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Alle 18 circa l’arrivo della Befana dal campanile
La vera riforma della giustizia? Rifare il Csm, non combattere battaglie ideologiche
Il nodo non è la separazione delle carriere. Il vero cuore della riforma è il Csm: un organo di garanzia che da decenni non garantisce più e che oggi va ricostruito per restituire credibilità all’intero sistema giudiziario.
In Italia ogni dibattito sulla giustizia finisce per concentrarsi su ciò che è più visibile, più emotivo, più simbolico. Questa volta l’oggetto del contendere è la separazione delle carriere, trasformata in uno scontro ideologico tra “garantisti” e “nemici della magistratura”. Ma la verità è che quella, pur importante, non è la riforma decisiva. È un aspetto del sistema, non il suo cuore.
Il punto centrale – il punto che davvero può cambiare la giustizia italiana – è un altro, e da anni tutti lo sanno: il Csm.
Il Consiglio superiore della magistratura è l’organo che dovrebbe garantire autonomia e indipendenza dei giudici. Ma oggi, troppo spesso, non garantisce nulla: né imparzialità, né trasparenza, né distanza dai poteri che dovrebbe tenere fuori dalle aule.
Non è un’accusa politica. È un dato di fatto.
La Costituzione aveva immaginato il Csm come uno scudo contro l’invadenza della politica. Nel tempo, però, si è verificato il contrario: non è la politica a dettare la linea alla magistratura, ma sono le correnti interne a condizionare l’organo che dovrebbe autogovernarla.
Ne è derivato un sistema di nomine dominato da logiche associative, spartizioni interne, equilibri da “piccoli partiti”.
Un organo che dovrebbe difendere la terzietà si è trasformato in un’arena in cui l’appartenenza pesa più del merito.
Qui sta il vero malfunzionamento strutturale della giustizia italiana. E qui deve intervenire la riforma.
La previsione di una componente togata selezionata tramite sorteggio tra magistrati con requisiti precisi non è un capriccio. È il tentativo di interrompere la filiera delle correnti, che negli anni si sono trasformate da luoghi culturali in veri centri di influenza.
È paradossale, ma oggi la minaccia all’indipendenza non viene dall’esterno: nasce all’interno, quando gruppi organizzati dettano la linea sulle carriere, sulle promozioni, sulle nomine ai vertici degli uffici giudiziari.
Riformare il Csm significa spezzare questo circuito.
E restituire all’organo di autogoverno la funzione che aveva in origine: garantire, non rappresentare.
La riforma crea anche un nuovo sistema disciplinare, con un giudice autonomo, modellato sulla struttura della Corte costituzionale. Una risposta necessaria a un problema reale: la difficoltà del Csm di giudicare comportamenti interni quando gli stessi soggetti appartengono a correnti che pesano sulla sua composizione.
Una volta rimesso ordine nel Csm, diventa più semplice affrontare il resto.
La separazione tra chi accusa e chi giudica non è un attacco all’indipendenza: è una conseguenza logica del processo accusatorio, adottato dall’Italia ormai da decenni. Ma anche questa scelta, di per sé coerente con la tradizione liberale e garantista, rischia di diventare inutile se l’organo che deve governare la magistratura resta intrappolato nelle stesse logiche di potere.
La riforma è chiara: l’indipendenza dei pubblici ministeri rimane intatta.Quello che cambia è il modo in cui vengono governate carriere, valutazioni, nomine. Ed è questo che può restituire fiducia ai cittadini.
Senza un Csm credibile non esiste giustizia credibile.
Si possono cambiare i codici, i riti, i termini processuali; si possono ridisegnare ruoli e funzioni; si può discutere per anni sulla filosofia del processo. Ma se l’organo di autogoverno resta un luogo opaco, dominato da gruppi interni, nessuna riforma reggerà.
La lentezza dei processi, la sfiducia dei cittadini, la percezione di una magistratura “politicizzata” – tutte queste patologie non vengono dalle norme, ma dal modo in cui l’ordine giudiziario si organizza internamente. Ed è questo che la riforma prova a correggere.
Il dibattito politico preferisce concentrarsi su ciò che divide. Ma il vero motivo per cui questa riforma incontra resistenze non è la difesa dell’indipendenza dei giudici: è la difesa del potere delle correnti, un potere accumulato negli anni e mai davvero messo in discussione.
Mettere mano al Csm significa togliere scudi, rendere trasparenti meccanismi interni, ridurre l’influenza delle appartenenze, restituire la magistratura alla sua funzione costituzionale. Non è una battaglia contro i magistrati. È una battaglia a favore della giustizia.
Il paese non è chiamato a dare un giudizio politico.
È chiamato a dire se vuole un Csm che torni a essere un organo di garanzia e non un’arena di potere.
È chiamato a decidere se l’indipendenza deve essere una bandiera o una realtà.È chiamato a scegliere tra lo status quo e un sistema più trasparente, più ordinato, più giusto.
Tutto il resto – carriere, funzioni, modelli – viene dopo.
La vera riforma, quella che può cambiare davvero la giustizia italiana, è solo una: rifare il Csm.