Ultima chiamata per Parole A Tavola, l'evento organizzato da MdS Editore e Associazione La Voce del Serchio per incontrare a cena i prestigiosi autori della Casa Editrice.
Ecco gli autori che parteciperanno alla cena, pronti a condividere storie, parole e sorrisi
Nel surriscaldato clima della campagna referendaria, dove lo scontro politico spesso scivola nella propaganda, Stefano Ceccanti, costituzionalista e già parlamentare del PD, lancia un appello al rigore metodologico.
Per lui il cuore della riforma non è una bandiera di parte, ma la risposta a una patologia che affligge la nostra democrazia: il processo mediatico.
Il punto di partenza del ragionamento di Ceccanti è un’analisi cruda della realtà. Troppo spesso il rapporto distorto tra magistratura e media trasforma l'indagato in un colpevole "presunto" prima ancora di varcare la soglia di un'aula.
La carcerazione preventiva e i rinvii a giudizio facili diventano una pena anticipata e quando, anni dopo, arriva l'assoluzione, il silenzio dei media è assordante: il cittadino è libero, ma la sua vita è già stata distrutta.
Secondo Ceccanti, l'attuale struttura del CSM unico, che tiene insieme chi accusa e chi giudica, è il motore di questo corto circuito.
Per comprendere la riforma, bisogna guardare alle radici della nostra Repubblica. La VII Disposizione transitoria della Costituzione fu un "congelamento" necessario: i padri costituenti mantennero provvisoriamente l'ordinamento giudiziario fascista (inquisitorio e a carriere unite) per evitare il caos, ma con la promessa di superarlo.
Nonostante l'introduzione del "Giusto Processo" nel 1999 (Art. 111), che esige un giudice terzo e imparziale, il sistema è rimasto a metà del guado.
La riforma attuale non è dunque un'invettiva contro la magistratura, ma l'atto finale di un lungo processo di riconciliazione tra la macchina giudiziaria e i principi di libertà della prima parte della Costituzione.
Molti critici sostengono che la riforma Cartabia abbia già risolto il problema limitando il passaggio tra funzioni. Ceccanti ribatte con forza: la separazione delle carriere deve essere istituzionale.
Perché se chi accusa e chi giudica siedono nello stesso organo di governo, si crea un'osmosi di interessi che mina l'imparzialità.
Perché senza due CSM distinti, la "voce" dell'accusa continuerà ad avere un peso politico e mediatico sproporzionato, influenzando inevitabilmente anche le carriere dei giudici giudicanti.
Sulla questione più discussa — il sorteggio per i membri del CSM — Ceccanti non usa giri di parole. Pur definendolo uno strumento "rozzo", lo considera un male minore rispetto allo status quo dominato dal correntismo.
"Chi sostiene che solo l'elezione garantisca la qualità dei membri del CSM," osserva con una punta di sarcasmo, "sta implicitamente dicendo che nei tribunali, a giudicare i cittadini comuni, restano i peggiori."
Il sorteggio, del resto, non avviene tra passanti, ma tra magistrati selezionati per concorso. È una "fase sperimentale" necessaria per rompere le logiche di potere che hanno eroso la fiducia dei cittadini.
Infine, la proposta di un'Alta Corte disciplinare. Ceccanti cita la sua esperienza in Parlamento: troppe volte, di fronte a casi di palese errore giudiziario o accanimento (fumus persecutionis), il sistema di autogoverno non ha prodotto alcuna sanzione. Un organo esterno e autonomo per le questioni disciplinari non serve a indebolire la magistratura, ma a renderla finalmente responsabile davanti alla legge, proprio come richiesto già nel 1991 dalla Commissione Paladin.
Votare "Sì", conclude Ceccanti, non significa avallare un testo perfetto, ma scegliere il movimento rispetto alla paralisi. Il mantenimento dello status quo è una condizione che non possiamo più permetterci di avallare.