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Con questo articolo termina, dopo un percorso durato più di un anno, l'analisi che Franco Gabbani ha fatto su un duplice piano, la storia della Famiglia Salviati, e di Scipione in particolare, e sinteticamente il contesto sociale e gli avvenimenti succedutesi nel corso del 1800 nel territorio di Vecchiano, come anche in Toscana, in Italia e in Europa.Anche in questa conclusione viene trattato un tema di primaria importanza, quello dell'istruzione nel 1800. 

Un amico mi ha fatto una domanda ed io voglio riportarla .....
. . . tempo fa ti esprimevi come uno di destra ed ora .....
Il PD a queste condizioni non può esistere Mazzeo .....
Per quanto mi riguarda per "sinistra" io intendo le .....


  Conversazione tra due amiche

Intervista di Paola Magli. 


Un nuovo trasloco. La poesia, l’autunno caldo


Ana Lins dos Guimarães Peixoto Bretas, poeta che fu conosciuta come Cora Coralina


A noi donne, per non essere più vittime.

di Silvia Cerretelli
VERSO IL CONGRESSO PD
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Galletti e Noferi (m5s)
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Vecchiano e le sue nuove mezze commissioni consiliari
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di Renzo Moschini
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Intervista di Giancarlo Bosetti (a cura di Bruno Baglini, red VdS)
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Io, Medico
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di Ezio Di Nisitte
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Incontrati per caso...
di Valdo Mori
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di Bruno Pollacci
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Quel suo viso
L'altra faccia della luna
La mia vita, la mia voce
Quella luce, a primavera
Come un vento caldo su di me
Sono creta, sotto le sue mani
Lei .....
Buongiorno,

queste mie parole sono per evidenziare il menefreghismo di un ente del Comune di San Giuliano Terme che ad oggi non mi ha risposto ad .....
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Dai ponti al mare: LE PESCATE DELLE ANGUILLE (mazzacchera esclusa).

