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Il 15 aprile alle ore 17.30, presso l'Auditorium della Biblioteca Civica Agorà di Lucca, durante l'evento nazionale Paper Week 2026, verrà presentata una creazione di Gavia ( nome d'arte di Paola Pasqualetti).

Si tratta di un "manufatto", un libro-quaderno in copie numerate su carta riciclata, rilegato a mano con un acquarello in copertina.

Una forma di editoria antica, sostenibile, indipendente.

Un libro dal contenuto ludico-educativo, con scrittura leggera ma non superficiale, di una raccolta di piccole storie belle dal titolo : "Almeno tu sei sorella di Paolo".  

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Se la vogliamo mettere sulle coglionate allora lei, .....
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OCCHI, OCCHIALI E LENTI A CONTATTO
di Venanzio Fonte
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Incontrati per caso...
di Valdo Mori
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di Bernard Dika
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di Bruno Pollacci
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Un frullo d'ali
Un candido planar di petali
Un altro frullo
Un tappeto erboso bianco.
Poi l'uccellino stanco
si posa sula siepe.
Lo zampettare .....
buongiorno. volevo ricordare che la situazione in via mazzini dal campo sportivo al semaforo aurelia è diventata insopportabile . tra velocita , mezzi .....
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L’inizio del girotondo intorno al mondo.

5/2/2025 - 21:24


Nel voler farvi partecipi nel mio giromondare sono partito dal Tanganica e poi dalla Siria, ma il battesimo lo avevo avuto anni prima in un paese lontanissimo e un poco traumatico: il Sudafrica nella sua città più industrializzata: Johannesburg.

Primo lavoro ambito, primo volo in aereo, primo contatto con la popolazione nera e prima responsabilità: tutto liscio, ma una cosa non andava per il verso giusto: l’apartheid, la bestia nera che veniva dai bianchi.
Il viaggio era lunghissimo da Roma alla fine del continente africano, proprio in fondo, tanto da fare due scali: Atene, anche troppo vicina e Kinshasa nel mezzo all’Africa. All’arrivo una rappresentanza dell’Italia con funzionari dell’ambasciata porge i saluti di benvenuto e un discorsetto che mi dà un anticipo dell’aria che tira il quel paese:

Non fraternizzate troppo e se, caso fosse che vi trovano con una donna nera, date addio al passaporto e all’Africa!
In quella città l’Italia non doveva andare in fiera, aveva il suo padiglione, un immenso stanzone con pareti di vetro dove c’era da sistemare pavimento, luci e stand, aiutati da tre o quattro negri, uno dei quali parlava benissimo la nostra lingua. La prima cosa che mi fece restare a bocca aperta fu l’apertura della porta d’ingresso da parte di quello che parlava italiano, Daniele si chiamava, con la richiesta che urlassi e battessi due legni (mi sembrava strano ma urlai) con il risultato che decine e decine di uccelli si lanciarono verso la luce e sbatterono nei vetri cadendo storditi. Erano poco più piccoli dei colombi, neri con placche rosse sotto gli occhi, belli ma anche buoni disse Daniele. Ci mettemmo a srotolare i tappeti quando gli altri operai cominciarono a urlare: “mamba mamba” facendomi pensare ad un ballo, ma la voce tremava, non era melodica e infatti era un urlo di attenzione al serpente mamba, il più velenoso fra i rettili e che poteva trovarsi nascosto nei rotoli. Passavano i giorni e cresceva la mia amicizia con Daniele e la voglia di vedere la vita che la popolazione indigena faceva. Sul bordo delle grandi strade urbane c’erano panchine con la targhetta: “european only”, bus per neri e bus per bianchi e altre cosette da vomito o da diarrea.

Su un marciapiede incontrai e mi scontrai con un vecchio nero che stava contando delle monete e non mi aveva visto, le monete caddero e io mi chinai per raccoglierle e restituirle al proprietario, ma qualcosa non tornava, il vecchio tremava e indietreggiava e dovetti far forza per farmi intendere. Non era abituato a simili comportamenti dall’uomo bianco! Passavo il tempo libero a parlare con Daniele ma sempre nel padiglione, lui mi raccontava della sua famiglia, della lotta che il popolo bantu, quello che formava la maggioranza dei nativi, aveva fatto e stava facendo ed ero così orgoglioso che mi avesse accettato come amico e non come estraneo, che gli promisi che avrei dato il suo nome al figlio che mi stava per nascere e che, guarda le coincidenze della vita che mi seguono troppe volte da non farmi piacere anzi disagio, nacque quattro mesi dopo… il giorno di San Daniele!
Troppi di casa mia e di mia moglie avevano già deciso un altro nome!
Era la mia prima fiera, la prima lontananza dal suolo natio, ero curioso e pauroso allo stesso tempo, non guardavo chiese e palazzi, ristoranti o locali, ma la vita intorno a me e questo fece nascere l’amore per chi soffre, chi non viene ascoltato e che crebbe con gli anni e i diversi, fortunatamente, lavori nel “continente nero” che mi fecero entrare il “mal d’Africa”.

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