Dopo il grande successo dell’edizione di novembre, MdS Editore ripropone Parole a Tavola, la serata che intreccia letteratura e convivialità in un’esperienza pensata per far incontrare lettori e autori in un contesto informale, caldo e partecipato.
Un appuntamento che ha già dimostrato quanto sia forte il desiderio di ascoltare storie dal vivo, condividere emozioni e vivere i libri come occasione di relazione.
Il nuovo incontro si terrà domenica 1 marzo alla Fattoria l’Olmetto, un luogo immerso nel verde e ricco di atmosfera, con un tocco di poesia
Mercoledì 11 febbraio alle 21:15, al Circolo Arci L’Ortaccio di Vicopisano

Piccole storie che hanno cambiato il mondo
Come vi avevamo promesso, la redazione di Spazio Donna continua a raccontare storie di donne realmente vissute che hanno trasformato il mondo, spesso senza che il mondo se ne accorgesse.
Quella di Katharine Burr Blodgett è una di queste.
Katharine aveva solo pochi giorni quando suo padre venne ucciso davanti alla porta di casa, a Schenectady, nello Stato di New York. Non lo avrebbe mai conosciuto. Ma sua madre fece una promessa silenziosa e radicale: a quella bambina non sarebbero state negate le opportunità che il mondo, allora come oggi, tendeva a negare alle donne.
Katharine crebbe con una determinazione limpida, ostinata, capace di cambiare – letteralmente – il modo in cui l’umanità vede il mondo.
Mentre altre bambine giocavano, lei si perdeva tra numeri, formule, domande. A quindici anni terminò le scuole superiori, a diciannove si laureò in chimica grazie a una borsa di studio al Bryn Mawr College. La scienza non era una curiosità: era il suo linguaggio.
Durante l’ultimo anno di studi visitò i laboratori di ricerca della General Electric, dove suo padre aveva lavorato. Qui incontrò Irving Langmuir, scienziato brillante, futuro premio Nobel, che colse subito qualcosa di raro nelle sue domande. Le suggerì di continuare, di formarsi ancora, di tornare più forte.
Katharine lo fece.
Nel 1918, a soli vent’anni, diventò la prima donna scienziata assunta nei laboratori di ricerca della General Electric. Per sei anni lavorò accanto a Langmuir, approfondendo la chimica delle superfici e i film sottili. Poi arrivò un’altra sfida: “Vai a Cambridge. Prendi un dottorato. Rendilo impossibile per chiunque ignorarti.”
E lei, ancora una volta, lo fece.
Nel 1926 Katharine Burr Blodgett divenne la prima donna al mondo a ottenere un dottorato in fisica all’Università di Cambridge.
Tornata alla General Electric, si dedicò a un problema che da decenni frustrava la comunità scientifica: il vetro riflette la luce. Lenti, telescopi, occhiali perdono nitidezza. E se il vetro potesse diventare quasi invisibile?
Con una precisione estrema, Katharine sviluppò una tecnica per depositare sul vetro strati molecolari sottilissimi, spessi solo pochi atomi. Scoprì che, controllando con cura questi strati, era possibile eliminare quasi del tutto i riflessi.
Nel dicembre del 1938 mostrò ai fotografi un vetro trattato con il suo metodo. Le macchine fotografiche non riuscivano a “vederlo”. Il vetro era diventato quasi invisibile.
Era nata una rivoluzione.
Nel 1939 Via col vento fu girato utilizzando obiettivi basati sul suo lavoro. Durante la Seconda guerra mondiale la sua tecnologia divenne fondamentale per periscopi, aerei, sistemi di sicurezza: migliaia di vite furono salvate anche grazie alle sue scoperte.
Eppure, quando arrivò il tempo dei riconoscimenti, il suo nome rimase spesso ai margini. Langmuir ricevette il Nobel nel 1932 – giustamente. Ma Katharine comparve raramente nei titoli.
A lei non interessava la fama. Le interessava la chiarezza. Le interessava spingere più in là ciò che sembrava possibile.
Lavorò per quarantacinque anni alla General Electric, ottenne otto brevetti, pubblicò oltre trenta articoli scientifici. Non si sposò. Dedicò la sua vita alla scienza, in un mondo che continuava a domandarsi se le donne “appartenessero” davvero ai laboratori.
Nel 1951 la sua città le dedicò una giornata ufficiale. Alla sua morte, nel 1979, un collega disse: “I metodi che ha sviluppato sono diventati strumenti classici della scienza.”
Eppure, il mondo andò avanti dimenticando il suo nome.
Ogni giorno usiamo la sua invenzione senza saperlo: negli occhiali antiriflesso, nelle lenti fotografiche, negli schermi, nei parabrezza, nei telescopi e nei microscopi.
La tecnica Langmuir-Blodgett, che porta anche il suo nome, è ancora oggi alla base della ricerca in nanotecnologia.
Katharine Burr Blodgett ha reso possibile una visione più limpida del mondo. La storia ha cercato di renderla invisibile. Noi oggi scegliamo di guardarla.
Ogni donna che entra in un laboratorio attraversa anche le porte che lei ha aperto. Ogni ragazza a cui viene detto “la scienza non è per te” può rispondere con la sua storia.
Il genio non ha genere. Ma la memoria sì. E coltivarla è una responsabilità collettiva.
Questa è una storia che merita di essere ricordata.
(dal Post di Piccole Storie)
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