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Dopo il grande successo dell’edizione di novembre, MdS Editore ripropone Parole a Tavola, la serata che intreccia letteratura e convivialità in un’esperienza pensata per far incontrare lettori e autori in un contesto informale, caldo e partecipato.

Un appuntamento che ha già dimostrato quanto sia forte il desiderio di ascoltare storie dal vivo, condividere emozioni e vivere i libri come occasione di relazione.

Il nuovo incontro si terrà domenica 1 marzo alla Fattoria l’Olmetto, un luogo immerso nel verde e ricco di atmosfera, con un tocco di poesia

Terremoto a Bruxelles: Federica Mogherini è in manette. .....
. . . quindi ne ho vita passare acqua di sotto i ponti .....
Appunto, non è pertinente ma le si addice pienamente. .....
. . . non so se è pertinente ma non sapevo come poter .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Mercoledì 11 febbraio alle 21:15, al Circolo Arci L’Ortaccio di Vicopisano 

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OCCHI, OCCHIALI E LENTI A CONTATTO
di Venanzio Fonte
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di Bruno Pollacci
Direttore dell'Accademia d'Arte di Pisa
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OCCHI, OCCHIALI E LENTI A CONTATTO
di Venanzio Fonte
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Una Persona al di fuori del tempo
(Testo per brano musicale poetico)


Seduto al freddo piove o neve
Ma non ti nota quella gente
Con il tuo sguardo .....
MI DICESTI UNA VOLTA CHE SARESTI STATA MIA PER SEMPRE
ED ERO COSI CONVINTO CHE IL TUO AMORE
NON SAREBBE MAI MORTO
MA ORA TE NE SEI ANDATA E HAI TROVATO .....
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Maialini d'India, conigli, maiali, galline e le vacche.

9/9/2018 - 22:25


 
Assieme alle mie sorelle a turno accudivamo gli animali da cortile e parzialmente quelli di grossa taglia, per sgravare gli adulti dediti al lavoro dei campi. Gli animali erano parte della famiglia e quando venivano venduti od uccisi per necessità, sgorgavano i lacrimoni. Vita e morte andavano a braccetto e la morte quando ero piccolo non la constatavo direttamente, ma vedevo l’animale vivo e poi dopo la sua morte: si aiutava a bruciare con la paglia il pelo al maiale sacrificato, a strofinargli con un mattone la pelle con l’acqua calda per liberarlo dalla desquamazione annerita dal fuoco con l’odore di bruciato nel naso; si vedeva il norcino con i miei fratelli issare a capo all’ingiù ai ganci di ferro, già predisposti sulla trave nella sala per essere squartato e liberato dai ventrami, tutti utilizzati fino alla sugna per impermeabilizzare le scarpe o gli zoccoloni. Una specie di  ”mors tua, vita mea" in una gioia incontenibile con l’assaggio della gota, il confezionamento del bilordo, della soppressata, della salsiccia, dei salametti, dei salami, dei prosciutti, del lardo, della mezzina, con le bistecche alla brace di carbonella, di cui poi si ricordava il sapore per un anno (I), se andava bene.

I maialini d’India pezzati o unicolori, svelti, pisciosi, prolifici, (ho avuto una femmina che ne figliò 22 e gli ultimi giorni di gravidanza strusciava la pancia per terra), di carne squisita da far concorrenza al pollame ruspante o ai conigli teneri di un anno.

Non ero capace di tirare il collo ai polli, mansione di mio padre, che sembrava ipnotizzarli sulle cosce prima che l'abile mossa del pollice e indice sul collo donassero la dolce morte.

Io eccellevo nel sacrificare i conigli, di cui poi vendevo la pelle seccata all’aria, tesa con due monconi di canna: li accarezzavo a capo all’ingiù, gli orecchi penduli, gli occhi chiusi, un colpo secco e via per essere pulito togliendo i "rigni" maleolenti e quindi appesi per gli zampucci a scolare l’ultimo sangue dalla carne bianco—rosata.

Una vera fatica dar da bere a due o tre vacche e tre o quattro vitelloni, tra tutto potevano bere anche tre paioli d’acqua a testa, beveroni compresi. Mentre era bello allattare i vitellini al petto materno, odorosi di doc0iastro, la pelle liscia, col musino rotondeggiante di tenerezza; schioccavano il capezzolo con l'abile lingua, schiumosa di latte, zuccando ritmicamente il seno generoso in un festoso scodinzolio. Durava 60 giorni l’idillio, salvo alcuni più fortunati da allevare per la carne, erano destinati a vivere lo spazio di un mattino e per noi amici, in mano la benedia tra le lacrime.

Coi maiali c’era il piacere di vederli mangiare nel trogolo, sbuffando tra brodaglie e d'estate sgranocchiare le bucce delle zucche, dei cocomeri o le mele difettose; novelli Gargantua sempre più rimpinzati con dolci farine e patate lessate nei lardi terminali fin quasi a non muoversi nella merda puzzolente e dura da pulire negli angusti stallini delle corte o in porcilaie moderne in cemento.

Schifoso accudire il pollaio, per quel polvericcio che ti prendeva la gola; fatto di piume tritate e di sterco secco, pestato nervosamente la mattina all’uscita gioiosa del gallo foriera di monte e al rientro serale con le galline ordinate in fila più solerti del gallo, attraverso l'angusto pertugio d’accesso.

 
 Tratto da “La danza dei ricordi” di Lamberto Gori di Marlia (LU) edito 2007

 
 

 
 

 
 

    
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10/9/2018 - 10:05

AUTORE:
Paco

Se cresci con gli animali della fattoria, difficilmente li vedi morire di morte naturale, e se succede crea grande preoccupazione perché significa che qualcosa non va e che una malattia o un'epidemia mina e minaccia il bestiame.
Quando piangevo per un capretto o un agnello o comunque per una creatura che doveva essere sacrificata per la mensa e per lo più durante le feste, babbo diceva: Ma non vedi quanto duro lavoro siamo costretti a fare tutti i santi giorni? loro mangiano bevono pascolano razzolano si riproducono senza faticare e senza dover fare una brutta fine per la vecchiaia come invece tocca a noi...perciò pensa quanto dolore vien loro risparmiato!
A dir la verità non mi convincevano tanto le sue spiegazioni e fuggivo ogni volta che veniva macellato un animale...però poi a tavola...fame profumo e sapore mi facevano dimenticare la mattanza e apprezzavo la bontà della carne...anche perché era festa soltanto qualche volta e si sgarrava piuttosto di rado!