Il 15 aprile, presso l'Auditorium della Biblioteca Civica Agorà di Lucca, durante l'evento nazionale Paper Week 2026, Gavia (Paola Pasqualetti) ha presentato un manoscritto in carta riciclata e rilegato a mano, intitolato "Almeno te sei sorella di Paolo - Emozioni fermate".Si tratta di un "manufatto artistico", un libro-quaderno in copie numerate su carta riciclata, rilegato a mano con un acquarello in copertina, in cui Gavia ha raccontato fatti, emozioni, ricordi della sua vita.
“Voto con la Sinistra del Sì, tenendo conto dei limiti e contro i manicheismi moralisti”
Mentre la gran parte dei cittadini si interroga se andare a votare e cosa votare per il Referendum ormai imminente è il momento delle dichiarazioni di voto.
Prima delle argomentazioni conviene perciò iniziare dalla fine.
Andrò a votare per difendere la democrazia.
Voterò Sì, per fare avanzare una giustizia garantista.
Tuttavia debbo confessare che la mia determinazione ad onorare sempre e comunque la conquista del diritto di voto questa volta è stata messa a dura prova. Sono infatti convinto che sarebbe stato meglio se questo referendum non si fosse svolto.
Non possiamo infatti dimenticare che i cittadini sono chiamati al voto per la promulgazione della legge di revisione della Costituzione sulla separazione delle carriere dei magistrati approvata dalle Camere per un motivo preciso. Prima che per il fatto che il referendum è stato richiesto nelle forme previste dalla Costituzione, ciò è avvenuto perché la legge è stata approvata con una maggioranza che neppure nella seconda delle due deliberazioni previste ha raggiunto nelle due Camere la maggioranza dei due terzi dei componenti.
Questo sta a ricordare che la legge è stata approvata senza alcun coinvolgimento della opposizione di centrosinistra in contrasto con lo spirito della norma per la revisione della Costituzione che spinge preferenzialmente ad un largo accordo trasversale sulla base di un confronto approfondito e aperto come nella Costituente.
Sottoporre ai cittadini un quesito valutabile solo a partire dal possesso di conoscenze sul merito e sulle conseguenze della decisione indisponibili alla maggioranza di essi, significa abbandonarli al brutale scontro tra slogan e al richiamo delle appartenenze politiche che ha dominato finora la campagna referendaria. Basterebbe questo a motivare un secco No d’istinto per punire chi ci ha portati così al referendum.
Detto questo è purtroppo quello che accadde anche per la Riforma del titolo V, che apre le riforme della Costituzione di questo millennio, varata dal mio campo a maggioranza assoluta molto ristretta su un tema non meno rilevante alla vigilia delle elezioni dalle Camere, finendo poi confermata nel successivo referendum col solo 21% degli aventi diritto, ossia col 64.2% di Sì solo con un 34 di partecipazione. Per la parte minore che mi chiama personalmente in causa lo dico con la cenere sul capo.
Per non parlare del caso, purtroppo di nuovo dalla mia parte, della Riforma Renzi del 2016, iniziata a partire da un accordo con l’opposizione. e finita come iniziativa unilaterale e sempre più personalizzata.
Certo, di questo approdo la maggioranza di destra porta la prima e di gran lunga più grave responsabilità, avendo rifiutato di aprire seriamente un confronto blindando come inemendabile il testo.
Ma dentro questo bipolarismo muscolare che connota sempre più il confronto politico è difficile esentare dalla responsabilità l’insieme del “campo largo”, a cominciare dal Pd. E dire, che ancor più della destra, almeno la sinistra rappresentata dal Pd è figlia di una solida ispirazione garantista come testimoniano le voci che nonostante la chiusura della destra si sono spese con generosità per il Sì, da Augusto Barbera e Sabino Cassese a Cesare Salvi e Giuliano Pisapia, tutte titolate a parlare nel merito grazie alla loro autorevolezza ed esperienza nel campo del diritto, assieme alle tante che proprio su questo sito che mi ospita hanno preso la parola.
Purtroppo tutti esterni alle aule parlamentari.
