove vecchie foto)

13/10/2021 - 21:29

 
 
L'acqua era limpida, bellissima, piena di pesci, il fiume verde dai riflessi degli alberi e dei canneti che riempivano le rive, ma era pure un elemento infido, ostile agli uomini che cercavano di violarne lo stato naturale.
A quei tempi, lungo il corso del Serchio, dopo che erano state chiuse per eccessivo sfruttamento le due cave di ghiaia fisse, una dal Baldacci sulla riva di Metato e una al Paloma sulla riva di Vecchiano, vi erano delle scavatrici mobili piazzate su enormi chiattoni che percorrevano in ogni senso il fiume alla ricerca di giacimenti sabbiosi da scavare, succhiare, pulire, filtrare e caricare su barconi che facevano la spola tra la chiatta e la vecchia draga a riva, distante a volte anche parecchi chilometri.
Questi barconi caricavano ai limiti delle sponde, a pochi centimetri dal pelo dell'acqua, per sfruttare anche un solo viaggio in più al giorno ed erano trainati, uno o anche due in fila, da un rimorchiatore guidato da un ciccione, sempre a torso nudo sia d'estate che d'inverno, che fumava un mezzo sigaro che doveva essere magico perché non si consumava mai.
   Se si dice ai capitani o ai vecchi uomini salmastrosi abituati a solcare gli oceani: "lupo di mare", allora quel tipo si sarebbe dovuto chiamare: "orso di fiume" perché infatti qualcosa di animalesco aveva.
Un giorno la draga stava lavorando oltre il camposanto di Migliarino e aveva già caricato la chiatta pericolosamente come al solito. Il rimorchiatore sbuffava fumaccio nero e altrettanto faceva il timoniere.
Erano le tre del pomeriggio quando, agganciata la barca ormai strapiena, il convoglio arrivò a risalire la corrente dei ponti. La massa d'acqua spostata dalle due prue totalmente immerse era enorme, tanto da far sballare il motore del traino che in quel punto doveva essere messo sotto massimo sforzo per poter superare quel leggero dislivello, anche se con una velocità estremamente lenta.
Io ero dal Cinacchino e avevo appena legata la barca al porto del Bobo dopo essere stato in giro per poter vedere dove andare la sera a prendere i ranocchi con il lume e da sotto il ristorante sul ponte era appena partito un motoscafo con un uomo ed un ragazzo che volevano provare il motore nuovo. Stavo guardando verso il mare, immaginando la scena vista attraverso le pigne come su di una cartolina o una fotografia. Si vedeva il luccichio del sole sulle onde fatte dalla prua del rimorchiatore che puntava diritto verso il centro del fiume, dove l'acqua era più profonda e la corrente un po' minore. Si vedeva il verde intenso delle rive che andavano indietro fino a congiungersi come in una scura punta di lancia, riflesse simmetricamente sulla superficie argentata del fiume, quando, d'improvviso, vidi la prima barca fare un balzo avanti.
Si era rotto il cavo del traino.       
Due dei tre uomini che erano imbarcati tenevano lunghe pertiche per spostarsi e mantenersi lontani dalle pietre dei ponti e a volte, correndo sul parapetto largo una ventina di centimetri, aiutavano anche spingendo indietro, mentre il terzo uomo era al timone per tenere tutto in perfetto allineamento.
La potenza del rimorchiatore faceva sì che la chiatta, anche alla minima velocità, stesse con la prua leggermente alzata. Essendo cessato il tiro il barcone si abbassò improvvisamente di testa, quasi rizzandosi di poppa, e prese così la prima imbarcata d'acqua.
L'equipaggio corse indietro cercando di mantenersi sempre parallelo alla riva appoggiandosi alle stanghe mentre il traino, ormai libero e non potendo manovrare in quello specchio d'acqua limitato dai quattro piloni dei due ponti, cercava di andare a tutta forza verso la base, distante non più di cinquecento metri, per prendere un nuovo cavo.
