Ultima chiamata per Parole A Tavola, l'evento organizzato da MdS Editore e Associazione La Voce del Serchio per incontrare a cena i prestigiosi autori della Casa Editrice.
Ecco gli autori che parteciperanno alla cena, pronti a condividere storie, parole e sorrisi

La Redazione di Spazio Donna affida a Serena Barachini la sintesi di questo evento sociale e femminista, momento di confronto e consapevolezza collettiva.
Quando il canto non è per l’eroe
Le Sirene tra femminismo e autonomia
Adriana Cavarero
Incontro organizzato per il ciclo “La Normale delle idee” nella Sala Azzurra del palazzo della carovana alla Scuola Normale Superiore di Pisa
Che cosa nasconde il mito delle sirene nel racconto del prode Ulisse? Adriana Cavarero rovescia la prospettiva del mito omerico: non più Ulisse al centro della scena, ma le Sirene. Il canto non è più una prova da superare ma diventa espressione autonoma di una soggettività femminile che esiste per sé stessa, indipendentemente dallo sguardo e dall’ascolto maschile.
Sono venuta a conoscenza di questo incontro quasi per caso, grazie a un’amica della città di La Spezia che me ne ha parlato con entusiasmo. La curiosità ha fatto il resto, e così mercoledì 18 febbraio mi sono ritrovata nella bellissima cornice della Scuola Normale Superiore, ad ascoltare la filosofa e femminista Adriana Cavarero, sul tema: Le Sirene tra femminismo e autonomia. La mia formazione culturale è di biologa, estranea per ora al mondo della filosofia e della politica sociale; non sapevo bene cosa aspettarmi. Eppure, seduta in quella sala, ho sentito che quelle parole, così potenti, parlavano anche a me. Anzi, parlavano di me. È stato un incontro interessante, profondo, capace di illuminare qualcosa che tocca il vero senso della vita.
Mi sono guardata intorno: la sala era piena. La platea era composta oltre che da qualche docente, da ragazzi ma soprattutto ragazze, molte probabilmente studentesse, sedute con quell’attenzione di chi ascolta non solo per interesse, ma per riflessione.
Il mito greco delle Sirene risale all’Odissea di Omero (Libro XII dell’Odissea) in cui le Sirene, con il loro canto, dolcissimo e ipnotico, attiravano i marinai, spingendoli a schiantarsi sugli scogli. Nella mitologia classica europea, il canto delle Sirene, rappresentate come esseri mostruosi con il corpo di uccello e la testa e il dorso di donna, ha una funzione ben precisa: è una delle prove che l’eroe deve superare per affermare se stesso. Ulisse, l’eroe, seguendo i consigli di Circe, si fa legare all’albero maestro della nave per ascoltare e resistere al loro canto e chiude con la cera le orecchie dei marinai, uscendo così vittorioso nella sfida. Ulisse incarna l’uomo razionale e civile, è il progresso: con la sua astuzia vince la seduzione della bellezza della natura, rappresentata dal canto delle sirene.
La filosofa e femminista, Adriana Cavarero, nel suo libro “Il canto delle sirene”, analizza diversi autori moderni che insistono sulla centralità del piacere dell’ascoltatore, Ulisse, l’unico che ha sentito quel canto senza morire. A questo punto Cavarero ha fatto un breve ma utilissimo cenno a vari lavori di scrittori sullo stesso tema. Secondo Franz Kafka le Sirene non cantano ma scelgono il silenzio e Ulisse è descritto come un uomo ridicolo, presuntuoso e patetico nel suo ritenersi astuto, che forse ha mentito dicendo ad Omero di aver sentito il canto. Per Theodor Adorno invece Ulisse ascolta il canto senza lasciarsi coinvolgere, come in un’esperienza che non fa e che non lo trasforma. Resiste alla tentazione, ma perde la bellezza e la vitalità che quel canto porta con sé. Bertolt Brecht addirittura sostiene che le sirene (che sono viste come delle socialiste e comuniste) hanno taciuto per disprezzo nei confronti di Ulisse, “un provinciale incapace di osare” e ipotizza che al massimo le Sirene avrebbero potuto cantare per i rematori, non per il loro padrone. Per Platone, che nel Fedro, racconta che le cicale una volta erano uomini che vivevano del piacere di cantare scordandosi perfino di mangiare e di bere, le Sirene, come le cicale, sono il sottofondo musicale necessario per dialogare senza avere nessuna altra funzione. È invece la visione di T.S. Eliot, nel Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock, che cambia la prospettiva: protagonista non è Ulisse, non è l’ascolto, ma sono le Sirene. Sono loro le vere protagoniste del canto, creature autonome che non hanno bisogno dell’uomo, ma cantano l’una per l’altra, nel puro godimento della loro voce.
Cavarero, riprende la tesi di Eliot: le Sirene non cantano per sedurre, né per farsi ascoltare dagli uomini. Il loro canto non ha uno scopo, ma è espressione di “felicità intera, universale, indivisa”, una creatività che sfugge alle regole rigide della ragione e alla logica del mondo maschile. C’è una soggettività forte del piacere di cantare l’una all’altra, c’è un fascino che non svanisce mai perché racchiude il piacere assoluto della sonorità e anche la nostra apertura emotiva a questo piacere.
La vibrazione della voce, continua Cavarero, è il linguaggio corporeo più profondo e più forte della parola perché è pre-linguistico. Chiunque suona uno strumento o canta sa che ogni esecuzione non è mai perfetta e aspira a quella musicalità assoluta di cui il canto delle sirene è il simbolo. Rappresenta una felicità pura e universale che non possediamo ma che non possiamo non immaginare. In un mondo saturo di parole e povero di ascolto, il loro canto ci ricorda la forza di una vocalità plurale che è felicità per chi la produce e dono che trasforma chi ha il coraggio di ascoltarla veramente.
Ma nella analisi di Adriana Cavarero, troviamo, accanto alle Sirene, un’altra figura femminile del racconto omerico: Penelope, che di giorno tesse la tela al telaio e di notte la disfa. Nella mitologia classica, Penelope è stata letta soprattutto in funzione di Ulisse, come la moglie fedele che attende il ritorno del marito. Nella visione di Cavarero, invece, la sua tessitura non è passività. Come nella narrazione serve un ritmo sonoro capace di incantare, così anche il telaio possiede una sua intrinseca musicalità. In questo ritmo quasi atemporale, dove il tempo sembra dilatarsi in un eterno presente, Penelope disfa e rifà la tela in un atto, quello della tessitura, che la fa esistere. Disfacendo la tela, è come se disfacesse il tempo dell’attesa, sottraendosi a un tempo imposto e scegliendo il proprio, interrompendo così la logica lineare del fare per concludere.
Canto e tessitura diventano così due immagini di una stessa libertà: una libertà che semplicemente esiste senza fini, si mantiene autonoma e creativa. Le Sirene cantano. Penelope tesse. In modi diversi, entrambe custodiscono uno spazio di libertà che non chiede il permesso di esistere.
Eventi così preziosi meritano di essere divulgati e messi a conoscenza di un numero sempre maggiore di persone, perché offrono uno sguardo nuovo sul modo di interpretare non solo la filosofia e la letteratura, ma anche la vita.
-Nella biblioteca comunale SMS di Pisa si trovano molti libri di Adriana Cavarero disponibili alla consultazione ed al prestito.
-Una scheda su Adriana Cavarero si può trovare su Wikipedia.
Serena Barachini
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