Dopo il grande successo dell’edizione di novembre, MdS Editore ripropone Parole a Tavola, la serata che intreccia letteratura e convivialità in un’esperienza pensata per far incontrare lettori e autori in un contesto informale, caldo e partecipato.
Un appuntamento che ha già dimostrato quanto sia forte il desiderio di ascoltare storie dal vivo, condividere emozioni e vivere i libri come occasione di relazione.
Il nuovo incontro si terrà domenica 1 marzo alla Fattoria l’Olmetto, un luogo immerso nel verde e ricco di atmosfera, con un tocco di poesia
Mercoledì 11 febbraio alle 21:15, al Circolo Arci L’Ortaccio di Vicopisano
I FIANCHEGGIATORI
Tra il 1969, anno della strage di Piazza Fontana, e la prima metà degli anni Ottanta, l’Italia democratica fu messa a dura prova da due forme di violenza politica: lo stragismo neofascista e il terrorismo delle Brigate Rosse. Lo Stato riuscì infine a sconfiggerle entrambe, ma quel periodo – che Sergio Zavoli definì efficacemente “la notte della Repubblica” – fu segnato da numerosi fenomeni politici e sociali. Tra questi, uno attirò in modo particolare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media, il fenomeno dei cosiddetti fiancheggiatori.
Chi erano i fiancheggiatori?
Si trattava di militanti appartenenti a gruppi dell’ultrasinistra che proponevano una rottura radicale con il sistema capitalistico.
Erano in parte eredi del dissenso nato all’interno e ai margini del Partito Comunista Italiano a partire dalla metà degli anni Sessanta. Questo dissenso si sviluppò dapprima in opposizione alla politica della “coesistenza pacifica” tra Stati Uniti e Unione Sovietica, affermatasi dopo la crisi dei missili di Cuba del 1962.
Molti di questi gruppi guardavano con interesse alla Cina di Mao Zedong, alla rottura tra Pechino e Mosca e alla Rivoluzione culturale cinese, considerata un autentico modello rivoluzionario.
In questa prospettiva, il PCI veniva accusato di aver tradito l’ideale della rivoluzione proletaria, rinunciando alla lotta armata e alla dittatura del proletariato. I comunisti italiani venivano quindi bollati come “revisionisti” e “controrivoluzionari”.
Uno dei testi di riferimento per questa area fu “Sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi”, scritto dallo stesso Mao Zedong.
Paradossalmente, proprio l’orientamento filosovietico di una parte del PCI – che si andò progressivamente riducendo dopo la condanna dell’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e scomparve del tutto con la segreteria di Enrico Berlinguer – favorì, su un altro piano, il dialogo tra il PCI e settori della Democrazia Cristiana.
In particolare si svilupparono contatti con il mondo cattolico più sensibile ai temi della pace, con figure come Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, il vescovo di Ivrea monsignor Bettazzi e numerosi intellettuali, tra cui Raniero La Valle e Pietro Scoppola.
Per i gruppi dell’ultrasinistra, però, i nemici restavano due: il capitalismo, e il suo riferimento politico in Italia, la Dc, e il PCI, accusato di tradimento. Berlinguer li definì polemicamente “untorelli”, sottolineandone il ruolo destabilizzante.
Quando emersero le Brigate Rosse, i principali gruppi dell’ultrasinistra – Lotta Continua e Potere Operaio – assunsero una posizione ambigua, riassunta nello slogan: “né con lo Stato, né con le BR”.
Alcuni militanti giudicarono questa linea troppo moderata e abbandonarono i due gruppi, dando vita ad Avanguardia Operaia. Da quest’ultima nacque poi una parte significativa della cosiddetta autonomia operaia, i cui aderenti vennero comunemente chiamati “autonomi”.
L’area dell’autonomia operaia fu quella che più apertamente manifestò una vicinanza politica alle Brigate Rosse.
Le BR, infatti, producevano poca elaborazione teorica, essendo soprattutto concentrate sull’organizzazione della lotta armata. Non a caso, molti brigatisti provenivano proprio dall’autonomia operaia, più raramente da Lotta Continua o da Potere Operaio.
Va però ricordato che la prima generazione delle Brigate Rosse, quella fondata da Renato Curcio e Mara Cagol, aveva origini diverse . Nacque dall’incontro tra studenti dell’ala ex cattolica più radicale della Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento e giovani dissidenti della Federazione Giovanile Comunista dell’Emilia. Tra questi c'erano Alberto Franceschini, che in seguito si dissociò e Prospero Gallinari, quest’ultimo coinvolto direttamente nell’uccisione di Aldo Moro.
Se questo fu il processo di formazione dei vertici brigatisti, un ruolo fondamentale fu svolto anche da un certo numero di militanti e simpatizzanti della così detta autonomia operaia.
Durante le manifestazioni sindacali o i cortei per la pace in Vietnam, questi "autonomi" cercavano di impadronirsi della testa dei cortei per spingere gli eventi verso la violenza e lo scontro con le forze dell’ordine.
In questo senso, pur non appartenendo formalmente alle Brigate Rosse, questi gruppi agivano come fiancheggiatori. Perché la diffusione del caos e della violenza serviva a creare un clima di scontro con lo Stato, definito “repressivo”. Ed era su quel clima di scontro che le BR facevano leva per motivare e promuovere la lotta armata.
Che ne fossero consapevoli o meno, questi manifestanti "autonomi" costituirono quindi un vero e proprio terreno di coltura per il terrorismo brigatista. Non solo perché alcuni di loro vennero effettivamente reclutati e passarono alla clandestinità, ma soprattutto perché costruivano l’ambiente sociale e culturale – “l’acqua in cui nuotano i rivoluzionari come pesci”, per usare una celebre metafora – che rendeva concreto un conflitto permanente con lo Stato destinato a trasformarsi in lotta armata.
Oggi assistiamo ad azioni violente che richiamano alla memoria l’inizio di quella notte della Repubblica.
Per questo motivo, l’inflessibilità nei confronti dei violenti è indispensabile, perché tollerare la violenza significa agevolare chi vuole trascinare il Paese nel caos e nella destabilizzazione della democrazia.
Ma è altrettanto importante che tutte le forze politiche si rivolgano a coloro che sembrano non cogliere la strumentalizzazione operata dai violenti e partecipano a manifestazioni che finiscono per diventare terreno di scontro.
Il diritto di manifestare il dissenso, pacificamente e senza armi proprie o improprie, è un principio costituzionale che va riaffermato e garantito. Non c’è bisogno di leggi speciali, come non ce ne fu allora, perché già è in vigore tutto ciò che serve per prevenire e reprimere ogni violenza.
È fondamentale però chiarire a chi voglia prendere parte a certe manifestazioni indette da gruppi notoriamente violenti e su obbiettivi apertamente illegali, che la sua presenza serve solo a offrire ai violenti l’occasione di agire per alimentare disordine e sfiducia nelle istituzioni dello Stato democratico.
E il disordine è sempre e solo servito a far rifluire i cittadini dall'impegno civile e alla destra per motivare le proprie involuzioni autoritarie.