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MALAPOLITICA
25/7/2010-
di TRILUSSA
Un altro caso di malasanità!
E’ il titolo del servizio giornalistico sull’ultimo caso di morte per mancanza di assistenza sanitaria nel meridione. Una bimba neonata a causa della carenza di strutture specializzate (il reparto maternità era chiuso)....
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MALAPOLITICA
Un altro caso di malasanità!
E’ il titolo del servizio giornalistico sull’ultimo caso di morte per mancanza di assistenza sanitaria nel meridione. Una bimba neonata a causa della carenza di strutture specializzate (il reparto maternità era chiuso) e la mancanza di un ambulanza in grado di trasportarla con un minimo di assistenza ad un vicino ospedale, è deceduta prima di arrivare al nosocomio.
Viene subito da chiedersi quale tipo di organizzazione sanitaria possa permettere che venga a mancare ai cittadini un mezzo di così basso costo e altrettanta bassa tecnologia come un'ambulanza. Non un costosissimo apparecchio ultratecnologico, o un altrettanto raro medico luminare in grado di farlo funzionare, ma un semplicissimo mezzo di trasporto, con una minima attrezzatura di conforto e di ausilio sanitario. Una semplice ambulanza, ma unica ed in quel momento occupata in un altro servizio.
Malasanità viene giustamente definita, ma a questa spesso si unisce (e di cui spesso è conseguenza) la malapolitica.
Malapolitica è non avere progettato un servizio adeguato di ambulanze e, anche se può sembrare un controsenso, malapolitica è anche l’ospedale dietro casa, quei piccoli ospedali dispersi nei paesi, spesso sorti per interessi elettoralistici e clientelari, sogno e desiderio di tutti, specie nelle regioni del nostro meridione.
Sono strutture oramai fuori luogo e fuori tempo derivati non da vere e proprie esigenze sanitarie ma da quelle del consenso elettorale, della sistemazione di amici e parenti, della collocazione di politici scaduti o trombati, di quegli intrallazzi vari che nella sanità italiana come sapete abbondano.
E’ difficile per un politico, specie del Sud, dove già una grande fetta di popolazione vive il disagio della disoccupazione, della mafia, della carenza di servizi sociali e di strutture socializzanti, dire che un ospedale non serve o che deve esser chiuso.
E’ così difficile che continuano ad esistere, accanto ad una serie esorbitante di strutture private facilitate dalla cronica mancanza di efficienza, un numero enorme di questi piccoli nosocomi il cui personale si trova a lavorare con molto disagio e molte difficoltà.
Ospedali con reparti di maternità che fanno dieci parti l’anno rappresentano non solo un grande spreco di risorse e personale, ma anche un discreto rischio per le pazienti poiché manca spesso quella esperienza, quelle competenze e quei mezzi tecnologici oggi indispensabili per fare fronte a tutte le emergenze.
La medicina moderna oggi ha un’ assoluta necessità di grandi mezzi tecnologici e di grandi competenze medico-specialistiche. Di entrambe queste cose, una sola non basta. Non è quindi possibile trovarle entrambe in un ospedale di un piccolo paese o di una piccola città.
Anche se il politico di turno riesce a fornire gli strumenti tecnologici più avanzati (succede spesso, li vediamo inutilizzati e ancora imballati fra la polvere di stanze deserte in molti servizi televisivi) non può fornire con altrettanta facilità chi questi mezzi sa utilizzare e utilizzare al meglio con esperienza e competenza.
Ecco che nello specifico il reparto di ostetrica dell’ospedale di Trebisacce (Cosenza) era chiuso, i sanitari dell’ospedale di Rossano non avevano i mezzi tecnologici per assistere la piccola che è infine deceduta nel tentativo di farla arrivare, con l’elisoccorso, all’ospedale Annunziata di Cosenza.
La piccola non sarebbe sicuramente morta se si trovava in qualche regione dove la sanità è programmata con maggiore accortezza.
In queste regioni più virtuose nessun reparto ostetrico si sogna mai di chiudere a causa della continua richiesta di prestazioni, la neonatologia è presente oramai in ogni ospedale ed è sempre in grado di occuparsi dei casi più gravi, medici rianimatori e macchine all’avanguardia garantiscono sempre il massimo per la sopravvivenza dell’ ammalato.
Ma non sono in ogni paese, in ogni contrada, non sono a portata di mano, ma sono centri di eccellenza situati strategicamente sul territorio ed in grado di rispondere sempre ad ogni esigenza sanitaria con adeguatezza di mezzi e di competenza professionale.
Perché la sanità è affare complicato e delicato insieme, e a volte è anche necessario operare scelte coraggiose e lungimiranti. E’ soprattutto è necessaria una seria programmazione, fatta in nome e nell’interesse dei cittadini, dei malati, e non del proprio tornaconto politico od economico.
Le regioni più accorte si stanno attrezzando in questa maniera, chiudendo anche piccoli e tradizionali ma obsoleti ospedali periferici, non senza qualche mugugno ma con decisioni ampiamente condivise soprattutto dopo aver spiegato ai cittadini la nuova filosofia delle sanità pubblica. In cambio e contemporaneamente si stanno potenziando tutti quei presidi periferici in grado di rispondere con tempestività alle prime necessità dei cittadini.
Una specie di piramide sanitaria dove alla base ci sono i Distretti, strutture sanitarie di base diffuse sul territorio e poi sempre più in alto fino ad arrivare al culmine della piramide dove si colloca l’ospedale ad Alta Specializzazione, dotato di mezzi e soprattutto di medici specializzati e capaci di affrontare con sufficiente perizia ogni situazione.
Quanto più ci si avvicina ad una struttura del genere tanto più si realizza il dettame costituzionale che garantisce assistenza sanitaria a tutti i cittadini in egual misura. Quando invece si usa la sanità per proprio tornaconto (ricordiamo che la spesa sanitaria è la voce di maggior impegno economico delle regioni) possono verificarsi casi anche gravi di malsanità, sbocco naturale ed inevitabile di una politica fatta troppo per noi e pensata poco per gli altri.
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