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Dopo il grande successo dell’edizione di novembre, MdS Editore ripropone Parole a Tavola, la serata che intreccia letteratura e convivialità in un’esperienza pensata per far incontrare lettori e autori in un contesto informale, caldo e partecipato.

Un appuntamento che ha già dimostrato quanto sia forte il desiderio di ascoltare storie dal vivo, condividere emozioni e vivere i libri come occasione di relazione.

Il nuovo incontro si terrà domenica 1 marzo alla Fattoria l’Olmetto, un luogo immerso nel verde e ricco di atmosfera, con un tocco di poesia

Terremoto a Bruxelles: Federica Mogherini è in manette. .....
. . . quindi ne ho vita passare acqua di sotto i ponti .....
Appunto, non è pertinente ma le si addice pienamente. .....
. . . non so se è pertinente ma non sapevo come poter .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Mercoledì 11 febbraio alle 21:15, al Circolo Arci L’Ortaccio di Vicopisano 

per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
OCCHI, OCCHIALI E LENTI A CONTATTO
di Venanzio Fonte
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di Bruno Pollacci
Direttore dell'Accademia d'Arte di Pisa
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OCCHI, OCCHIALI E LENTI A CONTATTO
di Venanzio Fonte
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Una Persona al di fuori del tempo
(Testo per brano musicale poetico)


Seduto al freddo piove o neve
Ma non ti nota quella gente
Con il tuo sguardo .....
MI DICESTI UNA VOLTA CHE SARESTI STATA MIA PER SEMPRE
ED ERO COSI CONVINTO CHE IL TUO AMORE
NON SAREBBE MAI MORTO
MA ORA TE NE SEI ANDATA E HAI TROVATO .....
di Pietro Giordano
Giustizia, separazione delle carriere e la fine delle distorsioni

19/1/2026 - 9:28

Giustizia, separazione delle carriere e la fine delle distorsioni

Perché la divisione del CSM può ridurre le disuguaglianze e fermare il “massacro” silenzioso di vite innocenti
Ogni volta che si discute di giustizia e di separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, torna un argomento apparentemente rassicurante: non serve cambiare nulla, perché il sistema funziona. A sostegno di questa tesi viene citato un dato che sembra chiudere ogni discussione: solo circa il 50 per cento degli imputati viene condannato. Ma questo numero, letto senza interrogarsi su ciò che accade prima e intorno al processo, non dimostra affatto che la giustizia sia equa. Al contrario, rischia di nascondere una realtà fatta di profonde diseguaglianze e di un costo umano che nessuna statistica è in grado di misurare.
Il processo penale, infatti, non è mai neutro. I cittadini non vi entrano tutti con le stesse risorse. Chi dispone di mezzi economici, relazioni e competenze può affrontarlo con strumenti adeguati; chi non li ha subisce il peso di una difesa spesso fragile e di tempi che diventano una condanna anticipata. Per i più deboli, anche un’assoluzione finale non cancella ciò che accade lungo il percorso: la perdita del lavoro, l’isolamento sociale, la rottura dei legami familiari, lo stigma che resta appiccicato come un marchio indelebile.
A rendere tutto questo ancora più grave è il modo in cui l’azione penale si riflette nello spazio pubblico. L’avviso di garanzia, che dovrebbe essere una garanzia e non una colpa, viene percepito come una sentenza anticipata. Il circuito mediatico trasforma l’accusa in racconto, l’indagine in spettacolo, e l’imputato in colpevole agli occhi dell’opinione pubblica. Anche quando la giustizia arriva a riconoscere l’innocenza, spesso lo fa su macerie già fumanti.
In questo contesto, la separazione delle carriere e, soprattutto, la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura assumono un significato decisivo. Un CSM unico, che governa insieme magistratura giudicante e requirente, tende a produrre una commistione di percorsi formativi, criteri valutativi, logiche decisionali e meccanismi ispettivi. Chi accusa e chi giudica cresce nello stesso ambiente, viene valutato dagli stessi organi, partecipa alle stesse dinamiche di carriera. Questa sovrapposizione non è neutra: favorisce uno squilibrio strutturale a vantaggio dell’accusa e rende più difficile, soprattutto per i cittadini più fragili, trovare un giudice percepito come realmente terzo.
La divisione del CSM, invece, avrebbe un effetto riequilibrante profondo. Separare gli organi di autogoverno significa distinguere davvero funzioni, responsabilità e culture professionali. Significa costruire percorsi formativi diversi, criteri di valutazione coerenti con i ruoli, sistemi ispettivi che tengano conto della specificità dell’attività giudicante e di quella requirente. In questo modo si riducono le distorsioni che oggi alimentano diseguaglianze concrete e si rafforza la terzietà del giudice, che è la prima e più importante garanzia per il cittadino.
C’è poi un altro aspetto, spesso sottovalutato, che la divisione del CSM contribuirebbe a correggere: la deriva mediatica di una parte della magistratura requirente. In un sistema in cui visibilità, notorietà e “inchieste che fanno rumore” possono pesare sulle valutazioni di carriera, l’esposizione pubblica rischia di diventare un incentivo. Separare i percorsi e gli organi di governo riduce questo rischio, perché rende meno spendibile la popolarità mediatica e riporta al centro la qualità giuridica del lavoro svolto. La giustizia tornerebbe a parlare nelle aule dei tribunali, non nei talk show.
Per questo, la divisione del CSM non è una riforma punitiva né un attacco all’autonomia della magistratura. È, al contrario, uno strumento di tutela dei diritti fondamentali. Serve a ridurre le diseguaglianze che colpiscono soprattutto i più deboli, a limitare l’uso improprio del processo come pena anticipata, a impedire quel “massacro” silenzioso di vite innocenti che avviene quando l’assoluzione arriva dopo anni di esposizione, sofferenza e isolamento.
Continuare a dire che non serve cambiare nulla perché una parte degli imputati viene assolta significa accettare questo stato di cose. Riconoscere invece la necessità di separare le carriere e di dividere il CSM significa affermare un principio semplice ma decisivo: la giustizia non deve solo evitare condanne ingiuste, deve anche evitare di distruggere le persone lungo il cammino. Perché in uno Stato di diritto, la tutela dei cittadini passa prima di tutto dall’equilibrio dei poteri e dalla sobrietà di chi li esercita.

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