Dopo il grande successo dell’edizione di novembre, MdS Editore ripropone Parole a Tavola, la serata che intreccia letteratura e convivialità in un’esperienza pensata per far incontrare lettori e autori in un contesto informale, caldo e partecipato.
Un appuntamento che ha già dimostrato quanto sia forte il desiderio di ascoltare storie dal vivo, condividere emozioni e vivere i libri come occasione di relazione.
Il nuovo incontro si terrà domenica 1 marzo alla Fattoria l’Olmetto, un luogo immerso nel verde e ricco di atmosfera, con un tocco di poesia
Mercoledì 11 febbraio alle 21:15, al Circolo Arci L’Ortaccio di Vicopisano
Quando il referendum diventa una scomunica
Dal “CasaPound vota sì” del Pd alla memoria corta della sinistra, mentre il merito della giustizia resta ai margini
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui il Partito Democratico ha scelto di impostare la campagna per il referendum sulla giustizia. Non tanto per ciò che dice della riforma, quanto per ciò che dice del rapporto tra politica, merito e confronto democratico. Lo slogan lanciato sui social – “CasaPound vota sì, vota no. La Costituzione è antifascista” – è più di una trovata comunicativa: è una scelta di campo culturale. Una scelta che rinuncia alla discussione sui contenuti per affidarsi alla scomunica morale.
Il messaggio è semplice, quasi brutale nella sua linearità: se voti sì, ti collochi nello stesso campo simbolico di CasaPound; se voti no, difendi la Costituzione e l’antifascismo. È un sillogismo che funziona sul piano emotivo, ma che si sgretola appena lo si sottopone a una verifica razionale. Perché non argomenta, non dimostra, non confuta: suggerisce. E soprattutto divide.
In questo schema, il referendum smette di essere uno strumento di scelta consapevole e diventa una prova di appartenenza morale. Non conta più cosa prevede la riforma, quali effetti produrrebbe sull’equilibrio tra accusa e difesa, quale modello di processo penale si intenda perseguire. Conta solo da che parte stai. E se stai dalla parte sbagliata, non sei semplicemente un avversario politico: sei qualcuno che, consapevolmente o meno, cammina accanto ai “nemici della Costituzione”.
Il problema non è astratto. Perché in questo modo vengono trascinati in una rappresentazione caricaturale giuristi, intellettuali ed esponenti politici che nulla hanno a che vedere con nostalgie autoritarie. Persone come Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Anna Paola Concia, Enzo Bianco, che hanno dichiarato di votare sì per convinzione, per una lettura garantista della riforma, o per coerenza con un’idea di giusto processo maturata in anni di studio e di impegno pubblico. Persone che, fino a prova contraria, appartengono pienamente alla tradizione democratica e costituzionale della sinistra italiana.
Ed è qui che la campagna del Pd mostra la sua contraddizione più evidente. Perché se davvero il criterio per giudicare una scelta referendaria è quello delle “cattive compagnie”, allora la memoria recente dovrebbe imporre almeno un po’ di prudenza.
Nel 2016, al referendum costituzionale promosso dal governo Renzi, l’attuale segretaria del Pd, Elly Schlein, votò no. Come votarono no anche CasaPound e altre formazioni dell’estrema destra.
All’epoca, però, questo non sembrava costituire un problema. Anzi, Schlein denunciava la polarizzazione del dibattito e si diceva rammaricata per una discussione tutta giocata sulle contrapposizioni identitarie e non sui contenuti della riforma.
Dieci anni fa, dunque, il fatto di trovarsi sullo stesso lato della scheda di forze neofasciste non veniva trasformato in una colpa morale. Oggi sì. Ma solo perché il contesto politico è cambiato e perché la linea del partito è un’altra. È difficile non vedere, in questa oscillazione, un uso strumentale dell’antifascismo, piegato alle esigenze contingenti della battaglia politica piuttosto che custodito come patrimonio comune e criterio di fondo della convivenza democratica.
Questa torsione simbolica ha un effetto preciso: allontana il merito dal centro della scena. La riforma della giustizia, con tutte le sue criticità e i suoi possibili punti di forza, scompare dietro una cortina di slogan. Si parla di chi vota, non di cosa si vota. Si evocano fantasmi del passato, ma si evita accuratamente di entrare nel testo della legge. È una dinamica che impoverisce il dibattito pubblico e che finisce per alimentare proprio quella sfiducia nelle istituzioni che la politica dice di voler combattere.
A rendere ancora più stridente questo quadro è il confronto con un passato non troppo lontano, quando la sinistra – e la politica in generale – sembrava capace di un altro stile. Lo ricordano Marcello Pera e Cesare Salvi, protagonisti, da schieramenti opposti, della riforma dell’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo. Erano gli anni tra il 1998 e il 1999, il centrodestra era all’opposizione, la sinistra al governo, e i rapporti personali e politici tra i leader non erano certo più distesi di quelli attuali. Eppure si riuscì a discutere, a trattare, a costruire una riforma condivisa.
Quell’esperienza dimostra una cosa semplice e oggi quasi dimenticata: il garantismo non è di destra né di sinistra. È una categoria dello Stato di diritto. È l’idea che il processo penale debba tutelare i diritti di tutti, a partire dai cittadini, e che l’equilibrio tra accusa e difesa sia un presidio di libertà, non un favore ai potenti. È su questo terreno che allora si confrontarono mondi politici diversi, senza bisogno di scomuniche o di etichette infamanti.
Salvi lo ricorda con una franchezza che oggi suona quasi anacronistica: discutere nel merito, leggere i testi, partire dalle domande dei cittadini. È giusto o no che un magistrato risponda di gravi errori? È giusto o no rafforzare la terzietà del giudice in un processo di tipo accusatorio? Sono domande legittime, che meritano risposte argomentate, non anatemi.
Il vero paradosso della campagna referendaria in corso è tutto qui. In nome della difesa della Costituzione, si rinuncia allo spirito costituzionale del confronto. In nome dell’antifascismo, si riduce il pluralismo. In nome della democrazia, si scoraggia la discussione. Il risultato è una politica che parla sempre più per simboli e sempre meno per ragioni, sempre più per appartenenze e sempre meno per contenuti.
Forse la questione non è se CasaPound voti sì o no.
La questione è se la politica abbia ancora fiducia nella capacità dei cittadini di decidere nel merito, senza essere guidati per mano da slogan moralizzanti. Perché quando il referendum diventa una scomunica, non vince nessuno. E a perdere, alla fine, è la qualità stessa della nostra democrazia costituzionale.