14/3/2022 - 9:21

 
Ora le ferie sono a mesi interi ed i più sfortunati possono contare sulla loro quindicina montana o marina, ma un tempo, almeno a mio padre, davano un giorno a Pasqua, due a Ferragosto e due a Natale.
La domenica quindi era doppiamente festa e così la mattina era dedicata alla pesca per il pranzo di mezzogiorno ed il pomeriggio alla pesca per puro divertimento. Se il sabato era bel tempo, specialmente in primavera, io, aspettando che mio padre tornasse dal lavoro, ero incaricato di trovare i "beci" per l'esca delle "corde" da tendere al tramonto. Io preparavo la barca pronta, le cassette con gli ami sciolti ed allineati, la segatura per poter infilare meglio i vermi e quando mio padre finalmente arrivava, era un correre in su e in giù come un cane da caccia intorno al padrone che prepara il fucile, e bisognava fare alla svelta che veniva buio presto. Infilati i beci, montavamo in due sulla bicicletta con le due o tre cassette sul manubrio che io dovevo tenere ben ferme perché se tutti gli ami messi in bella fila e pronti ad essere calati velocemente uno dopo l'altro si fossero accavallati, allora addio pace!
Arrivati al fiume non era ancora finita perché dovevamo trovare due grosse pietre da mettere all'inizio e alla fine della corda, poi una ventina di sassi da intervallare come pesi per fare stare il palamito sul fondo, non tanto tondi perché fosse facile fare loro intorno dei nodi che non scivolassero e infine si partiva, senza sapere per mio conto se ero destinato a calare o a remare.
Ambedue le scelte erano rischiose per me perché‚ se fossi stato al remo, dovevo capire in che direzione andare: se nel mezzo, in diagonale, lungo riva, se rallentare e quando perché la corda non si tendesse troppo da non potervi fare il nodo del sasso, quando fermare perché qualche amo si era agganciato e tutto con mio padre alle spalle visto che avrei remato in avanti con lui seduto a filare a poppa.
Se invece ero io quello che doveva calare, avrei dovuto fare ogni cosa più velocemente e nel migliore dei modi disponibili, perché se rimanevo agganciato ad un amo o non riuscivo a fare un nodo ad un peso, cosa che a terra avrei fatto ad occhi chiusi ma che in barca mi dimenticavo delle mosse giuste, allora erano dolori, ma non dolori nel senso metaforico, ma dolori veri, fisici, provocati dalle remate in testa che avrei preso da mio padre.
Rimpiango ora quelle botte prese per il mio bene, diceva lui, quelle stangate che presi quando cominciavo ad imparare ad usare i remi e mandai la barca diritta in una macchia di rovi che scendevano dalla riva fino sull'acqua e mio padre dentro che smoccolava e si pungeva appena si muoveva ed io che cercavo disperato di farlo uscire di lì con inutili manovre opposte.
Tutto quello che sapeva e mi ha tramandato non è stato spiegando perché si doveva fare così o cosà, andare di lì o di là, ma spronandomi ad osservare le sue manovre, ad osservare la natura intorno, a non fidarsi delle tecniche propagandate da venditori ciarlatani ed ascoltare e filtrare da ogni impurità di vanagloria e superstizione i racconti dei vecchi.
Passavamo intere giornate in Serchio senza scambiare una parola e non ve ne era il bisogno, ero con lui e sapevo che lui era contento di stare con me. Poi venne il giorno che mi disse che quella volta avrebbe fatto tutto quello che io avrei ritenuto giusto e necessario e che era arrivato il mio momento e quella domenica non mi sarei persa la gita in barca neppure se me lo avesse chiesto la Marta, che era una vita che cercavo di uscirci insieme.
L'attesa del sabato era niente in confronto alla emozionante ritirata delle corde la mattina della domenica. La prima manovra era quella di farsi trovare pronto, alzato e vestito, perché non c'era la seconda chiamata con la scusa che la prima era troppo presto e dovevo dormire ancora, poi in barca arrivava il momento della verità! Individuato a fatica il punto dove era sommersa la pietra all'inizio della calata, che la sera prima mio padre aveva buttato, e pareva farlo apposta, quando ero un poco distratto e che la mattina chiedeva sempre a me dove fosse, si cominciava a tirare su.
Dovevamo fare attenzione che non ci fossero attacchi sul fondo o che le anguille rimaste allamate non fossero grosse a tal punto da rompere con un ultimo strattone il bracciolo che aveva resistito tutta la notte salvato dall'elasticità della lunghezza della corda. L'acqua era così limpida che già in lontananza si vedevano le pance bianche delle anguille che giravano ad elica, usando la stessa tecnica praticata per rompere le zampe al granchio  ripario, loro preferito pasto, o per sfilare dal terreno qualche bel vermone, mentre ora giravano e giravano senza che quel pezzetto di roba dura che era rimasto loro in bocca, dopo aver assaggiato quel bel beciotto, potesse essere rotto o tolto.