E già il silenzio della attuale minoranza Pd ora e durante l’intero iter parlamentare dà da pensare. Molto. Soprattutto ricordando il Referendum del 2016: all’aperto dissenso della minoranza di allora e al successivo brindisi per la sconfitta della linea del proprio Partito. “Parliamone” avrebbe dovuto dire una Sinistra garantista, nel riconoscimento che il processo riformatore avviato dalla Costituente associato al nome di Vassalli per il passaggio da un sistema inquisitorio ad uno accusatorio con un Giudice finalmente terzo attendeva di essere portato avanti con la separazione delle carriere a garanzia del cittadino.
Esattamente come al tempo dell’Ulivo, quando, proprio mentre ci avviavamo ad un duro confronto elettorale, tendemmo la mano all’avversario Berlusconi intitolando la scheda che apriva il nostro programma, la Tesi 1, “Un patto da scrivere assieme”. Noi. Non lui. Ed era un Berlusconi demonizzato più che mai. Ma pensando al futuro del Paese pensammo doveroso proporlo.
Di fronte ad una destra che non cerca il confronto e una sinistra lieta di potersi limitare a prenderne atto, scaricare formalmente sul cittadino la scelta su una questione di questo genere pensando di risolverla con l’appello ad appartenenze politiche sempre più lontane equivale offrire all’elettore il motivo per un ulteriore avanzamento dell’astensionismo con un “allora vedetevela voi”.
La tentazione alla quale anche uno come me ha faticato a resistere.
Se ho deciso di andare a votare è per non lasciare la scelta nelle sole mani dell’appartenenza per stanca abitudine o per rinnovato spirito di fazione, dando così ad una minoranza il potere di decidere a nome di tutti.
Capisco considerare il contesto politico della scelta, ma dimenticare il merito e la distinzione tra il piano ordinario di breve durata e quello costituzionale destinato a durare è una dichiarata offesa alla ispirazione all’origine della costituzione.
Con questo spirito, a guerra fredda già iniziata e alla vigilia immediata della campagna elettorale più dura della storia repubblicana, quella del 1948, la Costituzione non sarebbe mai stata approvata, men che mai con l’88% dei voti.
Scendere in campo all’insegna del “se non approfittiamo di questa occasione per cominciare a toglierci di mezzo Giorgia Meloni dandole la lezione che merita” ha sicuramente un senso dal solo punto di vista di parte, ma come pochi è segno di miopia e irresponsabilità politica.
E ancor di più quel votando Sì “ci togliamo di mezzo la Magistratura” di Giusy Bartolozzi che assieme al Ministro Nordio ha in questa campagna giocato a favore del No, contribuendo in modo significativo a distrarre e distorcere il merito della questione in campo.
Schiacciata da una contrapposizione di questo tipo, qualsiasi vittoria è avvelenata e velenosa.
Mi son soffermato sulla partecipazione non solo perché il SE votare viene logicamente prima del COME ma perché il SE, non certo il COME, è stata la principale tentazione alla quale ho dovuto resistere. La stessa tentazione peraltro alla quale saranno esposti domenica troppi concittadini.
L’astensione dal voto e nel voto è peraltro la variabile principale che anche questa volta vedo interessare i partiti fino al punto di confidare su una bassa partecipazione, accecati dal risultato immediato dimenticando gli effetti a medio e lungo termine.
Spero perciò che assieme a me vadano a votare molti incerti tentati dalla astensione per liberate il Paese dalla tenaglia delle fazioni che lo ha finora fatto prigioniero, distraendolo dall’interrogativo al quale dobbiamo dare risposta.
Come ho detto andrò a votare e voterò Sì.
Non per la riforma della giustizia, come sento dire ancora da troppi, perché è questo un tema più grande della questione al centro della scelta che ci attende. Anche se il quesito riguarda una questione centrale, troppa è la domanda di giustizia che resta fuori, soprattutto per quel che riguarda la durata del processo: quello civile e quello penale.
Richiamare i magistrati a un comportamento più rigoroso con organi liberi dal potere delle correnti è una condizione necessaria ma non sufficiente.
