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Il 15 aprile alle ore 17.30, presso l'Auditorium della Biblioteca Civica Agorà di Lucca, durante l'evento nazionale Paper Week 2026, verrà presentata una creazione di Gavia ( nome d'arte di Paola Pasqualetti).

Si tratta di un "manufatto", un libro-quaderno in copie numerate su carta riciclata, rilegato a mano con un acquarello in copertina.

Una forma di editoria antica, sostenibile, indipendente.

Un libro dal contenuto ludico-educativo, con scrittura leggera ma non superficiale, di una raccolta di piccole storie belle dal titolo : "Almeno tu sei sorella di Paolo".  

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OCCHI, OCCHIALI E LENTI A CONTATTO
di Venanzio Fonte
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Incontrati per caso...
di Valdo Mori
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di Bernard Dika
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di Bruno Pollacci
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Un frullo d'ali
Un candido planar di petali
Un altro frullo
Un tappeto erboso bianco.
Poi l'uccellino stanco
si posa sula siepe.
Lo zampettare .....
buongiorno. volevo ricordare che la situazione in via mazzini dal campo sportivo al semaforo aurelia è diventata insopportabile . tra velocita , mezzi .....
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Maialini d'India, conigli, maiali, galline e le vacche.

9/9/2018 - 22:25


 
Assieme alle mie sorelle a turno accudivamo gli animali da cortile e parzialmente quelli di grossa taglia, per sgravare gli adulti dediti al lavoro dei campi. Gli animali erano parte della famiglia e quando venivano venduti od uccisi per necessità, sgorgavano i lacrimoni. Vita e morte andavano a braccetto e la morte quando ero piccolo non la constatavo direttamente, ma vedevo l’animale vivo e poi dopo la sua morte: si aiutava a bruciare con la paglia il pelo al maiale sacrificato, a strofinargli con un mattone la pelle con l’acqua calda per liberarlo dalla desquamazione annerita dal fuoco con l’odore di bruciato nel naso; si vedeva il norcino con i miei fratelli issare a capo all’ingiù ai ganci di ferro, già predisposti sulla trave nella sala per essere squartato e liberato dai ventrami, tutti utilizzati fino alla sugna per impermeabilizzare le scarpe o gli zoccoloni. Una specie di  ”mors tua, vita mea" in una gioia incontenibile con l’assaggio della gota, il confezionamento del bilordo, della soppressata, della salsiccia, dei salametti, dei salami, dei prosciutti, del lardo, della mezzina, con le bistecche alla brace di carbonella, di cui poi si ricordava il sapore per un anno (I), se andava bene.

I maialini d’India pezzati o unicolori, svelti, pisciosi, prolifici, (ho avuto una femmina che ne figliò 22 e gli ultimi giorni di gravidanza strusciava la pancia per terra), di carne squisita da far concorrenza al pollame ruspante o ai conigli teneri di un anno.

Non ero capace di tirare il collo ai polli, mansione di mio padre, che sembrava ipnotizzarli sulle cosce prima che l'abile mossa del pollice e indice sul collo donassero la dolce morte.

Io eccellevo nel sacrificare i conigli, di cui poi vendevo la pelle seccata all’aria, tesa con due monconi di canna: li accarezzavo a capo all’ingiù, gli orecchi penduli, gli occhi chiusi, un colpo secco e via per essere pulito togliendo i "rigni" maleolenti e quindi appesi per gli zampucci a scolare l’ultimo sangue dalla carne bianco—rosata.

Una vera fatica dar da bere a due o tre vacche e tre o quattro vitelloni, tra tutto potevano bere anche tre paioli d’acqua a testa, beveroni compresi. Mentre era bello allattare i vitellini al petto materno, odorosi di doc0iastro, la pelle liscia, col musino rotondeggiante di tenerezza; schioccavano il capezzolo con l'abile lingua, schiumosa di latte, zuccando ritmicamente il seno generoso in un festoso scodinzolio. Durava 60 giorni l’idillio, salvo alcuni più fortunati da allevare per la carne, erano destinati a vivere lo spazio di un mattino e per noi amici, in mano la benedia tra le lacrime.

Coi maiali c’era il piacere di vederli mangiare nel trogolo, sbuffando tra brodaglie e d'estate sgranocchiare le bucce delle zucche, dei cocomeri o le mele difettose; novelli Gargantua sempre più rimpinzati con dolci farine e patate lessate nei lardi terminali fin quasi a non muoversi nella merda puzzolente e dura da pulire negli angusti stallini delle corte o in porcilaie moderne in cemento.

Schifoso accudire il pollaio, per quel polvericcio che ti prendeva la gola; fatto di piume tritate e di sterco secco, pestato nervosamente la mattina all’uscita gioiosa del gallo foriera di monte e al rientro serale con le galline ordinate in fila più solerti del gallo, attraverso l'angusto pertugio d’accesso.

 
 Tratto da “La danza dei ricordi” di Lamberto Gori di Marlia (LU) edito 2007

 
 

 
 

 
 

    
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10/9/2018 - 10:05

AUTORE:
Paco

Se cresci con gli animali della fattoria, difficilmente li vedi morire di morte naturale, e se succede crea grande preoccupazione perché significa che qualcosa non va e che una malattia o un'epidemia mina e minaccia il bestiame.
Quando piangevo per un capretto o un agnello o comunque per una creatura che doveva essere sacrificata per la mensa e per lo più durante le feste, babbo diceva: Ma non vedi quanto duro lavoro siamo costretti a fare tutti i santi giorni? loro mangiano bevono pascolano razzolano si riproducono senza faticare e senza dover fare una brutta fine per la vecchiaia come invece tocca a noi...perciò pensa quanto dolore vien loro risparmiato!
A dir la verità non mi convincevano tanto le sue spiegazioni e fuggivo ogni volta che veniva macellato un animale...però poi a tavola...fame profumo e sapore mi facevano dimenticare la mattanza e apprezzavo la bontà della carne...anche perché era festa soltanto qualche volta e si sgarrava piuttosto di rado!