Il 15 aprile alle ore 17.30, presso l'Auditorium della Biblioteca Civica Agorà di Lucca, durante l'evento nazionale Paper Week 2026, verrà presentata una creazione di Gavia ( nome d'arte di Paola Pasqualetti).
Si tratta di un "manufatto", un libro-quaderno in copie numerate su carta riciclata, rilegato a mano con un acquarello in copertina.
Una forma di editoria antica, sostenibile, indipendente.
Un libro dal contenuto ludico-educativo, con scrittura leggera ma non superficiale, di una raccolta di piccole storie belle dal titolo : "Almeno tu sei sorella di Paolo".
UN REFERENDUM TRA SLOGAN FALSI E VERITA’ TACIUTE.
Sulla riforma dell’Ordine Giudiziario, c’è un punto che non può essere ignorato: la campagna referendaria dell’Associazione Nazionale Magistrati sta usando argomenti che non corrispondono al vero. E questo dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore la Costituzione.
È legittimo votare contro una riforma. Molto meno è farlo diffondendo falsità, soprattutto da parte di chi dovrebbe incarnare credibilità e rigore istituzionale.
Emblematico è lo slogan “Vuoi giudici dipendenti dalla politica?”, una domanda retorica costruita su una doppia distorsione.
La prima: si parla genericamente di “giudici”, mentre il tema riguarderebbe, semmai, i pubblici ministeri. Una confusione voluta, che alimenta l’equivoco — già diffuso — che fa intendere le richieste dell’accusa come sentenze dei giudici. Un errore che la riforma, in linea con quanto previsto già nel 1988 dalla riforma Vassalli, mira proprio a correggere.
La seconda distorsione è ancora più grave, perché la separazione delle carriere non introduce alcuna dipendenza della magistratura dalla politica.
La Costituzione, anche nel testo riformato, ribadisce chiaramente l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. E in uno Stato di diritto come il nostro esiste una Corte Costituzionale pronta a cancellare qualsiasi norma che violi questi principi.
Sostenere il contrario significa mentire.
E quando a farlo è chi si proclama difensore della Costituzione, il risultato non è la sua tutela, ma il suo tradimento.
Chi manipola l’informazione — magistrato o politico che sia — si assume la responsabilità di gettare discredito sulla propria categoria.
La controprova è semplice. Basta chiedere, a chi denuncia una presunta subordinazione della magistratura alla politica, dove questo sia scritto nero su bianco. Le risposte non arrivano. Restano solo slogan ripetuti o ipotesi vaghe, più simili a profezie che ad argomentazioni giuridiche.
E allora ci si deve chiedere come fidarsi di chi decide sulla libertà, sui diritti e sui beni delle persone, se per sostenere la propria posizione ricorre alla menzogna?
È amaro constatare che nella campagna referendaria ci siano tutori della legge pronti a tutto pur di vincere, anche a ingannare l’opinione pubblica.
Il confronto è legittimo, ma deve essere onesto. Si giudichi una legge per ciò che è, non per ciò che si teme che forse potrebbe diventare, oppure su ciò che si inventa che sia, fidando che le persone non vadano a leggere e verificare.
Se qualcuno, invece, vuole bocciare la riforma per ragioni politiche, lo dica apertamente, senza ipocrisie.
Non si inventino tesi infondate per respingere una legge in linea con una tradizione progressista e garantista, solo per provare a dare una spallata al governo.
La domanda da porsi, in questo caso, è se sia opportuno e conveniente battere questa pista politicista, in fondo alla quale - che vinca il Sì o il No - la destra resterà compatta, perché non è su questo che perderà nel ’27, e il fronte progressista avrà comunque mancato un obbiettivo riformista da sempre.
Infine a quasi dieci anni da un altro referendum, caduto vittima del calcolo politico sbagliato di chi bocciò quella riforma utilizzandola come una faida, non mi sono convertito a quel pessimo modo di fare politica e voterò nel merito di una riforma che, per quanto limitata, considero comunque un passo avanti che, altrimenti, non so se e quando sarebbe fatto in futuro.