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Quattordicesima edizione del concorso letterario-artistico di MdS Editore, con il sostegno di Unicoop Firenze, la collaborazione dell'associazione La Voce del Serchio e il patrocinio del Parco Naturale Migliarino San Rossore Massaciuccoli.
Il titolo è RIFUGI, parola che parla di protezione, di difesa, ma anche della ricerca di uno spazio in cui poter essere davvero se stessi.
È un tema ampio, vivo, capace di accogliere storie, visioni, fragilità e desideri.

Signora mi scusi ma glielo devo dire: invece di tegameggiare .....
In un momento come questo, con un evidente crisi .....
Quali sarebbero le leggi violate da Salis in questo .....
. . . ci sono le leggi approvate dal Parlamento e fatte .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Il dolce tepore dei raggi
del sole
che ha schiuso le gemme
degli alberi da frutto
Ha destato i narcisi e le viole,
e risvegliato
lentamente in .....
lì abbiamo contati i " pippoli " ? Direi che sono circa 15 milioni. . .
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Ciro de la Tilde, detto Vento, detto Libeccio

6/1/2016 - 13:49


 Ciro de la Tirde, detto Vento, detto Libeccio, era un virtuoso dello scopone. Non quello scientifico: quello alla vecchianese, che poteva essere giocato solo da lui e Libero contro Tista e Guliermo, virtuosi par suo. Il loro scopone fu per anni giornaliero spettacolo continuato per i frequentatori del circolo. Iniziava alle due del pomeriggio, si interrompeva alle sei e riprendeva il dopocena dalle otto a mezzanotte. La massima del gioco era:  “Sta’ alle regole der gioo un c’è succhio, donque la norma dev’èsse truffá”. Di conseguenza il gioco diventava un capolavoro dell’imbroglio. Per questo attraeva tanto gli spettatori che si scervellavano per scoprire, ma senza riuscirci, un gesto, una mossa da bari. L’imbroglio lo scoprivano da sé i giocatori se alla conta dei punti comparivano, per esempio, due “geppini”(1).

 Allora era guerra senza quartiere con sparpaglìo di carte, rovesciamento di tavolino, spruzzi di vino e frantumi di bicchieri, ingiurie, bestemmie e non di rado smanaccate -ma brevissime per non perdere tempo- che si spengevano in mezzo alla strada senza che nessuno intervenisse a far da paciere, tanto tutti sapevano come andava a finire. Andava a finire con spolverata e riaggiustata di cappelli reciprocamente tirati in faccia e finiti nella polvere tra i piedi dei chiassoni che poi fra minacce e sfide tornavano al tavolino e ricominciavano il gioco. E così, scozzo e baruffa dopo scozzo e baruffa i quattro, dalla loro quasi simultanea andata in pensione e per molti anni non interruppero mai la loro perenne disfida fra nebbie di toscani e fiumi di rosso der Fosso reale. Esclusa la domenica pomeriggio però, perché quello era il giorno del riposo e il quartetto, immancabilmente, fin oltre i settant’anni d’età, lo dedicò al piacere di una visita al Villino Rosa.  

 A proposito del Villino Rosa, qui ci sta un piccolo aneddoto per dire quanto i quattro fossero concordemente burloni. Una notte, uscendo dal bordello, trovarono che stava diluviando e dunque era impossibile tornare a Vecchiano in bicicletta, perciò decisero di aspettare il passaggio della burrasca nel caffè di Filiberto lì accanto, tanto a casa erano ormai tutti rassegnati e nessuno li aspettava. A mezzanotte però Filiberto minacciò di buttarli fuori, burrasca o non burrasca. Allora Ciro promise che se ne sarebbero andati appena trovato un mezzo che li portasse a Vecchiano senza che si prendessero una polmonite. Proprio in quel momento stava passando l’ultimo tramvai della notte e Ciro, fedele alla parola data, corse in mezzo ai binari, lo fermò e chiese al conducente di accompagnare lui e i suoi amici a Vecchiano promettendo una regalia di diecimila lire a testa. Il conducente, imprecando contro tutti l’avvinazzati briai fradici der mondo, ripartì lasciando i quattro a urlargli dietro minacce e orrende invettive. Intanto Filiberto aveva chiuso lasciando i quattro ad aspettare sotto il grondaleccio che passasse la bufera. 

  Se un giocatore doveva assentarsi, il che non succedeva che per cause di forza maggiore, ma davvero maggiore, il gioco veniva sospeso. Guai a cambiare; guai a far entrare in gioco un estraneo; guai a modificare la posta: venti lire a partita più le bevute, da sempre, alla barba della svalutazione.   Poi ci fu davvero la causa di vera forza maggiore: Guliermo morì. Per i troppi sigari il troppo vino e il troppo sforzo mentale. Rimasti orfani, i tre, più che ottantenni, seguendo il corteo del funerale discussero animatamente su chi poteva essere chiamato a ricostituire il quartetto. Arrivati al cimitero avevano deciso: nessuno era all’altezza di prendere il posto dello scomparso, dunque il loro scopone veniva seppellito quel giorno insieme a Guliermo detto Trucco. Venuto a mancare lo scopo principale della loro vita, nel giro di un anno morirono anche Tista detto Losco e Libero detto Tagliola. Ciro no, lui non si arrese: arrivò fino a novantotto anni ardimentoso straviziatore sfidando la morte.   Arrivato il suo ultimo giorno dichiarò ai figli corsi al suo capezzale, che era strafelice di partire, e che se qualcuno lo cercava poteva trovarlo al Circolo dell’Aldilà al tavolino dello scopone con i vecchi compagni.    

-Quel circolo è in Paradiso, babbo, volle rassicurarlo la figlia meno prediletta.  -No cara bimba, n Paradiso e mi’ ‘ompagni un ce li troveréi perché per sentuto di’, n quer posto lì né un si fuma, né un si beve, né un si smoccola, né un si va a donne, né un si pòr gioà di sòrdi e men che meno truffá. Cosa voresti, che òra ‘he lasso Vecchiano mi vagghi a mbuá nn un posto di morti?”.  

 

  P.C. 

(1) Geppino: Settebello.

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