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E' comparso su una importante giornale online nazionale, Citynews, nel suo supplemento Cibonews, un articolo a firma di Cristina Rombolà su una recente realtà gastronomica ideata e gestita da personaggi operanti nel nostro territorio grandemente apprezzati.A novembre scorso ha aperto a Pisa BONA, gastronomia con pizza del maestro Stefano Bonamici, in collaborazione con l'azienda PachinEat.Riportiamo l'articolo, certi di fare cosa gradita ai tanti cittadini che apprezzano le creazioni e i prodotti conosciuti a Vecchiano e a San Giuliano in Agrifiera.

Un amico ha mandata questa risposta data alla domanda .....
Ma i vari Mosso, Lavia e compagnia al seguito non .....
Si vede che ieri sera era capodanno, ancora non ha .....
Sapete perché alla Elly non riesce mancopegnende a .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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AMARSI

Amarsi è scendere nei ricordi,
festeggiare i momenti .....
Non ascoltare tutti i
consigli degli anziani,
anche gli imbecilli
INVECCHIANO.
di Umberto Mosso
LE ALTRE VITTIME.

5/12/2025 - 13:14

LE ALTRE VITTIME.

 

Non c’è motivo di disprezzare chi ha creduto ai numeri diffusi da Hamas, perché è vittimA di una guerra diversa, non meno feroce di quella combattuta sul terreno.

È la guerra ibrida, che trasforma la mente in un campo di battaglia e la occupa come se fosse un territorio conquistato. Usando false informazioni come arma principale, spesso con la perizia di una produzione cinematografica. Un set costruito per alimentare odio antisemita, sensi di colpa, schieramenti emotivi. Quando le ostilità rallentano, lo sguardo diventa meno opaco e il quadro appare più complesso. Sotto le città bombardate emergono altre città sotterranee, fatte di tunnel, caserme, arsenali, centri di comando da cui migliaia di miliziani operavano al riparo, usando scuole, case e ospedali come scudi dietro i quali colpire e, soprattutto, ripararsi dai colpi.

Resta il nodo dei 70 mila morti: un numero ripetuto ovunque, ma che non trova corrispondenza in cimiteri, fosse comuni o altri segni che una tale strage renderebbe inconfondibili.Se quei corpi fossero sotto le macerie, l’aria sarebbe irrespirabile. Eppure non è così. Nel frattempo, la vita riprende, tra tende e baracche spuntano mercati improvvisati, un negozio di Nutella dietro un muro crollato, un parrucchiere poco più in là. Nella zona verde, gli ultimi uomini di Hamas vendono a caro prezzo gli aiuti umanitari trafugati. A scuotere il fronte mediatico è arrivata la nuova funzione di geolocalizzazione su X, che ha rivelato come molte presunte "dirette da Gaza” fossero in realtà trasmesse da Polonia, Regno Unito, Belgio, Turchia, India, Pakistan. Il “reporter nell’inferno di Gaza” parlava dall’Arabia Saudita; la “madre disperata del campo profughi” era in India; lo “scrittore palestinese tra le macerie”, in Polonia. Anche i servizi fotografici costruiti con bambini e pentole nuove erano parte di questa messa in scena globale. Non si tratta di negare che l’intervento israeliano sia stato eccessivo, lo ha ammesso perfino il capo di Stato maggiore dell’IDF. Ma di riconoscere che la strategia ibrida di Hamas, che ha programmato non solo la strage del 7 ottobre e la presa degli ostaggi, ma anche il sacrificio dei propri civili per alimentare l’odio antisemita e isolare Israele, ha inciso profondamente sull’opinione pubblica occidentale. E il governo Netanyahu non ha saputo prevedere, né contrastare, questo fronte cruciale della guerra.

Hamas sapeva di non poter vincere sul campo. La superiorità militare israeliana era fuori discussione. Ma ha capito che un’altra partita era possibile, quella dell’odio seminato nelle società occidentali, proprio quelle verso cui si stavano riavvicinando i Paesi arabi stanchi di guerra, quelle che per decenni avevano sostenuto il popolo ebraico.In questa partita, Hamas ha messo in conto tutto, le vittime civili intrappolate tra due fuochi, e persino la propria decimazione, rimessa – nella sua narrativa – al giudizio di un Dio onnipotente e misericordioso. Così, mentre la guerra convenzionale veniva perduta, quella ibrida produceva il suo risultato, un antisemitismo diffuso, travestito spesso da antisionismo digerito da una parte dell’opinione pubblica come distinzione accettabile. Una vittoria per il jihadismo “patriottico”, che ha saputo insinuarsi nelle fratture culturali occidentali, amplificandole. Ed è qui che si manifesta l’esito più amaro del militarismo della destra israeliana. Una strategia senza prospettiva, che scambia la legittima esigenza di sicurezza con la normalizzazione dell’assedio permanente; che considera lo Stato palestinese un rischio, e non una necessità per spezzare il ciclo infinito delle ostilità. Una politica che finisce per rendere la minaccia costante non solo una condizione, ma quasi un destino. La domanda allora si impone, semplice e spietata: come si può pensare che questa sia la vita desiderabile per il popolo e per lo Stato di Israele? Una sicurezza costruita su una guerra senza fine non è sicurezza, ma una trappola.E lascia a Hamas, paradossalmente, il vantaggio nella battaglia che oggi pesa di più, quella per le menti, le emozioni e il giudizio del mondo.

A emergere, oggi, sono le menti colonizzate, persone che fino a ieri riconoscevano la legittimità dello Stato di Israele e che ora, quasi fossero mullah iraniani, ne ripetono la delegittimazione come fosse un dogma.È l’effetto di una guerra ibrida che arruola senza dichiararlo persone convinte di combattere una battaglia di giustizia mentre replicano slogan confezionati altrove.Sono menti trascinate in piazza da cattivi maestri che replicano quelli che negli anni Settanta alimentarono gli scontri poi sfociati negli anni di piombo. Un tempo in cui la manipolazione politica trasformava le proteste in terreno fertile per l’estremismo e le piazze in serbatoi di militanza cieca.

Così, mentre la guerra convenzionale si spegne e quella ibrida continua a plasmare opinioni e schieramenti, il rischio è che un’intera generazione finisca arruolata senza saperlo. Non nelle file di un esercito, ma in quelle più insidiose delle narrazioni tossiche, dove la rabbia vale più dei fatti e la propaganda più della verità.

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