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Una delle motivazioni che leggo spesso nei commenti .....
Perché la rasatura al suolo di Gaza, con annesse .....
. . . dare aria alla lingua perchè poverina è sempre .....
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per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Si canta Amore a Sanremo
Invitano a diventare
più civili
i carri
del Carnevale viareggino
che al Lupo fa un inchino
e alle ingiustizie
uno sberleffo
In .....
Un'ora fa mi sono imbattuta nel manifesto funebre di Fausto Guccinelli, sono rimasta impietrita e in un attimo sono sbalzata all'indietro, alla mia giovinezza .....
di Mario Lavia
Bussola populista - Il Pd è sempre più lontano dalla sinistra globale, e ancora avvinghiato a Conte

1/5/2025 - 9:10




Bussola populista - Il Pd è sempre più lontano dalla sinistra globale, e ancora avvinghiato a Conte

Schlein ha sfruttato l’assist di Mattarella per insistere sui salari bassi, colonna portante della sua candidatura a futura premier assieme al no al riarmo. Il suo partito però si dimostra parecchio distante dal progressismo liberale che vince altrove, e ormai è incardinato sulla demagogia e sul radicalismo massimalista dettati dai suoi alleati

Il messaggio di Sergio Mattarella sui «salari insufficienti» che fanno sì che «le famiglie non reggono l’aumento del costo della vita» è stato colto al balzo da Elly Schlein, che ha rilanciato la sua ormai storica battaglia sul salario minimo orario (non meno di nove euro l’ora). Su questa proposta ci fu un confronto diretto tra lei e Giorgia Meloni a Palazzo Chigi nell’ormai lontano agosto di due anni fa e poi uno scontro in Parlamento. Meloni, dopo aver mostrato inizialmente un certo interesse, gettò la pratica nel cestino.

Anche la premier ha afferrato al volo un altro pezzo del discorso del Presidente della Repubblica, quello sugli incidenti sul lavoro, preannunciando uno stanziamento di 1,2 miliardi da parte dell’Inail, che ha le casse piene (ma non ci si poteva pensare prima?), e un confronto di merito con i sindacati su come spenderli.

Sembrerebbe così tornare in auge una pratica del confronto, se non si vuole usare la parola “concertazione” che fa troppo anni Settanta. È però vero che altre volte la presidente del Consiglio ha convocato le parti sociali e poi si era capito che era più per forma che non per concretizzare un loro reale coinvolgimento. Vedremo come andrà stavolta.

Fatto sta che come sempre Mattarella ha colto nel segno e indotto governo e opposizione a dire qualcosa. Per Schlein, come detto, è un assist formidabile. Ormai la leader del Partito democratico parla da aspirante premier: «Quando saremo al governo aumenteremo i salari e abbasseremo le bollette». Certo, suona bene. Di fatto la segretaria del Pd sta iniziando una lunghissima campagna elettorale all’insegna di un mix molto popolare: salari più alti e no al riarmo. Cioè l’ascissa e l’ordinata del radicalismo populista e massimalista che dietro la spinta della sinistra interna che ormai governa il partito sta caratterizzando la sua leadership.

È un perfetto terreno per l’alleanza di ferro con Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni: la testardaggine unitaria sempre rivendicata da Schlein germoglia su questo humus radicale e populista. Anche a costo di isolare il Pd dal socialismo europeo e dal progressismo mondiale che si afferma in Gran Bretagna e in Canada con ben altre coordinate rispetto a quelle della sinistra italiana. Soprattutto in politica estera.
Si guardi, da ultimo, all’impegno della Spd a entrare nel governo Merz facendo proprio l’obiettivo del raggiungimento del due per cento del Pil delle spese militari: l’84,6 dei partecipanti al voto degli iscritti ha votato a favore (169.725) mentre il 15,4 per cento si è espresso contro (con 30.912 no). È assai probabile, per non dire sicuro, che un’analoga votazione nei circoli del Pd darebbe un’indicazione molto diversa. Il gruppo dirigente del Nazareno d’altra parte inscrive il suo pacifismo anti-riarmista in una cornice ideologica nemica del progressismo liberale, visto come l’origine di tutti i mali: troppo filoamericano prima, forse troppo antiamericano adesso: «Trump – ha detto all’Unità Alfredo D’Attore, uno dei più ascoltati in segreteria – è il sintomo e l’esito della crisi di un certo ordine liberaldemocratico, in America e in Occidente, non ne è la causa. Quei liberali che pensano si possa sconfiggere Trump solo con la demonizzazione personale e l’appello a sia pur sacrosanti principi procedurali, senza mettere profondamente in discussione la linea di politica economica e di politica estera che ha condotto i dem americani al disastro, non hanno capito nulla del mondo in cui siamo e rischiano di incatenare la sinistra a un posizionamento perdente».

Sta di fatto che in Canada non ha vinto un bersaniano, ma un liberale come Mark Carney. E lo stesso faro degli schleiniani, Pedro Sánchez, si sta dimostrando un leader progressista con la testa sulle spalle, non un Pablo Iglesias qualunque.
Comunque, i dem si sono dati questa linea con la quale innanzitutto andranno a sbattere in occasione dei referendum landiniani – che non raggiungeranno il quorum, dato che a cinque settimane dall’appuntamento dell’8 giugno non si vede in giro nessuna mobilitazione. Dopo, se ne discuterà o si farà finta di niente? Ma la numero uno del Pd punta soprattutto a stravincere le regionali d’autunno in Puglia, Campania, Toscana e Marche (qui però la partita è apertissima) e sull’onda della vittoria potrebbe convocare un congresso, cioè le primarie del partito, in cui farsi incoronare come candidata a Palazzo Chigi.

Conte permettendo.





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