Il 15 aprile, presso l'Auditorium della Biblioteca Civica Agorà di Lucca, durante l'evento nazionale Paper Week 2026, Gavia (Paola Pasqualetti) ha presentato un manoscritto in carta riciclata e rilegato a mano, intitolato "Almeno te sei sorella di Paolo - Emozioni fermate".Si tratta di un "manufatto artistico", un libro-quaderno in copie numerate su carta riciclata, rilegato a mano con un acquarello in copertina, in cui Gavia ha raccontato fatti, emozioni, ricordi della sua vita.
“Tendere all’alto.
Il Ponte sullo Stretto non è solo un’opera.
È un’idea che ha attraversato i secoli.
Ed è ora pronta a diventare reale.
”Un ponte non si costruisce per passare. Si costruisce per credere.C’è una frase che attraversa la cultura italiana come una linea sottile ma tenace: “seguire virtute e conoscenza”. È il movimento dell’uomo verso l’alto, non per orgoglio, ma per una tensione interiore profonda; non per superare gli altri, ma per superare sé stesso, per diventare qualcosa di più di ciò che è.
Costruire il Ponte sullo Stretto, nel profondo Sud, non vuol dire soltanto realizzare una grande opera pubblica.Non è solo un’infrastruttura.È una risposta silenziosa ma intensa a chi pensa che il futuro sia cosa da altri.È una scelta che libera il Mezzogiorno da uno sguardo minoritario, che lo riporta al centro di una visione, che lo reintegra nella mappa della possibilità. È un gesto. E come ogni gesto carico di significato, è prima di tutto un gesto culturale. Costruire un ponte oggi, in questo punto del mondo, non significa soltanto collegare due sponde, ma colmare una distanza mentale. Dare corpo a un’idea che ha attraversato i secoli, i popoli, le generazioni, e che ritorna ogni volta con la stessa ostinazione con cui tornano le cose che devono ancora compiersi, quelle che restano in sospeso finché non trovano forma. È un ponte tra passato e futuro. Da sempre lo Stretto è un luogo di passaggio e di tensione, una linea d’acqua che separa e unisce, che spaventa e affascina.
Omero lo immaginava abitato da Scilla e Cariddi. Virgilio lo fece attraversare da Enea, in fuga da un mondo distrutto verso un futuro ancora senza nome.
Leonardo da Vinci ne studiò i flussi con lo sguardo di chi sa che ogni confine è anche un’opportunità.
Nel 1876 il sogno di un ponte apparve sulle pagine illustrate della Domenica del Corriere.
Nel 1909 l’idea di attraversamento si fece progetto, grazie al tunnel immaginato dall’ingegner Navone.Nel 1955 fu ripensato dal genio sobrio di Riccardo Morandi. Ma non bastano i calcoli per costruire un ponte. Serve un respiro più lungo. Perché nella costruzione di un ponte si cela sempre qualcosa di profondamente umano. Non è solo tecnica: è visione, è sguardo che immagina, è volontà di lasciare un segno.Nel Novecento, scrittori come Sciascia e Vittorini hanno raccontato lo Stretto non solo come spazio fisico, ma come simbolo di una distanza culturale, economica, esistenziale.Il ponte, allora, non avvicina soltanto le coste. Avvicina le idee. È un’opera di liberazione, un atto di emancipazione collettiva. Oggi quel sogno è diventato progetto. Il CIPESS lo ha approvato il 6 agosto 2025. Sarà il ponte sospeso più lungo del mondo, con una luce centrale di 3.300 metri, torri alte 399 metri, capace di resistere a venti fino a 270 chilometri all’ora.
È stato progettato per reggere a terremoti come quello del 1908, e i più recenti studi con La Sapienza lo confermano: resterà integro anche in condizioni estreme. Ha superato le verifiche del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, e prevede l’attivazione di oltre 100.000 posti di lavoro.
Non è più un’utopia. È un cantiere che comincia. Chi continua a insinuare dubbi, spesso non parla davvero della struttura. Parla di altro. Parla della paura, della sfiducia, di quel riflesso condizionato che porta a credere che sia meglio non rischiare, piuttosto che costruire qualcosa che possa durare, che lasci traccia, che indichi una direzione. Ma il vero valore di quest’opera non sarà solo nel ponte finito. Sarà nel processo. Nei cantieri che dureranno anni, nelle imprese coinvolte, nelle competenze che si formeranno, nelle storie che si incroceranno.Un’opera così grande è un racconto che si scrive mentre si costruisce, che comincia prima delle sue fondazioni e finisce molto dopo la sua apertura.Ogni giorno di cantiere sarà un giorno di movimento. E ogni movimento è vita. Questo ponte, in definitiva, è un pensiero teso verso l’alto. Come lo è la civiltà, come lo è l’arte, come lo è l’architettura. Non è fine a sé stesso: non si costruisce per andare semplicemente dall’altra parte, ma perché ci si crede. Perché si vuole dire che anche da qui si può cominciare, che anche il Sud può essere principio e non solo periferia. Non si tratta di un atto di orgoglio. È un atto di fiducia. Un gesto che unisce il sapere tecnico all’energia spirituale.Un’opera che guarda oltre i calcoli, e tocca qualcosa che assomiglia al sogno.
Un giorno, su quel ponte, passeranno persone che non conoscono la sua storia. Non sapranno quanto sia costato in tempo, in fatica, in discussioni. Lo attraverseranno semplicemente, come si attraversano le cose che sembrano essere sempre state lì. Ma noi, oggi, sappiamo che quel ponte non è solo acciaio e cemento. È una scelta. Un segno. Una prova silenziosa che anche ciò che sembrava impossibile può diventare gesto quotidiano, senza smettere di essere sogno.