Nato da un’esperienza di servizio civile al Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli, il volume racconta con dolcezza il tema della scoperta e della crescita. Giulia Borghi è la più giovane autrice della casa editrice.
Un racconto tenero, luminoso e profondamente autentico, nato da un’esperienza concreta vissuta nel cuore del Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli.

A bocca chiusa non c’entran mosche!
Più consono sarebbe: “chi 'un piange 'un puppa”!
Non avevo mai chiesto nulla all’ufficio del personale dell’I.C.E., non era, e non è adesso, il mio modo di comportamento e poi avevo paura che, se avessi trovata la persona sbagliata, avrei ottenuto il contrario, quindi tenni tutto dentro di me e fui premiato dalla fortuna (?) quando mi fu chiesto dove mi sarebbe piaciuto andare nella prossima fiera.
Facile dire: Africa, Africa e… Africa fu, e ancora di più (mi sia concessa la parola): che culo… Nairobi!
Ci avevo lasciato il cuore in Kenya l’anno prima, e già mi immaginavo sole sudore duro lavoro incomprensione miste però a scoperte amicizie fratellanza riconoscenza e nuovi incontri che solo in quel paese si possono ancora sentire vivi e non manipolati da ataviche credenze.
Mi sembra di avere già scritto a proposito di una domanda fattami da due donne italiane di quante persone era composta la mia squadra e la risposta: “tre, io e due africani, quindi tre neri”, le fece allontanare sdegnate! Nessuno seppe dirmi se Inania, il masai che conoscevo, era rintracciabile, ma fu rimpiazzato da un filibustiere simpatico, con un italiano perfetto, che mi fece passare un mese di domande e cognizioni nuove. Il keniota si chiamava Dedan, come il capo fondatore della lotta dei Mau-Mau che segnò la fine del predominio britannico anche se con crudeltà da ambo le parti. Dedan, vedendo tutti quei tubi di ferro della struttura dei padiglioni, disse che se le avessero avute i primi guerrieri le avrebbero usate come bombe e si sarebbero liberati molto prima. Non volli chiedergli quanti “bianchi” aveva uccisi, non potevo certo giudicare chi lottava per la libertà di un popolo intero, quindi “pombe” birre e trugolai vari che mi mandava sua madre e che gustavo di pro, trugolai nel senso che non riuscivo mai a sapere cosa stessi mangiando.
La breve durata del giorno non mi permetteva di prendere una giornata libera per andare a sguazzare nell’Oceano indiano e far tuffi e capriole in un mare non “TUO”! Mi concessi un mini safari verso Amboseli con il furgone di un amico di Dedan, una rivisitazione della fauna che avevo sempre davanti agli occhi. Rividi leoni sonnacchiosi con il solo lavoro di seguire leonesse in calore, elefanti incuranti, e di cosa dovevano aver paura? tutti meno un enorme maschio che mi sbatacchiava furioso le orecchie contro battendo una zampa in terra facendo polverone, sarà stato quello dell’anno prima? e curiose scimmie che, al fermarsi dell’auto per una foto, vennero sul cofano, sul tetto e dietro con la richiesta dell’autista di non aprire il finestrino perché quelle dannate avrebbero rubato tutto quello che capitava e morso anche e poderosi bulldozer a quattro zampe, detti rinoceronti, che correvano al lato della strada sfidando quel piccolo strano rumoroso aggeggio senza corno. Poi un incidente con un gruppo di antilopi che non rispettarono la precedenza e ci fu un morto addirittura e che fortunatamente niente danni a noi. Dispiaceva vedere quell’agile animale che aveva avuto la peggio e che indirizzò la serata in una maniera che racconto ora per la prima volta dopo circa mezzo secolo. L’autista abitava lì vicino, era così onesto che mi disse che l’auto non aveva subito danni e che io l’avevo noleggiato e che l’antilope era mia! Vi immaginate quanto mi ci volle per rifiutare senza offendere e mi salvai dicendo che si poteva passare da casa sua e discutere lontano dalla strada. Stava facendo buio, arrivammo a casa sua, casa per modo di dire, mi presentò il padre e la madre e dovetti bere, come al solito senza far domande. Dopo un po' di discussione arrivammo a chiudere la faccenda antilope: la bestia a loro e un regalo a me. Io ho sempre sostenuto di capire e logicamente giustificare, gli usi, costumi, cibi e bevande, religione delle popolazioni che incontravo, ma quella volta rimasi sconcertato. In un lato della stanza dove parlavamo c’era una tenda e dietro la tenda un letto e nel letto una ragazza, (le negre non danno da vedere l’età, o sono giovani o vecchie), la sorella dell’autista che mi fu offerta come regalia. Ero stupefatto, ero senza parole, ora uso una parola strana, ero asessuato, non avrei mai potuto accettare una donna in un contesto simile e non mi convinsero nemmeno i magnifici occhi della ragazza, la sua pelle lucida e le sue forme perfette. Dissi che dovevo rientrare velocemente a Nairobi salutando anche la giovane che aveva le lacrime agli occhi e penso “veramente” che fossero lacrime di ringraziamento e non altro.
Non l’avevo mai detto a nessuno.