Dimenticare il contributo svolto in passato da correnti nate per interpretare in competizione tra loro il cambiamento del Paese è un errore. Ma in qualsiasi corpo sociale distinzioni nate attorno a questioni ora superate, anche grazie alla loro azione, cristallizzandole, trasformano ogni corrente di opinioni in partito di appartenenti e ogni partizione in strumento di spartizione.
Vado a votare Sì dimenticando con troppa fatica le polemiche che ci hanno fin qui accompagnati e che nei prossimi giorni certamente si intensificheranno. Guardando al merito del quesito che sta scritto sulla scheda. Al testo della norma considerato nella sua oggettività e autonomia, oltre le intenzioni del legislatore e ancor di più prescindendo dalle dichiarazioni che prima e durante questa pessima campagna sono state rilasciate dai promotori. Pensando alla autonoma forza della norma nel presente e scommettendo sulla forza autonoma della sua vita futura nel contesto dell’ordinamento costituzionale.
Voterò Sì guidato dalla domanda che sta al centro della riforma della separazione delle carriere dei magistrati: la necessità della terzietà del Giudice tra chi accusa e chi difende.
Tutto il resto deriva di conseguenza: a cominciare dalla previsione di due CSM e da norme, prassi e procedure che contrastino la consanguineità tra i due diversi tipi di magistratura.
Voterò Sì, come ho detto, senza illusioni che questo basti a soddisfare la domanda di giustizia dei cittadini, ma neppure che la riforma produca gli effetti promessi in tempi brevi. Sono infatti convinto che ci vorrà tempo prima che sia trovato l’equilibrio cercato a garanzia del cittadino. Troppe le abitudini, le prassi, le contiguità di vita per immaginare che la riforma diventi realtà prima che una nuova generazione di magistrati faccia prevalere le novità introdotte.
Se il senso della riforma alimenta la distinzione dialettica tra la magistratura giudicante e inquirente a garanzia della parità tra difesa e accusa, mi preparo nell’immediato a un rafforzamento della seconda in misura eccedente a quella attesa.
Voterò Sì senza illusioni di vittoria.
Non riesco infatti a dimenticare come da troppo tempo il Paese sia attraversato a destra come a sinistra da tempeste ricorrenti di populismo di tipo qualunquista. Un sentimento che affonda le sue radici nel moralismo, nella distinzione manichea tra bene e male, che spinge i sedicenti buoni a vendicarsi e far giustizia dei cattivi, un sentimento dove appunto la distinzione tra l’accusa e il giudizio faticano a farsi strada, essendo già la prima una sentenza che attende solo conferma.
Voterò SÌ per dare testimonianza alla continuità del percorso aperto oramai più di trenta anni fa dal movimento per la trasformazione della nostra democrazia da consociativa a competitiva che accomuna ancora oggi gran parte delle persone scese in campo come Sinistra per il Sì.
Arturo Parisi
Arturo Parisi, è stato promotore dell’Ulivo e delle riforme istituzionali negli anni ’90 ed ex ministro della difesa nel governo Prodi dal 2006 al 2008, Dal ’71 insegna nell’Alma Mater prima come incaricato di Sociologia delle religioni e poi come ordinario della cattedra di Sociologia dei fenomeni politici.
Dalla fine degli anni ’70 è vicepresidente dell’associazione “Il Mulino” e direttore dell’omonima rivista. Guida per circa venti anni l’Istituto Cattaneo. Nel 1990 a fianco di Mario Segni è tra gli animatori del Movimento per le riforme istituzionali che promuove il Referendum per l’introduzione del maggioritario. Dal 1994 si dedica con Romano Prodi alla ideazione e fondazione dell’Ulivo come polo di centrosinistra in una democrazia bipolare.
Nel ’96 è Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri del primo governo dell’Ulivo. Presidente de I Democratici dal 1999 al 2002. Nel maggio 2007 è membro del Comitato nazionale promotore del Partito Democratico. Nel 2013, dopo 13 anni da parlamentare dell’Ulivo e del Pd, rinuncia a ricandidarsi continuando tuttavia a impegnarsi da cittadino.