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CASSAZIONE E REFERENDUM/ Ceccanti: ora quesito più facile, il Sì libera i giudici dalla sudditanza ai Pm
La sentenza della Cassazione e la conferma del Governo della data del referendum non sono il problema. Occorre un dibattito sul merito della riforma
La sentenza della Cassazione che cambia il quesito del referendum sulla giustizia e la decisione del governo di mantenere al 22-23 marzo la data del voto, vanno semplicemente accettate. E le polemiche che ne sono seguite, spiega Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato all’Università La Sapienza di Roma, vanno messe nel cassetto per aprire il dibattito sui contenuti che si chiederà di approvare agli elettori.
Le ragioni del Sì, per cui Ceccanti, ex parlamentare Pd, si è schierato non riguardano, però, i rapporti tra giustizia e politica, ma tra pm e giudici, soprattutto quelli che si occupano delle fasi preliminari che in base ai dati del Ministero sono troppo accondiscendenti rispetto alle richieste dei pubblici ministeri. Il che impone una separazione tra le due funzioni.
Professore, come si spiegano l’ordinanza della Cassazione di cambiare la formulazione del quesito referendario e la conseguente decisione del governo di mantenere la data del voto?
Il problema è che i titoli dei referendum costituzionali dovrebbero essere comprensibili. Secondo me non lo sono né l’attuale formulazione né quella precedente. Possiamo discutere se si capisce meglio adesso o prima, ma resta il fatto che se il nostro scopo è che l’elettore possa capire cosa vota leggendo la scheda in cabina, in realtà non si capisce niente.
Un problema che riguarda anche altri referendum?
Nel caso dei referendum abrogativi la legge prevede un dialogo tra i proponenti e la Cassazione per arrivare a scrivere un quesito con una formulazione comprensibile, condivisa. Si dovrebbe mutuare questa modalità anche per i referendum costituzionali. Se abbiamo a cuore la comprensibilità del quesito dobbiamo optare per una soluzione flessibile di questo tipo. Tutto ciò non si ottiene con i ricorsi legali, ma cambiando la legge.
Perché il governo non ha cambiato la data del referendum?
L’ordinanza della Cassazione poneva il problema dell’adeguamento del titolo e quindi bisognava adeguare il titolo con un decreto presidenziale. Non poneva il problema della data: veniva cambiato il titolo a un referendum che già era stato indetto. Non si parla dell’ammissione di un nuovo referendum, ma di un nuovo quesito che si innesta sul precedente referendum. Credo sia sbagliato polemizzare sia con la decisione del Governo, sia con quella della Cassazione: se i giudici decidono che il nuovo quesito è più comprensibile va rispettata la loro decisione. Evitiamo di polemizzare, dopodiché occupiamoci dei contenuti di un referendum che va spiegato ai cittadini, che devono decidere non sulla base della fedeltà di partito, ma di un giudizio puntuale sul quesito referendario.
Il Pd parla di “prepotenza istituzionale” in relazione alla conferma della data da parte del Governo, dal centrodestra si alzano critiche a giudici della Cassazione che si sono pronunciati anche se appartengono al fronte del No. Come si spiegano queste polemiche?
Se la Cassazione ha deciso che con una riga in più il quesito è più comprensibile, la sentenza va rispettata. Così come va rispettata la decisione che ha preso il Governo. Se non siamo convinti della decisione della Corte e riteniamo che la cosa in sé non funzioni dobbiamo cambiare la legge.
Il confronto fra il Sì e il No, quindi, sta procedendo in modo sbagliato?
Sì, perché è nato da un fallimento parlamentare sia della maggioranza che dell’opposizione. Ci sarebbero state le condizioni per votare insieme una legge, magari un po’ diversa, dato che discende dalla riforma condivisa dell’articolo 111 del giusto processo che fu fatta nel 1999. Per quanto riguarda i due CSM, quanto stabilito dal ddl costituzionale è una conseguenza anche del dibattito che si svolse alla bicamerale, dove alcuni avevano proposto anche la creazione di due sezioni in un unico CSM. Se ci fosse stata la volontà politica, non sarebbe stato difficile fare una legge con gli stessi principi, con dettagli anche un pochino diversi, condivisa. Ma nessuno l’ha voluta. E ora la parola spetta ai cittadini.
Come deve svilupparsi adesso il dibattito? Quali sono i punti che vanno chiariti agli elettori?
La prima cosa che va chiarita è la funzione del referendum, che non è fatto per votare secondo disciplina di partito, ma per dare a tutti la possibilità di valutare in autonomia su un punto specifico. Quindi nessuno invochi disciplina di partito o cose del genere in nessuna direzione per il referendum. Inoltre dobbiamo chiederci se la riforma che dobbiamo votare è migliorativa rispetto allo status quo. Secondo me, pur con tanti difetti che si possano individuare, questa riforma merita un sì.
Perché secondo lei, votando Sì, si migliora la situazione?
Il tema non è il rapporto tra politica e giustizia, ma tra pubblici ministeri e giudici, soprattutto nelle fasi preliminari. Si registra un eccesso di condiscendenza dei giudici rispetto ai Pm, in particolar modo riguardo ai rinvii a giudizio. E questo deriva anche dalla struttura del CSM. I dati ministeriali dicono che tra il 95 e il 100% delle richieste dei Pm ricevono una risposta positiva dai giudici. Un dato anomalo: nelle fasi successive le assoluzioni superano il 40% e questo dimostra che il sistema non funziona. Vuol dire che buona parte dei processi non si sarebbero dovuti fare, che i rinvii a giudizio non ci dovevano essere, e che il cittadino assolto ha dovuto difendersi in processi che non sarebbero dovuti partire. Per questo dobbiamo rendere i giudici delle fasi preliminari più indipendenti rispetto ai Pm.
Nordio ha dichiarato che dopo il referendum si partirà con la riforma del codice di procedura penale. E i detrattori della riforma dicono che servirà a sottomettere il pm alla politica. La separazione delle carriere comporta comunque altre ricadute?
Dobbiamo votare questa riforma, che è destinata a produrre effetti per decenni. Se poi verranno poste altre questioni valuteremo con referendum costituzionali o magari abrogativi. Ma si tratta di un’altra partita.
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