Il barcone lasciato a se stesso, esaurita l'inerzia, cominciava a indietreggiare lentissimamente verso mare ma, avendo ora il timone davanti, era molto difficile farlo stare diritto e gli uomini, presi dal nervosismo o addirittura dal panico, non facevano altro che peggiorare la situazione correndo a destra e a sinistra, avanti e indietro, barcollando sempre di più il carico finché, dopo circa cinque minuti di beccheggio, il mezzo affondò completamente appena fuori il ponte della ferrovia.
Io guardavo ogni cosa stupendomi dell'accaduto e meravigliandomi che tre barcaioli esperti avessero fatto succedere tutto quel po'po' di casino.
La barca era affondata di prua perciò il grosso timone era rimasto molto più fuori delle altre parti. Sopra vi erano avvinghiati i tre uomini che (maledetta miseria c'erano solo tre metri per arrivare alla pigna di destra e un paio per quella sinistra!) aspettarono che la barca scomparisse sott'acqua per lasciarsi andare.
Io continuavo a guardare dicendomi che un bagno fuori programma non avrebbe fatto male a nessuno, quando mi accorsi che il dimenare delle braccia non era molto naturale per una nuotata e allora mi scattò l'allarme, seppure con ritardo.
Corsi a sciogliere la barca e verificai in quel momento quanto fosse vera la storiella che solo l'ultima chiave del mazzo apre la porta. Mi tremavano le mani, non riuscivo ad infilare la chiave nella serratura, non vedevo addirittura neanche il lucchetto e, riuscito finalmente a sciogliere la barca, non trovavo più il remetto che avevo nascosto nel canneto. Passarono pochi minuti ma furono terribili.
Da quella distanza non sentivo le urla dei poveretti, ma senz'altro ve ne furono e dovevano essere state disperate grida di aiuto e di preghiera e neanche quel motoscafo vide e sentì nulla, neanche i miei frenetici gesti, perché più forte era il rumore del loro motore nuovo.
Spinta la barca finalmente libera, arrivai in pochi istanti sotto il ponte, ma ormai non c'era più niente da fare almeno per due di loro; non c'era nessun segno di vita ed erano passati solo pochi minuti sebbene fossero sembrati un'eternità.
Il superstite, Uliano Di Basco, migliarinese, non sapeva assolutamente nuotare, sarebbe affogato anche nella vasca da bagno, ma la disperazione quella volta gli fece sbattere freneticamente braccia e gambe, non solo fino a riva ma sulla riva, e continuava a nuotare nell'erba anche quando andammo a vedere come stava. Sapemmo poi che i due affogati erano esperti nuotatori.
Ostinatamente, non volendo in nessun modo accettare quell'assurda fine dei due poveri barcaioli, mi tuffai nel punto dove credevo fossero sempre i corpi e, annaspando nella corrente con addosso la catena della barca perché non mi ritrovassi poi senza appoggio uscendo dall'acqua e anche per andare più rapidamente a fondo, cercai disperatamente in giri sempre più larghi. Avevo individuato e localizzato facilmente il barcone, ma dovetti arrendermi non prima di essere salito sulla riva, strappato un ramo di pioppo ed averlo assicurato ad una sporgenza della chiatta sommersa perché fosse visibile e riconoscibile il luogo del disastro.
La notizia della morte nel fiume era già arrivata in paese, portata non so da chi e come, e si facevano già le prime congetture.
Uscito dall'acqua e risalito in barca, mi accorsi che parecchie persone erano sulla riva, dalla parte della stazione, e fra loro anche alcune mie amiche preoccupatissime per me che ero l'unica persona che sapevano stesse sempre sul Serchio e che poteva benissimo essere quell’ "è affogato uno!".
Vedendomi sano e salvo, in quell'acqua mossa e freddina, era la fine di settembre, ora risollevate dal dubbio, mi chiamavano urlandomi di lasciar perdere, di stare attento e di uscire. Qualcuno aveva pensato a chiamare i carabinieri e questi a loro volta i pompieri del servizio subacqueo.
