Ultima chiamata per Parole A Tavola, l'evento organizzato da MdS Editore e Associazione La Voce del Serchio per incontrare a cena i prestigiosi autori della Casa Editrice.
Ecco gli autori che parteciperanno alla cena, pronti a condividere storie, parole e sorrisi
Claudia Mancina a direzione pd
Direzione 6 febbraio
Due questioni: l’atteggiamento verso i movimenti di questi mesi e il referendum.
Credo che ci sia troppa indulgenza verso fenomeni di violenza, sia quella di chi impedisce ad altri di parlare, sia quella, certo molto più grave, di chi devasta la sede di un giornale o picchia un poliziotto. Senza parlare di Brigate Rosse, è tuttavia necessario accorgersi che questi fenomeni sono gravi e devono essere stigmatizzati in tutti i modi. Non ci si può limitare a dire che sono gruppi estranei o infiltrati, perché non è così. Basta leggere la convocazione del corteo di Torino per vedere che c’era una precisa intenzione di scontrarsi con la polizia. Non ci può essere niente in comune tra un partito riformista, che si candida a governare, e manifestazioni di questo genere. Tra l’altro, sono dirette contro di noi più che contro il governo.
Il secondo punto è il referendum. Il Pd sostiene il No, e va bene.
Alcuni di noi hanno dichiarato che voteranno si. E sono stati trattati da traditori, quando non da fascisti. Ora, questo è intollerabile in un partito come il nostro. Qualcuno ha fatto riferimento alla disciplina di partito, e perfino evocato il centralismo democratico. Che in verità era un’altra cosa: la decisione valeva per tutti, ma veniva presa dopo una discussione in Direzione. Discussioni che potevano essere anche aspre, come risulta dai verbali ormai da molto tempo pubblicati.
Comunque la disciplina di partito è un argomento che non può valere per i referendum, a maggior ragione per un referendum costituzionale. Il referendum infatti ha proprio la funzione di coinvolgere il corpo elettorale al di fuori di tutte le appartenenze e anzitutto delle appartenenze partitiche. Vorrei citare Berlinguer, che nel 1981 diceva: “Il voto ai referendum … non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte”.
Il ruolo del referendum in costituzione è proprio quello di scavalcare l’appartenenza di partito. Infatti non pochi, in primo luogo i comunisti, non erano favorevoli all’introduzione di questo istituto, precisamente perché vedevano il rischio di un risultato non corrispondente agli equilibri politici, come si può vedere chiaramente leggendo il dibattito della Costituente. Dunque invocare la disciplina di partito per il referendum è una sgrammaticatura costituzionale.
C’è poi la questione della difesa della Costituzione. Il Pd ha lanciato la sua campagna referendaria all’insegna di questo tema. Dunque saremmo di fronte a un attacco alla C. Ogni mutamento della C. viene visto come un attacco. Ma allora perché la stessa C. prevede all’art. 138 una precisa procedura per modificarla? Evidentemente padri e madri costituenti ritenevamo possibili, e talvolta necessari, interventi di modifica, anche perché pensavano di aver lasciato aperti alcuni problemi dell’ordinamento.
Anche la formula “difesa della C.” non mi piace. La C. non è un bambino inerme che ha bisogno di essere difeso. E’ forte e solida, ha bisogno di essere rispettata e attuata (e magari studiata) più che di essere difesa. E’ forte, vorrei ricordarlo, perché frutto di una specie di miracolo: culture politiche molto diverse, sebbene accomunate dalla lotta al fascismo, come quella liberale, cattolica, comunista ecc., sono state capaci di lavorare insieme per scrivere la legge fondamentale del nostro paese. E’ questo il patrimonio di cui dovremmo andare fieri. E per questo, certo, è un peccato che questa riforma, a differenza di quella del giusto processo, non abbia visto, per responsabilità sia della maggioranza che dell’opposizione, una collaborazione tra forze diverse.