Le più grosse dovevano essere retinate per sicurezza, ma facendo molta attenzione perché quelle disgraziate, quando vedevano il retino od il manico avvicinarsi loro sott'acqua, aumentavano gli strattoni e la paura raddoppiava le loro forze fino a non sentire la dolorosa e liberatoria rottura del labbro o della mascella.
Nelle mattine più fortunate trovavamo ogni amo occupato ed erano 150, altre volte si salpavano grosse lasche prese di seconda mano perché avevano mangiato piccole anguille golose che si erano allamate precedentemente ed altre volte ancora, ed erano tante, si trovavano i braccioli strappati e allora si fantasticava sulla dimensione della bestia che aveva potuto rompere la corda e questo succedeva quasi sempre nell'Oncino, in buche profonde parecchi metri, dove sembrava ci fossero tane di vecchi anguilloni con le orecchie, diceva mio padre, perché l'anguilla ha le due pinne branchiali più rotonde e pronunciate degli altri pesci e che danno l'impressione di essere davvero orecchi.
Altri sabati, dopo che mio padre aveva studiato ogni sera dei giorni precedenti il colore o la velocità della corrente dell'acqua del Serchio, avevo il compito di ricuperare le esche per le nasse che, per questa pesca, non erano vermi, ma conchiglie.
Si trovavano nei mucchi della rena che il Cinacchino accumulava alla pedata di fronte alla chiesa, oppure andando in barca sulle secche, a pancia in giù, remando piano piano con le mani, per individuare quei conchiglioni marroni che stavano appena appena sotto il pelo della sabbia e che lasciavano una bella scia visibile nel loro cammino sotterraneo. Il mollusco era alla cima o alla fine della fossettina, a seconda fosse andato a destra o a sinistra, bastava infilare la mano e raccoglierlo.
Erano bivalvi della famiglia delle Unio, comunissimi nelle nostre acque dolci, quasi commestibili e che nei fiumi francesi arrivano ad essere così grossi che una valva era usata come tavolozza dagli antichi pittori, tanto da far dare all'animale il nome di "conchiglia dei pittori".
Andando ancora più a Nord, nei fiumi dell'Inghilterra e della Scozia, c'era un'altra forma di Unio che produceva perle, dette "perle di fiume", molto ricercate dai nobili britannici a tal punto da far rischiare l'estinzione della specie per la continua raccolta indiscriminata.
Per me, per i miei tempi, erano solo esche per nasse e bertibelli. Di nuovo, al tramonto, tendevamo lungo le rive, in posizioni che a me sembravano tutte uguali, ma che mio padre sceglieva con cura.
Non capivo che cosa lo spingesse a mettere la trappola a sinistra invece che a destra di un paletto sommerso o di un ciuffo di cannelle, oppure a 30 invece di 40 centimetri dalla riva.
Mettevamo le conchiglie in fondo, nell'ultimo gotto, appena appena rotte che si sentisse l'odore della carne, ma fosse difficile mangiarle e, piantate le ultime due canne dell'ultimo bertibello, di nuovo ad aspettare l'alba per vedere il risultato.
Anche in questa pesca c'erano gli alti e i bassi, giorni in cui non si prendeva nulla o quasi e giorni in cui traspariva anche dalla faccia di mio padre, mentre io urlavo per la gioia di vedere nasse stracolme di anguille che a volercene mettere una di più non ci sarebbe entrata, oppure nel vedere da lontano una o ambedue le canne del bertibello scuotere dalla forza o grossezza dei pesci intrappolati.
Barbi di due chili, lasconi e muggini, anguilloni di calata, erano presi in quelle camere della morte dove ingenuamente i pesci entravano attratti dall'esca o perché qualcosa li spingeva a percorrere quella e solo quella strada.
A Metato ero conosciuto come "Anguillaro", non meritatamente perché ero solo addetto alla vendita delle anguille prese in più ai nostri fabbisogni e che venivano richieste da moltissime famiglie e dalla trattoria "Ugo sul ponte" quando si chiamava così perché c'era davvero Ugo come padrone e oste.
Era costui un omone grossissimo con una faccia rossa e sempre accigliata e che, non so per quale ragione o addirittura per quale malattia, dormiva sempre. Dormiva mentre mesceva un quartino ai barrocciai di passaggio, camionisti di quel tempo, quando giocava a carte con gli amici e anche quando parlava con la gente.
"Ugo, mi manda 'l mi' babbo a sentì se voi un po' d'anguille"
"Tu' pà? Ma di chi siei?"
Io avrei voluto rispondere, ma lui intanto dormiva.
"Sono il figlio di Loreno di Marino"
Qualche secondo, una russatina, una sbirciatina e:
"Si. Portamene u….."
e ridormiva.
Cercai in seguito di mantenere alto il nome di Anguillaro pescando per conto mio con ogni tecnica in ogni tempo in ogni bozza d'acqua.
