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SEGNALI DI FUMO
di Madamadoré



14/5/2009- LAVORO, SI GRAZIE
Cosa ti piacerebbe fare da grande? Classica domanda che si fa ai bambini, che rappresenta il sogno, il desiderio puro, il piacere che coglie l’immaginario dei bambini.


LAVORO, SI GRAZIE



Cosa ti piacerebbe fare da grande?

Classica domanda che si fa ai bambini, che rappresenta il sogno, il desiderio puro, il piacere che coglie l’immaginario dei bambini. Ma che non è una risposta neutra, racconta qualcosa della cultura in cui sono immersi.

Se la stessa domanda la facciamo in un’altra fase della vita, quando i ragazzi devono scegliere la scuola che in percentuale deciderà o segnerà un ipotetico futuro, la risposta diventa più difficile, il sogno o il desiderio sono già fortemente ridimensionati. Il senso di realtà si fa, o almeno si dovrebbe far sentire.

La scelta di quale strada imboccare è determinante per la nostra vita: che lavoro fai e come lo fai ha un peso enorme nella nostra esistenza, per spazio e tempo occupati dal lavoro e per il valore che ha e per quello che gli attribuiamo.

L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Si, ma quale?

Il lavoro nobilita l’uomo. Si, ma quale?

Che valore ha oggi il lavoro?

Lavorare stanca e si lavora per necessità. Certamente si, ma non è tutto qui.

Non si lavora più solo per vivere e mantenere la prole, si lavora anche per la soddisfazione personale, per un’autorealizzazione, per un riconoscimento sociale del nostro valore.

Per i miei genitori i figli che studiavano e che sceglievano di costruirsi un futuro diverso dal loro, rappresentavano senza dubbio un miglioramento, un’emancipazione di status o di ceto. Il lavoro per noi voleva dire questo, emancipazione e potere personale, empowerment.

Negli ultimi decenni è accaduto qualcosa di devastante per la cultura del lavoro. Un qualcosa che ha prodotto effetti lenti, impercettibili ma potenti.

E’ iniziata una sottile, ma inesorabile opera di dequalificazione e svalorizzazione del lavoro.

E’ evidente la forbice sempre più aperta tra chi lavora per necessità, duramente, con scarse tutele e chi lavora per realizzare se stesso, con gratificazione personale, con riconoscimento sociale alto.

Lavorare stanca e si lavora sempre di più logorando relazioni importanti come quelle familiari, logorandoci non avendo più spazi e tempi per noi stessi.

Ci hanno definito drogati di lavoro, ma come lo siamo diventati e perché?

Oggi le differenze sociali sono sempre più individuabili nelle possibilità di soddisfare i propri bisogni di consumo. Il consumo di merci e il possesso di beni sono uno dei linguaggi più potenti per la costruzione e il mantenimento della propria identità.

Un’identità fragile e mutevole, in continuo movimento così come lo sono i beni e le merci che si devono consumare.

Un’identità fragile e mutevole come lo sono le nuove forme di lavoro: flessibilità e precarietà sono le parole d’ordine.



La flessibilità declinata in mille forme, il tempo determinato nel quale l’investimento sul futuro è circoscritto all’arco di un mese o giù di lì; nel quale combattere, certo con un po’ di disincanto post-moderno, per una casa, per potersi permettere di avere un figlio, una qualche stabilità e orizzonte futuro.

Questo è quello che si racconta in un libro dal titolo esplicativo: “Sono come tu mi vuoi”, un libro in cui si racconta la crescente fetta di società italiana che proprio attraverso un rapporto di lavoro instabile e dequalificato definisce la propria identità, ancorché in molti casi per via negativa («non posso comprare una casa», «non posso mettere in piedi una famiglia», «non posso fare carriera» ecc.).

Da questo libro, ma anche guardandosi intorno si capisce che non c’è più la convinzione che la flessibilità sia una scelta e una libertà. Anzi, ora s’affaccia un’“etica” della precarietà nella quale la condizione di sempre più italiani è quella che è, e con quella tocca fare i conti.


“Il precario – spiegava Giuseppe De Rita qualche settimana fa in un’intervista a Repubblica – farebbe meglio ad abituarsi a vivere in un mercato del lavoro che è diventato molecolare. Il precariato è elasticità: questo è il destino, il futuro.”

Parole dure da digerire, ma non preoccupiamoci c’è chi fornisce un cambio di ottica radicale, che parte da un assunto incontrovertibile: la vera ricchezza oggi è il tempo, e chi ne ha di più? I nostri bamboccioni, disoccupati si, ma, con una famiglia alle spalle, sono senza problemi veri di sostentamento. L’unico sconforto di questi “nuovi ricchi” è la mancanza di possibilità per soddisfare pienamente i propri bisogni di consumo compulsivo. ( Movimento Zero)

Che valore ha il lavoro oggi? La politica quale valore del lavoro sta coltivando?

Destra e sinistra non ci aiutano.

Anche la sinistra ci colpisce per il silenzio o la scarsa convinzione con cui riflette su che cosa produce e cosa produrre in una società, sul concetto di creazione del reddito e di ricchezza, sui modi di promuovere il lavoro nelle sue dimensioni di sviluppo personale.

Non è possibile pensare di vivere in una società che ti mette in condizione di non avere scelta, di essere obbligati a svolgere lavori che non danno nessuna gratificazione, lavori che per dirla con Smith, rendono "stupidi e ignoranti". Una condizione di stupidità e ignoranza che altro non è che la condizione primaria per far costruire ricchezza e fortuna politica ed economica sempre ai soliti noti.

Una condizione di stupidità e di ignoranza che deriva non tanto dal tipo di lavoro svolto, ma soprattutto dal tempo logorato, sottratto al tempo libero inteso come possibilità di crescita, di miglioramento, di empowerment.

Una condizione di stupidità e di ignoranza che deriva soprattutto dalla svalorizzazione del lavoro, della sua utilità, dal mancato riconoscimento sociale dei meriti di chi lavora, da una cultura e da un potere che elegge come immagine vincente chi più ha e chi più appare.

Ridare valore al lavoro, significa ridare valore all’uomo e alla sua dignità, significa ridare senso alla ricerca della felicità.

Madamadoré

 
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