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Alle 18 circa l’arrivo della Befana dal campanile
Occupy Elly - Prodi, Franceschini, Bersani, i riformisti, ora Schlein sembra fritta
La segretaria del Partito democratico non viene considerata all’altezza delle prove di governo nemmeno dai padri nobili del Pd, soprattutto quando la discussione tocca l’economia. E così è cominciata la partita per sostituirla, c’è chi dice addirittura con Bonaccini
Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Partito comunista italiano, uomo di una certa esperienza, diciamo, ha detto a la Stampa una cosa semplice e insieme terribilmente complicata. Secondo lui sarebbero due le vie per individuare il candidato presidente del Consiglio del centrosinistra: o si adotta il criterio scelto dalla destra, per cui la leadership spetta al capo del partito più forte, oppure si chiudono i leader in una stanza finché non ne escono con un nome condiviso.
Ma, aggiungiamo, esiste anche una terza via che anzi dovrebbe essere quella maestra: le primarie, mito democratico per eccellenza, le file dei cittadini ai gazebo, il rito di massa che almeno per un giorno connette politica e popolo, certo anche esteticamente preferibile a un conclave di capipartito. Eppure proprio quella via oggi sembra la più impervia.
Non che le primarie siano scartate fin d’ora, questo no. Ma per alcuni è troppo alto il rischio di lacerazioni poi difficili da rimarginare durante la campagna elettorale vera e propria: se prevalesse Elly Schlein, per dire, tutti gli elettori del Movimento 5 stelle la voterebbero? Allora elezioni vere? E sono troppi persino i pericoli di infiltrati alle primarie per condizionarne l’esito, troppa l’incertezza sul vincitore (le altre volte era designato, Romano Prodi, Walter Veltroni, o quasi: Pierluigi Bersani). Sta di fatto che l’uomo che compì la clamorosa impresa di chiudere il Pci — e che oggi si avvicina ai novant’anni con l’eleganza di chi ha visto tutto e tutto può permettersi di dire — sembra voler sdoganare il ritorno all’antico: la scelta per la via di un caminetto, appunto la riunione dei grandi capi.
Ora, tutti sanno che la questione del nome del candidato presidente del Consiglio del centrosinistra è la vera posta in palio e insieme il sintomo di un male più profondo: la frammentazione del campo, la reciproca diffidenza dei suoi protagonisti. Nessuno infatti sembra in grado di rappresentare tutti e, per converso, tutti si sentono autorizzati a porre veti. È il regno paralizzante dei niet.
Schlein, per esempio, si trova a fronteggiare un muro di freddezze, quando non di aperte ostilità. Giuseppe Conte la respinge, volendo correre per sé; ma anche nel suo stesso partito i nomi pesanti — Dario Franceschini, Paolo Gentiloni, forse anche Pier Luigi Bersani e Andrea Orlando, persino Goffredo Bettini — tacciono, rimuginano, immaginano nuove soluzioni. Per non dire, da fuori, di Romano Prodi, che fu il padre dell’Ulivo, e il più silente Walter Veltroni, che ne fu il figlio spirituale, che non ripongono grandi speranze nell’attuale leader del Pd.
Le ragioni possono essere molteplici ma infine riconducibili a una principale: il dubbio crescente che Elly Schlein non abbia la stoffa del governo, non maneggiando la materia principale, l’economia, e che non disponga attorno a sé di particolari competenze; e il giudizio espresso da economisti come Salvatore Rossi e Carlo Cottarelli sulla sua proposta di patrimoniale europea non ha certo aiutato.
Si tratta, peraltro, degli stessi dubbi che gravano su figure di cui si parla molto, come Silvia Salis; meno in questo senso su Ernesto Maria Ruffini, già direttore dell’Agenzia per le entrate, che sta per scendere in campo e che semmai sconta la poca frequentazione con la lotta politica.
Così spunta un altro nome — un altro ballon d’essai? — cioè quello di Stefano Bonaccini: uomo di amministrazione, di governo. Una figura che potrebbe incarnare quella divisione delle carriere di cui ha scritto Francesco Verderami sul Corriere della Sera: Schlein al partito, Bonaccini al governo, secondo un modello che richiama alla mente le alchimie della vecchia Democrazia cristiana. Il tutto naturalmente sotto il segno della concordia, con il consenso di Conte, magari designato come vicepremier, e degli altri alleati.
Ma la concordia, nel centrosinistra, è parola fragile. E questa ipotesi apparirebbe a Schlein, che tiene moltissimo a sfidare Giorgia Meloni, come un’umiliazione, non come una soluzione. Per questo alla numero uno del Nazareno verrebbe fatto osservare che è meglio essere protagonista di un accordo che esserne la vittima, meglio condividere una rotta che rischiare di affondare nel mare delle illusioni perdute. Vedremo cosa e chi prevarrà, tra il fuoco del caminetto e la luce del gazebo.