Il 2025 si chiude anche per la Pro Loco Ripafratta "Salviamo La Rocca", e come da tradizione l'associazione incontra i propri soci, sostenitori e amici dalle 18 alle 20 per un brindisi di auguri, per tirare le somme dell'anno appena concluso e per presentare le attività del 2026.
Il 5 gennaio pomeriggio aprirà la Casa della Befana, presso l’ex Asilo Villa Danielli Stefanini, con musica, luci, biscotti e bevande calde.
Alle 18 circa l’arrivo della Befana dal campanile
Referendum decisivo e oltre i partiti, di Luca Diotallevi
Dal 1946 in avanti la storia dei referendum italiani è stata molto varia. Abbiamo avuto referendum inutili (dei quali si è persa la memoria), dannosi (si pensi a quello con il quale ci siamo preclusi ogni forma di nucleare civile), ma abbiamo avuto anche referendum decisivi: alcuni di questi costituzionali di nome di fatto, altri solo di fatto pur senza esserlo di nome.
I referendum decisivi si riconoscono perché – per così dire – non si sono limitati a segnare un goal, prima ancora il loro esito ha ridisegnato i confini del campo di gioco. Dopo lo svolgimento di questi referendum il gioco democratico è proseguito in uno spazio diverso da quello entro il quale si era svolto sino a quel momento. Chi era rimasto dentro il nuovo spazio continuava a giocare, chi se ne era posto fuori fuori è rimasto, e per poter tornare a giocare ha dovuto pagare un prezzo elevatissimo.
Il caso tipico, ma non unico, di referendum decisivo è stato quello della scelta tra monarchia e repubblica. Il quasi 46% che aveva scelto monarchia non scomparve dalla scena politica, ma per rientrarvi dovette accettare di giocare in uno spazio molto diverso da quello che aveva strenuamente difeso.
Di referendum decisivi non ne abbiamo avuti molti, ovviamente: gli eventi decisivi sono pochi per definizione. Potremmo ricordare i referendum della fine anni ’80 sulla legge elettorale, ma forse è più utile ricordarne altri due. Nel 1974, contro molte aspettative, tanto da destra quanto da sinistra, gli italiani e le italiane scelsero di non abrogare la legge che aveva reintrodotto la possibilità del divorzio. Nel 1985 gli italiani e le italiane scelsero di non cancellare l’accordo sulla scala mobile con il quale il governo e la maggior parte delle organizzazioni di imprenditori e di lavoratori dipendenti avevano scelto di combattere l’inflazione.
La grande diversità quanto alla materia potrebbe non far riconoscere l’elemento di somiglianza tra le due consultazioni referendarie. Sia l’una che l’altra contribuirono a rimodellare i contorni della democrazia italiana. La prima negò alla Chiesa cattolica, ed in particolare alla sua gerarchia, e la seconda negò al blocco CGIL-PCI non il diritto di cittadinanza democratica, ma qualcosa di molto simile ad un diritto di veto. I cattolici potevano far valere tutte le loro tante buone ragioni, ma non potevano pretendere alcuna dipendenza tra legislazione civile e legislazione canonica. Similmente il blocco CGIL-PCI non poteva più pretendere di dirsi nelle piazze alternativo e disinteressato al governo e poi però imporre al paese i costi altissimi di un regime consociativo il quale si reggeva su qualcosa di molto simile ad un diritto di veto da parte di questo blocco. L’esito di quei due referendum spostò le linee i confini del campo nel quale si gioca in Italia la partita della democrazia.
Il carattere decisivo dei referendum su divorzio e scala mobile si rivela nel fatto che, dopo di allora, a parte frange irrilevanti, né i cattolici né il complesso CGIL-PCI hanno preteso di tornare indietro, anzi: non se lo sono neppure sognato. Al contrario, la vicenda del cattolicesimo politico e quella della sinistra sono proseguite imboccando la strada indicata da quei pochi cattolici che nel ’74 e da quei pochi riformisti di sinistra che nell’’85 avevano avuto il coraggio di prendere le distanze dal grosso delle proprie tribù.
Il prossimo referendum sulla «divisione delle carriere» tra i giudici e quegli avvocati che chiamiamo «pubblici ministeri» è seriamente candidato ad essere un referendum decisivo. Nonostante quanto stabilito dal secondo comma dell’art.111 della Costituzione Italiana, ovvero che «ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale», questa come altre parti della Carta attende ancora di essere applicata; e ciò anche nonostante la riforma Vassalli di fine anni ’80 ne abbia reso la applicazione ancora più urgente. Ad oggi, tra tutte le democrazie liberali praticamente solo in Italia una delle due parti in giudizio (quella dei pubblici ministeri) appartiene alla medesima organizzazione alla quale appartiene la parte terza ovvero il giudice, giudice che tra le due parti è chiamato ad essere imparziale e dunque da ciascuna egualmente svincolato. Per far solo un esempio, ad oggi le carriere di ogni singolo giudice sono decise da un organismo alla elezione del quale partecipano e sui seggi del quale siedono anche i rappresentanti dei pubblici ministeri, ovvero di una due parti in giudizio.
Se gli elettori e le elettrici – presumibilmente in Primavera – confermeranno la riforma approvata dal Parlamento, con la vittoria del «sì» nel referendum i rapporti tra cittadini, giustizia e politica non saranno più gli stessi di oggi.
Tre ultime osservazioni.
Una caratteristica dei referendum, ed in particolare di quelli decisivi, è la impossibilità di trasformare la maggioranza referendaria in maggioranza politica. Non successe nel ’46, non successe nel ’74, né nell’’85, né per i referendum sulla legge elettorale e in nessuno dei pochi altri casi di referendum decisivi. Per rimanere nella metafora, gli italiani e le italiane conoscono bene la differenza tra la linea del fallo laterale e la linea del goal.
Il «campo largo», incapace di esprimere un «governo ombra» e dunque anche delle proposte alternative e costruttive in materia di giustizia, rischia di pagare un prezzo altissimo ad una eventuale sconfitta nel referendum. Se la riforma uscirà confermata dalle urne (come al momento parrebbe dai sondaggi), per il Pd ricominciare sarà durissimo e altissimo il prezzo politico da pagare. Dovrà contraddire il suo essersi contraddetto, visto che quella della separazione in origine era una battaglia anche sua. Inevitabilmente si tratterà di ricominciare dalla strada che pochi riformisti ora indicano mostrando il coraggio di negarsi alla Schlein ed ai Cinque Stelle.
Infine, la segreteria Schlein appare prossima al capolinea. Mollata dai maggiorenti che tre anni fa la vollero o non la sfidarono, l’on.le Schlein potrebbe non sopravvivere politicamente ad una eventuale seconda ed anche questa prevedibilissima sconfitta referendaria. Forse, però, a preoccuparsi di questo eventuale esito è la maggioranza e la premier più di tanti altri. Sinché a sinistra prevale il massimalismo il centro-destra può dormire sonni tranquilli.
Da Il Messaggero, 5 novembre 2025