Appena giunsero i primi soccorsi, si cominciò a chiedere il perché dell'accaduto e ad organizzare il recupero dei corpi: fu deciso di utilizzare la mia barca prendendo me come rematore perché, secondo quelli che nel frattempo erano accorsi, io ero l'unico che sapesse guidare bene un natante. C'era ora una folla di persone assiepate sul bordo della vecchia strada che terminava di fianco alla ferrovia e, dai treni che passavano, era un continuo chiedere ed un affollarsi di gente ai finestrini dei pochi convogli che si fermavano alla stazione.
Sulla barca con me salirono due sub completamente equipaggiati ed un terzo addetto alla sorveglianza. Mi fu detto di seguire le bolle d'aria che uscivano dall'erogatore delle bombole, di non perderle mai d'occhio e stare loro più vicino possibile. I due si immersero e io mi misi di vedetta, remando per seguire lo scarico quando, d'improvviso, non riuscii più a vedere le bollicine che segnalavano uno dei due sub. Abbandonai il remo e mi sporsi dalla barca per riuscire a capire dove fosse il pompiere, ma senza vedere nulla. Stavo cominciando a preoccuparmi, quando la barca fu scossa da un tremendo urto e, dopo qualche secondo, dall'acqua uscì il sub scomparso che, sorreggendosi al bordo con una mano e massaggiandosi la testa con l'altra, smoccolava a tutta forza tanto che mi impaurii credendo mi volesse picchiare. Riemerse anche il secondo che non aveva trovato niente e risalirono entrambi in barca per decidere il da farsi.
"Qui non c'è niente"
"La corrente che pare forte in superficie, sul fondo è tutta gorghi e mulinelli che hanno fatto decine di buche e forse i corpi sono in una di queste" 
"Come si fa a cercare in tutto quel labirinto di erbe e detriti?"
"Ragazzi fate così. Fatevi trascinare dalla corrente senza neanche guardare dove andare, proprio come foste anche voi morti e stiamo a vedere"
Dietro il suggerimento dell'istruttore il primo pompiere si buttò e, neanche dopo cinque minuti, riapparve con uno dei due annegati che fu sdraiato in barca, a faccia in su, livido, gonfio, con le narici, la bocca e gli orecchi pieni di alghe. Sebbene mi facesse un po' paura, quasi un senso di ribrezzo, non potevo fare a meno di tenere gli occhi fissi su quel corpo e quella faccia in particolare. Anche il secondo sub fece altrettanto, ma non fu fortunato come il primo perché trovò il cadavere solo dopo una mezz'ora e molto lontano.
Finalmente andammo a riva con i due corpi che erano lì, e sembrava fissassero il cielo sul fondo di una barca più piccola della loro, ma più grande della cassa dove sarebbero stati messi tra poco; solo a riva furono coperti con bianchi lenzuoli, guardati, fotografati e portati finalmente via da un’ambulanza mentre uno stuolo di sopraggiunte autorità parlava, commentava, supponeva con il solito senno di poi.
Io, anche se giovane, non fui minimamente scosso dalla vista dei due morti anche se erano i primi che vedevo in vita mia. Non mi sognai mai né cadaveri, né affogati, niente.
Solo quando la ragazza, alla quale lasciavo sempre il posto sulla Lazzi quando andavo a scuola a Pisa e che saliva al Pontelungo, mi disse di essere la figlia di uno di quei due, allora, solo allora, mi rivenne alla mente quella faccia gonfia che vidi in barca quel giorno.
Cambiai orario di pulman.    

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Minimo 3 - Massimo 50 caratteri
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17/10/2021 - 11:34

AUTORE:
P.G_

Mi ricordo, c'ero anch'io alla fine della strada della ferrovia a vedere cosa stava succedendo. Ci si chiedeva come fosse stato possibile che fossero affogati così vicini alle pigne del fiume e alla riva, specie se sapevano nuotare. Forse gli abiti appesantiti dall'acqua, forse lo spavento, forse un risucchio della barca che affondava.
Non ricordavo l'intervento di Chiubecca, ma forse sono arrivato dopo.