Dopo il grande successo dell’edizione di novembre, MdS Editore ripropone Parole a Tavola, la serata che intreccia letteratura e convivialità in un’esperienza pensata per far incontrare lettori e autori in un contesto informale, caldo e partecipato.
Un appuntamento che ha già dimostrato quanto sia forte il desiderio di ascoltare storie dal vivo, condividere emozioni e vivere i libri come occasione di relazione.
Il nuovo incontro si terrà domenica 1 marzo alla Fattoria l’Olmetto, un luogo immerso nel verde e ricco di atmosfera, con un tocco di poesia
Mercoledì 11 febbraio alle 21:15, al Circolo Arci L’Ortaccio di Vicopisano

La redazione di Spazio Donna apre una nuova riflessione pubblica: parlare di misoginia, oggi, significa parlare del nostro presente. Non riguarda soltanto episodi eclatanti o violenze evidenti; riguarda ciò che respiriamo ogni giorno, spesso senza accorgercene. Riguarda quel linguaggio che ancora ci attraversa e ci definisce, e che troppo spesso non abbiamo scelto noi.
La misoginia non nasce solo nei grandi ingranaggi del potere, ma nelle minuscole crepe della vita quotidiana: nelle frasi dette con leggerezza, nei commenti ironici, nei giudizi affrettati sul nostro corpo, sulla nostra voce, sul nostro modo di stare nello spazio pubblico. È invisibile perché radicata, naturale perché antica, accettata perché familiare. Ma non per questo meno violenta.
Molte donne ci raccontano la stessa sensazione: ogni volta che prendono parola, c’è qualcuno pronto a spiegare meglio; ogni volta che mostrano decisione, qualcuno le invita alla prudenza; ogni volta che esprimono un’emozione, qualcuno la usa per sminuirle. Non sono storie rare. Sono storie normali. Ed è proprio questa normalità che ci deve allarmare.
Il linguaggio è uno dei territori dove la misoginia trova casa. Parole che sembrano neutre e invece non includono; espressioni che presentano l’uomo come misura universale e la donna come deviazione; modi di dire che riducono il femminile a fragilità, servizio, emotività. E non è “solo una questione di forma”: le parole sono strutture politiche, forme di potere, mappe mentali che modellano ciò che crediamo possibile.
Se continuiamo a nominare il mondo solo al maschile, continueremo a immaginare il potere, l’autorevolezza, la competenza solo al maschile. Il femminile resterà un’appendice, un’aggiunta, un’eccezione. E quando un genere è nominato solo per eccezione, lo si condanna all’invisibilità. È così che il sessismo linguistico diventa una forma di violenza silenziosa: ci toglie presenza, e quindi cittadinanza simbolica.
Smascherare la misoginia significa dunque ridare peso alle parole. Chiedersi cosa stiamo dicendo, perché lo stiamo dicendo e quali immagini stiamo riproducendo. Significa emancipare il nostro linguaggio dalla cultura che ci vuole marginali. Significa restituire dignità al femminile, farlo esistere nella lingua e quindi nel mondo.
Non si tratta di diventare “severe”, “sensibili” o “permalose”, come spesso ci viene detto. Si tratta di diventare consapevoli. E la consapevolezza è sempre un atto politico.
Cominciamo da qui: cambiare le parole per cambiare la realtà. Perché nessun cambiamento autentico avviene senza la voce delle donne. E perché nessuna di noi merita di essere nominata a metà.
Adele Di Giulio
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