Il 15 aprile, presso l'Auditorium della Biblioteca Civica Agorà di Lucca, durante l'evento nazionale Paper Week 2026, Gavia (Paola Pasqualetti) ha presentato un manoscritto in carta riciclata e rilegato a mano, intitolato "Almeno te sei sorella di Paolo - Emozioni fermate".Si tratta di un "manufatto artistico", un libro-quaderno in copie numerate su carta riciclata, rilegato a mano con un acquarello in copertina, in cui Gavia ha raccontato fatti, emozioni, ricordi della sua vita.

C’è un tipo di silenzio che pesa più di mille parole: è quello della solitudine. Quella sensazione profonda, a volte impalpabile, che ci avvolge in certi momenti della vita e ci fa sentire scollegate dal mondo, come se il nostro esistere si muovesse ai margini. La solitudine può essere episodica o cronica, scelta o subita, ma in ogni caso ha un impatto sul corpo, sull’umore, sulla fiducia in sé e negli altri.
E quando arriva l’estate, per molte donne, questo vuoto sembra farsi più grande.
L’estate è spesso raccontata come la stagione della leggerezza, delle vacanze, delle serate in compagnia. Ma non è così per tutte e tutti. Per chi resta in città, soprattutto se si è soli, anziani, o vive una fragilità sociale, l’estate può diventare una lunga parentesi di invisibilità. Le città si svuotano, i negozi chiudono, le strade si fanno deserte. Anche la TV smette di “parlare” con la sua consueta compagnia e propone repliche sbiadite. E il caldo che nei corpi femminili spesso già provati dalla fatica, dall’età o da malattie croniche non fa che peggiorare il senso di isolamento.
Le campagne e i piccoli centri, forse, offrono un diverso ritmo, più lento e comunitario, ma nelle grandi città si amplifica il senso di non appartenere, di non essere viste, di non contare. È un dolore sommerso, che colpisce soprattutto le donne che hanno dedicato la vita alla cura degli altri figli, genitori, mariti e che si ritrovano, spesso, senza una rete, senza qualcuno che si ricordi di loro. Una solitudine che ha radici culturali, che ci dice quanto poco valore venga ancora dato alla vita affettiva e sociale delle donne “non più giovani”, “non produttive”, “non performanti”.
Ma la solitudine non è solo un fatto individuale. È anche un tema politico, sociale, relazionale. È il segnale che qualcosa, nel nostro modo di abitare le comunità, si è interrotto. È il prezzo di una società che ha smantellato i luoghi di incontro, i centri di aggregazione, i cortili, le panchine, le relazioni spontanee. Dove si è più consumatori che persone, più profili che volti.
Che fare, allora?
Non esistono soluzioni facili, ma riconoscere la solitudine è già un primo passo. Nominarla, condividerla, raccontarla, aiuta a rompere il silenzio. E se sei tu, proprio tu che stai leggendo, a vivere questo stato, sappi che non sei sola, solo. Anche il dolore della solitudine può trasformarsi in una domanda di vicinanza. A volte basta una telefonata, un messaggio, un gesto di cura per aprire uno spiraglio.
E se invece sei tra chi ha una rete attorno a sé, tendi la mano. Una vicina, una conoscente, una donna che vedi sempre sola magari non ha nessuno che le chieda come sta. In un mondo che corre e dimentica, la sorellanza e la solidarietà possono essere atti rivoluzionari.
“La solitudine è una casa con troppe finestre e nessuna porta.” Anonima
Facciamo in modo, insieme, che quella porta si apra.
Giovanna Loccatelli
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