Il 15 aprile alle ore 17.30, presso l'Auditorium della Biblioteca Civica Agorà di Lucca, durante l'evento nazionale Paper Week 2026, verrà presentata una creazione di Gavia ( nome d'arte di Paola Pasqualetti).
Si tratta di un "manufatto", un libro-quaderno in copie numerate su carta riciclata, rilegato a mano con un acquarello in copertina.
Una forma di editoria antica, sostenibile, indipendente.
Un libro dal contenuto ludico-educativo, con scrittura leggera ma non superficiale, di una raccolta di piccole storie belle dal titolo : "Almeno tu sei sorella di Paolo".
Le tagliarono il naso e le orecchie. La lasciarono morire, sola, tra le montagne. Aveva diciott’anni.
Aesha Mohammadzai era solo una bambina quando il suo destino venne venduto in cambio di un accordo tra uomini armati. In Afghanistan esiste ancora una pratica brutale chiamata baad, che permette di “riparare” una disputa familiare offrendo in cambio una figlia. Aesha aveva dodici anni quando divenne merce di scambio. A quattordici fu costretta a sposare un combattente talebano.
Quel matrimonio fu l’inizio dell’incubo. Giorno dopo giorno, Aesha subì violenze, umiliazioni, punizioni crudeli inflitte non solo dal marito, ma anche dai suoi familiari. Non c’era via d’uscita. Solo dolore.
Ma Aesha non era nata per obbedire in silenzio. E quando il dolore superò la paura, cercò di fuggire. Tentò di riconquistare la sua libertà. Venne catturata. Imprigionata. E poi riconsegnata ai suoi aguzzini.
Fu allora che la crudeltà si fece carne: per punizione, la portarono tra le montagne, la immobilizzarono e le mozzarono il naso e le orecchie. Pensavano di averle tolto tutto: la bellezza, la voce, la vita. La lasciarono lì, nel nulla, convinti che nessuno l’avrebbe mai più cercata.
Ma Aesha non morì. Sanguinante e sola, trovò la forza di raggiungere uno zio. Fu suo padre, insieme al nonno — forse spinti dal rimorso, forse da un ultimo slancio d’umanità — a portarla in una base militare americana. Era sopravvissuta. Ma il peggio non era finito.
Nel 2010 la rivista TIME pubblicò in copertina il suo volto mutilato. Lo scatto, potente e crudele, fermò il mondo. Nessuna parola, solo uno sguardo fiero, che raccontava tutto: la violenza, il dolore, la sopravvivenza. La fotografa Jodi Bieber catturò più di un volto: rese visibile la condizione delle donne afghane, troppo spesso ignorata dal mondo.
Negli Stati Uniti, Aesha iniziò un lungo percorso di ricostruzione. I medici usarono tessuti del suo corpo per ridarle un volto, ma le ferite più profonde non erano sulla pelle. Erano dentro. Crisi, attacchi di panico, incubi. Un dolore che nessuna chirurgia poteva curare.
Eppure, Aesha ha ricominciato. Con il supporto di associazioni come Women for Afghan Women, ha trovato rifugio, studio, voce. Oggi vive nel Maryland, costruisce il proprio futuro e continua a raccontare la sua storia. Non per rivendicare pietà, ma per lanciare un messaggio: si può rinascere. Anche dopo l’inferno.
Aesha è la prova che la dignità può sopravvivere al disonore, che il coraggio può avere il volto di una ragazza sfigurata ma indomabile. È diventata un simbolo non solo di dolore, ma di forza. E la sua esistenza è un atto di resistenza, un grido contro ogni forma di silenzio.
𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐞 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞
𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜.