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LA BATTIGIA
di Trilussa



5/4/2009- LADRI DI STELLE
“Ladri di stelle” è il titolo di un libro scritto da un poliziotto. Un poliziotto figlio di emigranti poi rientrato in Italia dove ha trovato lavoro nelle forze dell’ordine


LADRI DI STELLE



“Ladri di stelle” è il titolo di un libro scritto da un poliziotto. Un poliziotto figlio di emigranti poi rientrato in Italia dove ha trovato lavoro nelle forze dell’ordine come ispettore di frontiera. Uno strano caso di inversione di ruoli che gli ha permesso di vedere il fenomeno immigrazione sotto una luce particolare, quella di chi ha provato sulla propria pelle di essere “dall’altra parte”.

Il libro prende spunto da un fatto vero accaduto al poliziotto in occasione dell’arrivo a Bari, l’8 agosto del 1991, di una vecchia nave da carico con a bordo 20.000 albanesi in fuga dalla loro terra e dal loro regime dittatoriale.

Il 1990-91 è infatti il periodo in cui ci furono ripetute ed imponenti fughe di persone dall’Albania tanto che il successore del dittatore Enver Hoxha, morto nel 1985, fu costretto alla fine a concedere le prime elezioni politiche della storia del paese, che si svolsero nel 1992.

Quella che arriva nel porto di Bari nell’estate del ’91 è una vecchia e malridotta nave da carico stracolma di persone, dalla stiva fino all’albero maestro. Perfino sul radar è sistemato un clandestino che per tutto il viaggio deve alzare una gamba ogni volta che l’apparecchio ruota. Una situazione sicuramente comica se non inserita nel contesto drammatico della vicenda.

Dopo aver fatto sbarcare i clandestini e averli condotti allo stadio (non siamo mai pronti per queste evenienze!) il militare incontra di sera un ragazzino sotto un lampione, uno di quelli sfuggiti alla sorveglianza. Lo prende per mano e si avvia per ricondurlo ai genitori.

Durante il tragitto il ragazzino domanda al militare”come mai qui avete cosi poche stelle?”. Il militare rimane un po’ sconcertato da questa strana domanda e non sapendo cosa dire risponde “perché ce le avete rubate voi!”. Le luci della città affievoliscono l’oscurità notturna e molte stelle si rendono invisibili. Il ragazzino viveva probabilmente in un villaggio sperduto dove forse mancava o era molto ridotta, l’illuminazione pubblica.

La prima cosa da dire è che i nostri ragazzi hanno perduto oramai la bellezza di una notte stellata.

Forse in qualche notte d’estate, su qualche spiaggia deserta, si possono rendere conto del fascino straordinario e magico di una volta celeste ma non sempre perché molto spesso musica ad alto volume, alcol e stimolanti tendono a offuscare questa meraviglia. Meraviglia che un tempo avevamo sotto gli occhi o andavamo a cercare in qualche viottolo di campagna o sul mare. E’ uno spettacolo straordinario e capace di suscitare forti emozioni anche senza bisogno di incoraggiamenti chimici. Sarebbe utile incoraggiare i nostri giovani a ritrovare le meraviglie della natura, insegnare loro a cercare le emozioni nel nostro mondo, nei nostri paesaggi, nelle nostre notti fatte per essere osservate, condivise magari con chi si ama, e non utilizzate per lo sballo che lascia l’amaro in bocca e la tristezza nel cuore.

Ma tornando al bambino che cercava le stelle bisogna dire che ora è cresciuto e vive e lavora in Italia. Perché per alcuni giorni fu affidato ad una famiglia di Bari dove per alcune vicende e volontà della famiglia originaria rimase fino all’età adulta imparando un mestiere e integrandosi perfettamente nella nostra comunità.

C’è da dire che questa prima ondata di immigrazione era prevalentemente albanese e i fuggiaschi non erano solo disgraziati che venivano a cercare in Italia un lavoro ed un futuro migliore ma c’erano anche artisti, gente di cultura, laureati che sfuggivano dalla dittatura feroce di quel paese.

Anche ora dall’Africa, il luogo di origine attuale della maggiore immigrazione, arrivano perseguitati politici ma rappresentano solo una minima parte rispetto a chi sfugge guerre, carestie, povertà, mancanza di lavoro e di futuro.

E’ un problema molto grande e complesso e la soluzione non è certo facile. Penso che ad affrontare questa situazione sempre più drammatica dovrebbe essere l’Europa intera perché il nostro paese è solo la frontiera, la porta da cui si può entrare e non l’obbiettivo finale dei flussi migratori. Molti immigrati (ora diventati “migranti”, ma sono sempre i soliti disgraziati) hanno infatti come obbiettivo finale altri paesi europei dove abitano parenti o amici emigrati prima di loro.

Solo l’Europa intera ed unita avrebbe la possibilità di incidere in maniera significativa su questo fenomeno con accordi bilaterali con i paesi da cui questo fenomeno prende inizio fornendo loro tecnologie e aiuti. Tecnologie e aiuti finalizzati sia al contrasto della criminalità che sta dietro a questo busines milionario, ma soprattutto dedicati ad un reale sviluppo dei paesi interessati.

Bisognerebbe per la prima volta riuscire ad invertire l’interesse che i paesi forti hanno sempre avuto per quelli più deboli: non un intervento quindi per depredare le loro ricchezze naturali, affamare la parte più povera della popolazione, guidare economicamente e militarmente la loro politica nazionale imponendo quella di proprio gradimento, limitarne di fatto la sovranità, ma al contrario intervenire per favorirne lo sviluppo, la creazione di un tessuto industriale e commerciale, un tessuto vitale per la creazione di opportunità di impiego, di posti di lavoro, di futuro non legato esclusivamente all’abbandono del luogo di origine.

Ritengo quindi che solo un intervento concordato almeno con l’Unione Europea nei paesi di origine dei flussi migratori potrebbe essere un elemento in grado di prevenire, o almeno ridurre, questo massiccio esodo di persone.

Un esodo destinato purtroppo, in assenza di interventi consistenti, ad aumentare nei prossimi anni
poiché, pur nella loro condizione di povertà, sono sempre di più coloro che dispongono dei denari sufficienti alla traversata e il giro di affari che questo produce alimenta in continuazione il numero di personaggi che da questo traffico traggono enormi vantaggi.

Del resto come si può non capire e partecipare al desiderio e alla speranza che anima queste persone nate in paesi dove si fa la fame o dove vi sono guerre crudeli e dimenticate (spesso nella più totale indifferenza del mondo politico e mediatico) e che si affidano a questa avventura, piena di incognite e di rischi, pur di avere la possibilità di una vita se non agiata almeno un poco migliore, attaccati alla minima speranza di un futuro migliore per se e per i propri figli.

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