Quattordicesima edizione del concorso letterario-artistico di MdS Editore, con il sostegno di Unicoop Firenze, la collaborazione dell'associazione La Voce del Serchio e il patrocinio del Parco Naturale Migliarino San Rossore Massaciuccoli.
Il titolo è RIFUGI, parola che parla di protezione, di difesa, ma anche della ricerca di uno spazio in cui poter essere davvero se stessi.
È un tema ampio, vivo, capace di accogliere storie, visioni, fragilità e desideri.
Mutazione genetica - Schlein e la sua gente consegnano il Pd al populismo (prima o poi qualcuno lo capirà)
La segretaria che ha occupato il partito per smontarlo si illude di poter battere Meloni alleandosi coi demagoghi, ma affidandosi a Conte rischia di perdere, oltre alle elezioni, sia il partito sia il popolo
La lunga fase del Partito democratico successiva alla sconfitta di Matteo Renzi (2016), poi uscito dal partito (2019), sembra ormai conclusa con la vittoria di una linea anti-riformista, radicaleggiante e incline al populismo. Con questa impostazione Elly Schlein ha virtualmente aperto la sua lunga campagna elettorale per espugnare Palazzo Chigi («Vi batteremo»), che avrà la prima prova alle imminenti elezioni nelle Marche: dovesse perdere, non sarebbe un buon battesimo per l’alleanza Pd-M5s. Punto e a capo, dunque.
Questi sono stati lunghi anni dominati da una battaglia politica sottotraccia cruenta e spesso confusa (segreterie di Nicola Zingaretti e Enrico Letta) e infine dall’avvento alla guida del partito di una non iscritta, appunto, Schlein (2023), che ha impresso una radicalizzazione a sinistra della linea politica del Pd e in parallelo una progressiva intesa con il Movimento 5 stelle. Questo processo si è concluso alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia dove il leader del M5s è stato acclamato come «uno di noi». L’amalgama non sta tanto nell’intesa tra i leader, ma in un sentimento della base. Questo è il dato politico e sentimentale.
La trasfigurazione da partito a vocazione di governo a partito radicale con venature estremiste e populiste dunque è cosa fatta, e la scelta di Conte come compagno di strada, come dicevano una volta i comunisti, in Francia soprattutto, a proposito di quelli che pur non facendo parte del partito la pensavano in modo identico al loro.
«La nostra gente», come dice Schlein e prima di lei i vecchi capi della sinistra, stima l’avvocato, ne ha sostenuto il secondo governo e condivide con lui da tre anni l’opposizione: non ha mancato di sottolinearlo su quello stesso palco della Festa, Dario Franceschini, il bricoleur dei cartelli elettorali.
D’altra parte il vecchio Movimento di Beppe Grillo, Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Danilo Toninelli, Vito Crimi e Roberta Lombardi (la coppia che irrise un Pier Luigi Bersani allibito), Alfonso Bonafede, Barbara Lezzi, Virginia Raggi, eccetera, non esiste più. Hanno tutti cambiato mestiere. Del vecchio gruppo resiste quella Paola Taverna che un tempo dava ai dem dei mafiosi, e oggi firma l’alleanza elettorale in Toscana: una vera professionista. Non è più un movimento antisistema, ma un partito cardine del sistema.
Schlein e Conte dicono le stesse cose tranne che sull’Ucraina, e infatti i fattisti di Marco Travaglio l’hanno fischiata alla Festa del giornale proprio su questo punto: ma tanto il popolo dem non intende morire per Kyjiv, quindi non è un grande problema.
Ha ragione Pina Picierno nel dire che «è necessario un chiarimento con Conte», criticando la leadership Pd. E spiegando che «quando Schlein dice che “è giusto che non siamo d’accordo che l’Ucraina sia stata invasa in maniera criminale”, io dico che invece non è giusto. Perché se un partito di centrosinistra non sa riconoscere la resistenza di un popolo che resiste a un esercito oppressore di stampo imperialista, com’è quello di Putin, allora non può dirsi una coalizione di sinistra».
Chiarirà, Schlein, con l’avvocato? Figuriamoci. Il punto che la segretaria, come la base del partito, intende bene è che Conte dispone di quei voti senza i quali il Pd non vincerà mai, quindi bisogna per forza prenderlo: è una valutazione di buonsenso, ma a quale prezzo?
L’avvocato è stato chiaro, nella sua ambiguità da politico di scuola meridionale e in particolare pugliese, dicendo che «con il Pd non siamo alleati, stiamo creando un progetto politico per mandare a casa Meloni». Per lui dunque si tratta di un’intesa tattica, elettoralistica, insomma un cartello. Il concetto contiano si deve leggere così: cara Elly, ti do i miei voti, ma tu mi dai la leadership. Più che uno scambio politico, è l’ombra di un ricatto.
L’idea di coalizione così come si è affermata nella Seconda Repubblica viene perciò, da Conte, superata con un ritorno al cartello elettorale nel quale la regola è quella della spregiudicatezza. Ci sta, nella concezione trasformistica della politica.
Magari la leader del Pd potrebbe anche accettare il ricatto pur di vincere alle elezioni e di cacciare Giorgia Meloni dal governo: sarebbe un’impresa storica e controcorrente rispetto alle tendenze mondiali che vedono le destre vincenti. La segretaria avrebbe tutti gli onori e una poltrona di assoluto rilievo nel governo Conte. Poi si vedrà.
Può darsi dunque che l’estrema conseguenza della sua «testardaggine unitaria» induca la leader del Nazareno a cedere il passo all’avvocato già due volte presidente del Consiglio (una con Matteo Salvini), il quale ha il coltello dalla parte del manico: o io a Palazzo Chigi o non se ne fa niente. Oppure Elly Schlein avrà un sussulto di dignità imponendo la via democratica delle primarie di coalizione: lei contro lui, una sfida durissima dall’esito incerto. Perché lei ha più voti, ma lui è più abile di lei. In ogni caso ciò che sta emergendo è che l’avvocato del populismo si è messo a correre, e il Pd insegue illudendosi di vincere.