Il 15 aprile alle ore 17.30, presso l'Auditorium della Biblioteca Civica Agorà di Lucca, durante l'evento nazionale Paper Week 2026, verrà presentata una creazione di Gavia ( nome d'arte di Paola Pasqualetti).
Si tratta di un "manufatto", un libro-quaderno in copie numerate su carta riciclata, rilegato a mano con un acquarello in copertina.
Una forma di editoria antica, sostenibile, indipendente.
Un libro dal contenuto ludico-educativo, con scrittura leggera ma non superficiale, di una raccolta di piccole storie belle dal titolo : "Almeno tu sei sorella di Paolo".
Un “Sì” trasversale al referendum
Tra venerdì 5 e sabato 7 febbraio si sono svolti due importanti appuntamenti romani nell’ambito della campagna referendaria per il Sì alla legge di riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario, nota come separazione delle carriere tra Pubblici Ministeri e Giudici. Il primo, a carattere bipartisan e intitolato “Le ragioni del Sì”, si è tenuto presso una sala del Senato su impulso e invito del senatore Marcello Pera (FdI) e in collaborazione con il senatore Cesare Salvi (Pd). Il secondo evento, articolato su due giornate, ha avuto luogo al Teatro Quirino: l’Assemblea nazionale per l’inaugurazione dell’anno giudiziario dei penalisti italiani, organizzata dall’Unione delle Camere Penali Italiane e significativamente intitolata “La trasversalità del Sì. Verso il referendum: un percorso lungo 40 anni”.
Il tratto comune che ha attraversato entrambi gli appuntamenti è stato proprio la trasversalità: una trasversalità reale, non proclamata, capace di unire mondi diversi – cittadini, istituzioni, accademia, avvocatura, magistratura, politica – attorno a un obiettivo condiviso. In entrambi i casi si è insistito sul medesimo nucleo: la separazione delle carriere non è un tecnicismo per addetti ai lavori, ma la condizione necessaria affinché il principio costituzionale del giusto processo – il contraddittorio tra parti in posizione di parità davanti a un giudice terzo – diventi realtà effettiva e sia realmente percepita come tale dal cittadino. La reiterata citazione dell’articolo 111 della Costituzione ha ricordato la genealogia di questa battaglia, presentando il referendum come l’approdo di un lungo percorso storico pluridecennale della cultura politica e giuridica italiana, sin dai primi anni del secondo dopoguerra.
Due fattori, in particolare, hanno reso significativo il dittico di questi appuntamenti. Il primo è l’emergere di una trasversalità che non è solo dichiarata, ma praticata. Il confronto politico‑istituzionale dell’incontro al Senato – con gli interventi di Marcello Pera, Cesare Salvi, Antonio Baldassarre, Nicola Latorre, Stefano Ceccanti, Giovanni Orsina e molti altri – ha mostrato come il tema abbia ormai superato le appartenenze tradizionali. L’incontro al Teatro Quirino, con gli interventi di accademici e penalisti illustri (da Tullio Padovani a Francesco Petrelli a Stefano Ceccanti), di magistrati, avvocati, giudici e pubblici ministeri, nonché di politici (da Enzo Bianco a Enrico Morando a Enrico Costa a Raffaella Paita), ha confermato che questa convergenza non è episodica, ma radicata: un segnale che la campagna per il Sì può oggi parlare a mondi diversi, unendo sensibilità che in passato si sono spesso trovate anche su fronti opposti.
Il secondo fattore è la necessità, emersa con forza in entrambi gli appuntamenti, di una svolta nell’impostazione della campagna referendaria: riportare al centro il cittadino. Il diritto del cittadino ad avere la certezza di un giusto processo e di un giudice effettivamente terzo e imparziale rispetto alle figure dell’accusa e della difesa – non solo nel processo, ma soprattutto nella fase delle indagini preliminari – è stato indicato come il punto decisivo da rilanciare a circa quarantacinque giorni dal voto. Intendiamoci: il cittadino e i suoi diritti sono sempre stati il cuore della visione dei sostenitori della riforma attuale dell’ordinamento giudiziario, a completamento della riforma Vassalli che segnò il passaggio dal processo modello inquisitorio al processo modello accusatorio; ciò che occorre oggi, allo stato attuale della campagna referendaria, è piuttosto una comunicazione capace di farlo percepire con chiarezza. La separazione delle carriere non è una rivendicazione corporativa, ma una garanzia per chiunque entri in un’aula di giustizia. La terzietà del giudice non è un vezzo teorico, ma la condizione minima affinché il processo sia percepito come giusto da chi lo vive. Molti degli intervenuti hanno sottolineato come questa percezione sia oggi incrinata, tanto nei cittadini quanto nei magistrati, e come il referendum rappresenti un’occasione per ricostruire un patto di fiducia tra giustizia e società. È un cambio di prospettiva: una riforma “per” il cittadino e “per” la magistratura.
Su questo terreno si colloca il nodo vero dello scontro con i sostenitori del No. In entrambi gli appuntamenti romani si è sottolineato che la riforma sottoposta a referendum, qualora vincesse il Sì, costituirebbe un primo passo decisivo verso la liberazione del Consiglio Superiore della Magistratura dal dominio incontrollato delle correnti politico‑corporative. L’introduzione del metodo del sorteggio per gli organi di autogoverno amministrativi della magistratura è stata presentata come un primo rimedio strutturale, capace di spezzare un sistema di potere interno che negli anni ha prodotto opacità, autoreferenzialità e sfiducia.
Non si tratta di un intervento cosmetico, ma di un cambiamento che incide sul cuore del problema: restituire al CSM la sua funzione costituzionale di organo di alta amministrazione della magistratura, sottraendolo alla logica delle appartenenze e restituendolo alla logica delle garanzie.
Tutto ciò implica che i sostenitori della riforma non devono subire l’agenda del fronte del No, limitandosi a smentire le fake news, ma imporre l’agenda del Sì: devono fare in modo che siano i sostenitori del No a rincorrere quelli del Sì e non viceversa.
Le due giornate romane delineano così una campagna referendaria che non vuole parlare solo ai tecnici, ma soprattutto ai cittadini. La separazione delle carriere e il sorteggio per gli organi di autogoverno vengono presentati come strumenti per restituire equilibrio, trasparenza e fiducia. È questa la chiave che unisce i due eventi: la consapevolezza che il Sì non è una battaglia tecnica, ma una battaglia civile dei cittadini e di liberazione ordinamentale dei giudici dallo strapotere dei Pubblici Ministeri e dall’associazionismo corporativo delle correnti politiche presenti nel CSM. Una battaglia che mette al centro non le categorie o corporazioni, ma le persone. Oltre le appartenenze: perché il Sì è la riforma dei cittadini.
Alberto Bianchi
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.