Il 15 aprile alle ore 17.30, presso l'Auditorium della Biblioteca Civica Agorà di Lucca, durante l'evento nazionale Paper Week 2026, verrà presentata una creazione di Gavia ( nome d'arte di Paola Pasqualetti).
Si tratta di un "manufatto", un libro-quaderno in copie numerate su carta riciclata, rilegato a mano con un acquarello in copertina.
Una forma di editoria antica, sostenibile, indipendente.
Un libro dal contenuto ludico-educativo, con scrittura leggera ma non superficiale, di una raccolta di piccole storie belle dal titolo : "Almeno tu sei sorella di Paolo".
È finito il tempo delle indicazioni di voto
Perché le recenti prese di posizione ecclesiali riaprono una ferita che il Concilio Vaticano II aveva già sanato
Le dichiarazioni pubbliche di Matteo Zuppi, soprattutto quando si collocano a ridosso di passaggi elettorali o di snodi decisivi della vita istituzionale, pongono un problema che va ben oltre il merito delle singole affermazioni. Il punto non è se le sue parole siano animate da buone intenzioni, né se intercettino sensibilità largamente condivise nel mondo cattolico. Il punto è un altro, più profondo e più serio: fino a che punto un vescovo – per quanto autorevole – può spingersi nell’indicare priorità, giudizi e orientamenti che finiscono inevitabilmente per tradursi in un indirizzo politico e, di fatto, elettorale?
Negli ultimi interventi pubblici, il richiamo insistente a determinate urgenze politiche, la sottolineatura di ciò che sarebbe “compatibile” o “incompatibile” con una coscienza cristiana, l’uso di categorie morali applicate direttamente a scelte di governo e di voto, hanno prodotto un effetto chiaro: ridurre la complessità del discernimento politico a una sorta di perimetro etico tracciato dall’alto. Anche quando non viene mai pronunciata esplicitamente la parola “voto”, il messaggio che arriva ai fedeli è difficilmente equivocabile.
È proprio questo il nodo da contestare. Non perché la Chiesa debba tacere sui grandi temi della giustizia, della pace, della dignità umana, ma perché esiste una differenza sostanziale tra l’annuncio dei principi e la loro traduzione in opzioni politiche concrete. Una differenza che il Concilio Vaticano II ha voluto scolpire con chiarezza, proprio per evitare che il magistero si trasformasse in supplenza della responsabilità laicale.
Quando un cardinale parla come se esistesse una gerarchia oggettiva e immediatamente vincolante delle scelte politiche “giuste”, il rischio è quello di riattivare, magari inconsapevolmente, una forma di clericalismo politico che pensavamo definitivamente superata. Non si tratta di imporre un “partito cattolico”, ma di qualcosa di più sottile: l’idea che il discernimento ultimo spetti ancora al pastore, mentre al laico resterebbe solo il compito di adeguarsi.
Eppure il Vaticano II ha detto l’opposto. Ha affidato ai laici il compito specifico di ordinare le realtà temporali secondo Dio, assumendone fino in fondo l’autonomia, il rischio e la responsabilità. Questo significa accettare che cristiani altrettanto sinceri possano giungere a scelte politiche diverse, persino opposte, senza per questo sentirsi meno fedeli al Vangelo. Significa riconoscere che non esiste una traduzione univoca dei valori cristiani in programmi, leggi o alleanze.
Le dichiarazioni di Zuppi, invece, sembrano talvolta muoversi in una direzione diversa: quella di una Chiesa che, davanti alla frammentazione del quadro politico e alla crisi della rappresentanza, sente la tentazione di tornare a “guidare” direttamente il popolo dei credenti. È una tentazione comprensibile, ma sbagliata. Perché così facendo la Chiesa rischia di perdere la sua posizione di coscienza critica universale e di essere percepita come un attore politico tra gli altri, con inevitabili conseguenze di divisione interna e di perdita di credibilità esterna.
C’è poi un ulteriore effetto collaterale da non sottovalutare. Ogni volta che un’autorità ecclesiastica suggerisce implicitamente dove dovrebbe orientarsi un cattolico “coerente”, scarica sui pastori un peso che non è il loro e alleggerisce i laici di una responsabilità che invece è costitutiva della loro vocazione. Si infantilizza la coscienza cristiana, la si sottrae al confronto drammatico con la storia, la si protegge dietro indicazioni rassicuranti ma improprie.
Contestare queste prese di posizione non significa rivendicare una laicità contro la fede, ma una fede adulta dentro la laicità. Significa ricordare che il “mestiere” dei vescovi non è dire ai fedeli come votare, ma aiutarli a formare coscienze libere, capaci di scegliere anche senza stampelle. E significa ribadire che l’impegno politico dei laici non è una concessione della gerarchia, ma un mandato conciliare.
Per questo è necessario dirlo senza ambiguità: il tempo delle indicazioni di voto, esplicite o allusive, è finito. Non per spirito polemico, ma per fedeltà alla Chiesa del Concilio.
Ai pastori spetta l’annuncio, la denuncia profetica, la custodia del Vangelo.
Ai laici spetta la politica, con tutte le sue fatiche, le sue contraddizioni e le sue scelte divisive. Confondere questi piani non rafforza la testimonianza cristiana nello spazio pubblico: la indebolisce, e alla lunga la svuota.