Il 15 aprile, presso l'Auditorium della Biblioteca Civica Agorà di Lucca, durante l'evento nazionale Paper Week 2026, Gavia (Paola Pasqualetti) ha presentato un manoscritto in carta riciclata e rilegato a mano, intitolato "Almeno te sei sorella di Paolo - Emozioni fermate".Si tratta di un "manufatto artistico", un libro-quaderno in copie numerate su carta riciclata, rilegato a mano con un acquarello in copertina, in cui Gavia ha raccontato fatti, emozioni, ricordi della sua vita.

Leggo spesso, in questi giorni, analisi che mi lasciano perplesso. Il copione è sempre lo stesso: si parte dall'assunto che Benjamin Netanyahu sia disposto a tutto pur di rimanere al potere, per poi concludere che la guerra sia essenzialmente una sua "guerra personale", una manovra politica.
Ora, che Netanyahu sia un uomo di potere e agisca anche con logiche politiche è ovvio e umano. Ma questa chiave di lettura, da sola, è miope e rischia di farci perdere di vista il quadro generale.
Il punto è un altro: questa guerra non è (solo) di Netanyahu.
È di Israele.
Basta guardare i sondaggi e l'ampiezza dell'arco parlamentare che sostiene l'operazione. La stragrande maggioranza degli israeliani, pur non amando la guerra e vivendola con il dolore di chi conta le proprie vittime, ne comprende la necessità strategica. E il motivo è semplice: per la prima volta dopo decenni, si profila all'orizzonte la possibilità di un cambiamento radicale.
Da 47 anni Israele convive con una minaccia esistenziale multiforme: proxy armati dall'Iran ai confini, terrorismo, e una campagna di delegittimazione internazionale. È un popolo sotto assedio psicologico e fisico. Quando sento dire che "l'Iran era una minaccia a parole, non nei fatti", mi chiedo quanti si ricordino le migliaia di razzi di Hezbollah dal nord, le due Intifada, e il 7 ottobre. Non sono "parole", sono fatti. Vite.
Il contesto globale è cambiato.
Fino a pochi anni fa, la Russia proiettava la sua ombra sulla Siria, creando un cuscinetto protettivo per l'Iran e i suoi alleati. Oggi la Russia è impantanata in Ucraina. La Siria di Assad è svanita. Hezbollah è stato decimato. Hamas è stato smantellato come forza militare organizzata a Gaza.
Per la prima volta, la strada per Teheran è spianata. E un cambiamento del regime iraniano non è solo un interesse israeliano, ma di tutti coloro che credono nella stabilità e prosperità del medioriente.
Forse, ciò che leggiamo come cinismo politico di Netanyahu è, più semplicemente, la determinazione di un leader che interpreta il sentimento profondo del suo popolo: cogliere questa finestra storica per provare a cambiare l'equazione della sicurezza, una volta per tutte.
E in Italia?
Da noi, a mio avviso, si aggiunge un doppio filtro che ci impedisce di capire. Oltre a una certa, antica difficoltà a comprendere le ragioni profonde di Israele, abbiamo una lente interna tutta nostra: quella anti-berlusconiana. Proiettiamo su un leader di centro-destra come Netanyahu lo stesso schema con cui giudichiamo i nostri politici: l'uomo solo al comando che sbaglia sempre e agisce solo per interesse personale. Ma Israele non è l'Italia, e le sue ragioni non si valutano con le stesse regole della politica nostrana.
Per capire davvero, dovremmo provare a mettere da parte questi pregiudizi e guardare alla complessità di un popolo che, forse per la prima volta, vede una speranza, per quanto cruenta, di un futuro più sicuro e di pace. Per tutti.
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