Migliaia di quelle bestie viscide sono state sbudellate per essere poi fritte, messe in umido o stidionate su fornelli a legna o gratelle improvvisate con fili di ferro intrecciati, dopo essere state strusciate con terra, farina, segatura, sabbia o giornali e fatte poi a pezzi e sempre da vive, perché un muggine si compra e preferisce pulire morto, ma guai se un'anguilla non ti scivola e scappa di mano quando con le forbici ti prepari a tagliarle la testa o infilare il coltello in quel buchettino alla fine della bianca pancia.
Mia madre si era specializzata nel cuocere la anguille in umido, con tanto pomodoro e peperoncino, per poi diliscarle ancora belle calde e condire gli spaghetti con quella salsa. Se le anguille erano belle grosse, allora si tagliavano a pezzi e si infilavano in un bastoncino di stipa, inframezzandole con fogliette di salvia, lasciando che tutto il grasso colasse dalle estremità.
Ma la cottura migliore era, ed è rimasta, la frittura.
I pezzi dell'anguilla, fatta in tre o quattro, venivano passati in farina bianca di grano o gialla di granoturco e cotti in padelle di ferro piene di buon olio d'oliva.
Al Teatro del Popolo, a Migliarino, si festeggiava l'agosto con corse in barca a remi e remetti di mattina mentre il pomeriggio il Vanni, il Vitello e Baruffa cuocevano bomboloni e anguille in enormi padelloni e la fila della gente si faceva sempre intorno al tavolino che serviva queste ultime, vendute a manate e messe in cartocci di carta gialla da macellaio.
In primavera, specialmente la mattina di Pasqua, facevamo un'altra pesca: quella con la fiocina ai "buchi".
In quell'occasione era mio padre che stava sdraiato a prua con la testa vicinissima all'acqua per eliminare il riverbero del sole, in mano una lunga pertica di olmo con in cima una fiocina coi denti vicinissimi l'uno all'altro, affilati e ben uncinati.
Data la limpidezza dell'acqua si vedevano sul fondo le tane delle anguille, cioè due fori nella sabbia: uno era l'entrata e l'altro l'uscita, distanti tra loro al massimo venti centimetri.
Le anguille uscivano solo di notte per le loro scorribande gastronomiche, mentre di giorno stavano al riparo da uomini ed animali dentro quelle angustissime feritoie da dove nessuno poteva stanarle.
Io remavo piano piano, stando ben attento ai cenni della mano di mio padre che mi indicava la direzione, la fermata, l'andatura da tenere. Quando si scorgevano i due fori ben netti, "freschi", allora significava che quasi sempre l'anguilla era in casa.
La botta doveva essere forte, precisa, diretta al centro della "stanza", fino a sentire scricchiolare la carne penetrata dal ferro. Si tirava allora l’asta fuori dall’acqua, si toglieva l'animale strusciando la fiocina su una tavoletta fissata nel centro della barca, perché con la mani era molto difficile riuscire a sfilare l'anguilla con il rischio anche di ferirsi, e di nuovo a pancia in giù a vedere altri buchi e dare altre botte.
Così, di metro in metro, due fori alla volta, si viaggiava per ore e ore, arrivando a volte quasi al mare e facendo tardi anche per il pranzo.
Finita la pesca dovevamo tornare in fretta a casa e mio padre allora diceva:
"Dai, forza, rema che ho fame!"
A dire la verità all'andata avevo sempre remato io e avrei remato anche al ritorno, e mi stava bene, ma in cambio avrei voluto che mi facesse dare una fiocinata anche a me, fosse anche per scherzo all'acqua e finalmente una volta, dopo aver implorato e pianto mezz'ora, ebbi la mia soddisfazione.
La prima botta fu un paletto invece che un'anguilla e lui continuò a spingere la barca in avanti, la fiocina aveva fatto presa, io tenevo il bastone ben stretto in mano, il bordo della barca fece da leva e mi rimase in mano un pezzetto di legno troncato.
Ai remi!!
Quando ero solo a casa prendevo la nuova fiocina rifatta da Ferramicci e andavo a infilzare ogni cosa morbida che trovavo: cocomeri, patate, zucche e pomodori.
Avrei cercato di fiocinare anche le lucertole, ma non lo facevo non perché mi dispiacesse ammazzare quelle bestie, ma perché stavano sempre sui muretti e sui sassi e se avessi spuntato o rotto la fiocina, allora avrei fatto la fine delle "sottellere".

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14/3/2022 - 16:34

AUTORE:
bat 21

bellissima storia di come era la vita, mi torna in mente la mia infanzia quando io e il mio babbo andavamo a pescare le anguille a bocca d' Arno ,perche io non sono nativo delle sponde del Serchio ma le esperienze di chi vive lungo un fiume non sono molto diverse e oggi che sono 45 anni che vivo molto vicino al fiume Serchio capisco l'importanza di queste storie