Quattordicesima edizione del concorso letterario-artistico di MdS Editore, con il sostegno di Unicoop Firenze, la collaborazione dell'associazione La Voce del Serchio e il patrocinio del Parco Naturale Migliarino San Rossore Massaciuccoli.
Il titolo è RIFUGI, parola che parla di protezione, di difesa, ma anche della ricerca di uno spazio in cui poter essere davvero se stessi.
È un tema ampio, vivo, capace di accogliere storie, visioni, fragilità e desideri.
Il prefetto di Torino 2006, Tagliente, ad "Avvenire": «Sulle delegazioni ogni Stato decide per sé»
«La sicurezza di un grande evento sportivo non si improvvisa e non inizia nei giorni immediatamente precedenti all’evento...». Francesco Tagliente, prefetto in congedo con un imponente cursus honorum nella Polizia di Stato, non parla per sentito dire. Nella sua lunga carriera, la gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza di grandi manifestazioni è stata una costante: dal Giubileo 2000 alla sicurezza della Nazionale ai vittoriosi mondiali di calcio in Germania fino ai Giochi olimpici di Torino 2006, gli ultimi in Italia prima di Milano-Cortina. Fedele al contegno dei civil servant, Tagliente non entra nella polemica sul caso Ice, perché «è compito delle istituzioni gestire la questione». Per la sua esperienza, comunque, «ogni Stato decide da sé la composizione degli addetti alla sicurezza che vigileranno sulla propria delegazione. Ma è lo Stato ospitante a determinare il quadro di regole e procedure: a Torino 2006 stabilimmo ad esempio un massimo di due addetti armati per ogni personalità straniera presente...».
Come funziona la macchina della sicurezza di un evento olimpico?
La pianificazione inizia anni prima, attraverso lo studio e l’apprendimento di esperienze precedenti. Nel nostro caso, il percorso iniziò nel 2002 con l’osservazione diretta dei Giochi di Salt Lake City, proseguì con Atene 2004 e si tradusse in un sistema di prevenzione, controllo del territorio e gestione integrata della sicurezza: un processo continuo, fino al deflusso finale degli spettatori.
Nel dettaglio, chi si occupa di cosa?
La macchina è multilivello e inter istituzionale: al Comitato Organizzatore toccano gli aspetti logistici, tecnologici e organizzativi; allo Stato, attraverso il ministero dell’Interno, la gestione dell’ordine e della sicurezza, la prevenzione del terrorismo, la protezione di atleti, delegazioni e personalità. A Torino 2006 ciò trovò sintesi nel Centro nazionale di informazione sulle Olimpiadi (Cnio), che metteva attorno allo stesso tavolo tutte le componenti della sicurezza: forze di polizia, intelligence, Vigili del fuoco, forze armate, enti locali e ufficiali di collegamento dei Paesi partecipanti.
Quali sono gli obiettivi sensibili da proteggere?
In un evento olimpico non esiste un solo obiettivo, ma un sistema di obiettivi: gli atleti e le delegazioni;·i capi di Stato e di Governo e le personalità istituzionali; il pubblico, che è sempre la priorità assoluta; i media. E ancora, le infrastrutture critiche; gli sponsor internazionali, spesso grandi aziende globali, e infine le merci, i rifornimenti e la logistica. La sicurezza non riguarda solo le gare.
Come sono organizzate le delegazioni di sicurezza dei singoli Paesi?
Ogni Paese partecipante dispone di propri ufficiali di collegamento, che non operano in autonomia nello Stato ospitante. A Torino 2006, erano inseriti nel sistema di sicurezza italiano e garantivano un flusso costante di informazioni su profili di rischio, esigenze specifiche, eventuali criticità. Una cooperazione silenziosa ma essenziale, basata sulla fiducia reciproca e sul coordinamento centrale. La direzione del sistema è appannaggio esclusivo di chi ospita, con meccanismi che debbono garantire unità di comando, condivisione delle informazioni di intelligence, rapidità decisionale.
L’attentato ai Giochi di Monaco ‘72 ha cambiato regole e procedure?
Ha determinato un cambio di paradigma, con un approccio fondato sul basso profilo; massima efficacia, ma minima invasività; sicurezza visibile, ma non opprimente. A Torino 2006 il sistema si basò su tre cerchi concentrici di sicurezza (hard ring, soft ring e area di rispetto), controlli tecnologici avanzati, screening di persone e merci, ma anche su una forte presenza di operatori in abiti civili e un’attenta gestione dell’ordine pubblico.
Quanti uomini sono necessari?
Non c’è un numero standard: dipende dal contesto geopolitico, dal territorio, dal numero di siti e di partecipanti. A Torino si arrivò a coinvolgere oltre 9mila operatori di Polizia, a cui si aggiungevano Forze armate, Vigili del Fuoco, servizi sanitari e personale specializzato.Le delegazioni straniere operarono con numeri molto più contenuti.
Quale insegnamento ha tratto da quell’esperienza?
All’epoca, io e il collega Roberto Massucci fummo colpiti da un’intervista in cui l’ex procuratore e sindaco di New York Rudolph Giuliani - che guidò la delegazione Usa alla cerimonia di chiusura - definì il Cnio «un modello perfetto di lavoro» e un esempio per eventi futuri. Oggi, quell’esperienza mi ha convinto che la vera sfida della sicurezza dei grandi eventi non sia mostrare forza, ma costruire fiducia: tra istituzioni, tra Stati, e soprattutto verso i cittadini. Quando il sistema funziona, la sicurezza non si nota. Ed è questo il miglior risultato possibile.