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Quattordicesima edizione del concorso letterario-artistico di MdS Editore, con il sostegno di Unicoop Firenze, la collaborazione dell'associazione La Voce del Serchio e il patrocinio del Parco Naturale Migliarino San Rossore Massaciuccoli.
Il titolo è RIFUGI, parola che parla di protezione, di difesa, ma anche della ricerca di uno spazio in cui poter essere davvero se stessi.
È un tema ampio, vivo, capace di accogliere storie, visioni, fragilità e desideri.

Signora mi scusi ma glielo devo dire: invece di tegameggiare .....
In un momento come questo, con un evidente crisi .....
Quali sarebbero le leggi violate da Salis in questo .....
. . . ci sono le leggi approvate dal Parlamento e fatte .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Il dolce tepore dei raggi
del sole
che ha schiuso le gemme
degli alberi da frutto
Ha destato i narcisi e le viole,
e risvegliato
lentamente in .....
lì abbiamo contati i " pippoli " ? Direi che sono circa 15 milioni. . .
STORIE SENZA TEMPO
Sesso, amore e fedeltà 1
Ovidio Della Croce, Cristina Marinari

21/12/2020 - 9:23

Un canto classico che ci parla ancora oggi. L’abbiamo riscritto (una miniserie in quattro puntate e quattro acquerelli da sindrome di Stendhal di Daniela Sandoni), perché c’è apparso più avvincente della Casa di carta, più losco di Narcos, più incasinato di Beautiful. Insomma… voglio una vita esagerata come quella dei film. Signori e Signore, ecco a voi: Sesso, amore e fedeltà.
 
 
UNO
 
C’ERA UNA VOLTA
 
C’era una volta…
Un re! Penseranno i lettori. Be’, sì, anche in questa novella c’è un re, ma nella nostra storia appare insieme a un giovanotto. Nelle fiabe tradizionali c’è una fanciulla che subisce passivamente varie prepotenze, ma alla fine sposa il principe azzurro e vissero felici e contenti. Nella nostra storia le fanciulle sono anch’esse sottomesse, ma non tutte si sposano, anche perché alcune sono già sposate e si prendono delle libertà che sorprendono il lettore. E poi questa novella, che ha un sapore boccaccesco, non è nostra, bensì di messer Ludovico Ariosto. È un piacevole intermezzo inserito nel ventottesimo canto dell’Orlando Furioso. È stata scritta quasi cinquecento anni fa. Ma a noi è parsa attuale, perché mostra come può risolversi bene la gelosia e il senso di possesso degli uomini sulle “loro” donne. Noi l’abbiamo riscritta come meglio potevamo fare, aiutati anche dai racconti che Italo Calvino e Bianca Pitzorno hanno fatto dell’Orlando Furioso, con la maestria che è propria dei grandi scrittori. E ve la doniamo come strenna natalizia.
Qualcuno a questo punto la metterà da parte come si fa quando si riceve un regalo che non ci convince e si fermerà a leggere qui, perché verso i quindici anni è stato obbligato a leggere a scuola qualche canto del poema dell’Ariosto e tutte le cose che facciamo quando siamo obbligati, soprattutto in vista di un’interrogazione, sono noiose e una grande rottura di scatole. Però pensate che questo canto, dove le donne sono disinibite un po’ per scelta e un po’ per necessità, a scuola nessun professore ce l’ha mai fatto leggere e mettere in prosa e, se andate avanti con la lettura, capirete il perché.
 
 
PROEMIO
 
Messer Ludovico ci tiene proprio tanto a convincerci che questa storia, forse, non vale neanche la pena di essere letta. Tanto il poema è bello lo stesso, chi vuole può saltare direttamente questo canto, passando al successivo "che senza esso / può star l’istoria, e non sarà men chiara."
È furbo il nostro autore, ci incuriosisce e, mentre ci suggerisce di lasciare questo canto, ci fa intuire con un lungo preambolo che l’argomento scotta e qualcuna si potrebbe offendere. Qualcuna, sì. Perché è soprattutto di donne che si parla e si capisce già dal primo verso: “Donne, e voi che le donne avete in pregio.”
Le donne qui non sono proprio quelle creature mistiche e sublimi del dolce stil novo. Ecco allora l’artificio retorico, proprio dei grandi poeti. Una metafora? Una similitudine? Direte voi. No, di più. L’appello alle donne: diretto, accorato, adulatorio. Un po’ paraculo insomma (scusate l’espressione un poco volgare):
 
"Ch’io v’ami, oltre mia lingua che l’ha espresso,
che mai non fu di celebrarvi avara,
n’ho fatto mille prove; e v’ho dimostro
ch’io son, né potrei esser se non vostro."
 
Che è un po’ come dire: Cara, ti prego, non mi fraintendere, lo sai che ti amo tantissimo, ma me l’ha detto mio cugino che l’ha sentito da un suo amico e io neanche ci credo. E poi fare il don… Don Giovanni.
Messer Ariosto però è molto più fine e questa storia, con sapiente maestria, la fa raccontare da un oste che a sua volta l’ha udita da un viaggiatore.
La domanda che circola tra gli ottocentosedici endecasillabi di cui è composto il canto potrebbe essere questa: è nella natura delle donne non potersi accontentare di un uomo soltanto? Dunque la questione che ronza nelle teste di re Astolfo e di Giocondo, i due protagonisti, è semplice: esistono donne fedeli?
Chissà… sentiamo quello che racconta “l’ostiero”. L’oste eh, mi raccomando, perché, nel caso, è colpa sua. Noi non vogliamo beghe.
 
La seconda puntata lunedì 21 dicembre 2020 nella sezione STORIE SENZA TEMPO

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