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Quattordicesima edizione del concorso letterario-artistico di MdS Editore, con il sostegno di Unicoop Firenze, la collaborazione dell'associazione La Voce del Serchio e il patrocinio del Parco Naturale Migliarino San Rossore Massaciuccoli.
Il titolo è RIFUGI, parola che parla di protezione, di difesa, ma anche della ricerca di uno spazio in cui poter essere davvero se stessi.
È un tema ampio, vivo, capace di accogliere storie, visioni, fragilità e desideri.

Signora mi scusi ma glielo devo dire: invece di tegameggiare .....
In un momento come questo, con un evidente crisi .....
Quali sarebbero le leggi violate da Salis in questo .....
. . . ci sono le leggi approvate dal Parlamento e fatte .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Il dolce tepore dei raggi
del sole
che ha schiuso le gemme
degli alberi da frutto
Ha destato i narcisi e le viole,
e risvegliato
lentamente in .....
lì abbiamo contati i " pippoli " ? Direi che sono circa 15 milioni. . .
di Carlo Fusaro
Referendum costituzionale
Un'occasione mancata

27/3/2026 - 23:28

Referendum costituzionale
Un'occasione mancata

Chi si era speso a favore della legge di revisione non può che prendere atto, con rispetto, delle pronunce del corpo elettorale. Ma naturalmente ciò non implica pentimento alcuno

Questo articolo fa parte dello speciale Il referendum sulla giustizia

Il corpo elettorale si è espresso: con larga partecipazione ed esito chiaro (ancorché assai meno netto che nel 2006, quando i «No» alla riforma del governo Berlusconi furono oltre il 61%, e meno che nel 2016, quando i «No» alla riforma Renzi-Boschi furono oltre il 59%: stavolta si sono fermati a poco più del 53%).
Chi si era speso a favore della legge di revisione non può che prenderne atto col rispetto dovuto alle pronunce del corpo elettorale. Ma naturalmente ciò non implica pentimento alcuno. E del resto non sono stati pochi i referendum nei quali, talvolta sull’onda di emozioni causate da eventi lontani, i cittadini hanno compiuto scelte di cui, col senno di molti decenni dopo, molti si sono trovati a pentirsi: penso alla scelta del 1987 di abbandonare lo sviluppo dell’energia nucleare; penso alla scelta con la quale si è cercato di tornare alla gestione pubblica degli acquedotti nel 2011; penso al già evocato referendum del 2016 che ci ha lasciato il bicameralismo più assurdo del mondo (con le conseguenti forzature razionalizzatrici tipo il cosiddetto monocameralismo alternato in virtù del quale, con rare eccezioni, l’iter legislativo si svolge in una sola delle due camere, la seconda costretta a ratificare le scelte della prima).

Lascio da parte le conseguenze politiche dell’esito del referendum del 22-23 marzo 2026: non è di commentare queste che mi si chiede, anche se, a ben vedere, proprio esse sono state l’oggetto principale dell’intera campagna. Dirò invece che cosa ci ha insegnato la campagna referendaria; che cosa ci si può attendere dopo il rifiuto della legge di revisione varata dal Parlamento in materia di ordinamento giudiziario; e soprattutto quale potrà essere l’impatto della terza legge di revisione respinta dal corpo elettorale sulla nostra Costituzione in generale.
Quanto alla campagna elettorale, a me è parso di assistere a una ripetizione di quella del 2016, anch’essa caratterizzata da una grande capacità di mobilitazione degli oppositori (rispetto ai fautori della riforma): due campagne nelle quali, al di là di qualunque ragionamento sull’oggetto delle innovazioni proposte, il merito ha contato relativamente poco (rivelandosi più che altro un pretesto), nelle quali hanno contato scelte di schieramento (pro e contro il governo e la sua maggioranza), nelle quali ha contato il cosiddetto contesto, più che il testo della riforma (stavolta addirittura il contesto internazionale e/o di altri Paesi, a partire dagli Stati Uniti di Trump).

Si è anche confermato che la parte che riesce a imporre tempestivamente la sua narrativa vince. Nel caso specifico quella di un tentativo di soggiogare la magistratura all’esecutivo e al potere politico in generale. Tanto più, devo aggiungere, se aiutata dall’avversario: mi riferisco alla difficoltà strutturale delle destre di fare una vera battaglia liberale e garantista (con consequenziale propensione a lanciare slogan e parole d’ordine destinate ad avvalorare la narrativa del «No», per quanto non suffragata dal testo della legge di revisione).
La campagna 2026 ha poi reso in qualche modo giustizia a Matteo Renzi: per quanto Giorgia Meloni abbia fatto di tutto (fino a pochi giorni dal voto) per evitare di farsi trascinare in una battaglia di schieramento che coinvolgesse il suo governo, il referendum 2026 ha confermato che ciò è semplicemente impossibile: il governo e la maggioranza proponenti la revisione costituzionale non possono sfuggire a una specie di voto di midterm sul proprio operato, qualunque atteggiamento assumano. E, anzi, indeboliscono la propria posizione nella misura in cui cerchino di sottrarvisi.
Un’altra questione riguarda la campagna referendaria condotta dall’Associazione nazionale magistrati (Anm) e da molti magistrati, si badi bene non solo in pensione, ma in servizio attivo. Si è trattato di una campagna sui cui toni tanti si sono già soffermati: mi limito a dire che definirla populista è un understatement, tutta giocata come è stata sulla contrapposizione «politica cattiva – magistratura buona». È stato il trionfo dell’antipolitica, espressamente fomentata dall’ordine giudiziario. Mi ha sconcertato la attiva militanza di magistrati in servizio (la veemenza di alcuni l’ho personalmente sperimentata): ma ancor di più mi ha sconcertato il fatto che questi atteggiamenti non hanno suscitato ripulsa alcuna ma al contrario esteso sostegno e condivisione da parte di cittadini, stampa, politica quasi fosse la cosa più naturale del mondo (qualcosa di inimmaginabile in altri Paesi, invece), a indiretta dimostrazione di quanto la riforma respinta sarebbe stata utile.
Quanto alle conseguenze in tema di ordinamento giudiziario e di rapporti fra i poteri dello Stato è chiaro che l’art. 111 Costituzione riveduto nel 1999 è destinato a restare  lettera morta per almeno una generazione; così come non vi è più spazio per alcun riequilibrio, dopo decenni di espansionismo dei poteri soprattutto dei pubblici ministeri giustificati dalle croniche emergenze nazionali: terrorismo rosso e nero, mafia, corruzione politico-amministrativa.

Diversamente si continua (a partire dal governo) ad alimentare questo atteggiamento emergenziale, pur superato dalle ormai mutate circostanze storiche, senza rendersi conto che così assicuriamo ai nostri figli e nipoti una società meno libera, in cui i diritti individuali restano meno garantiti, in cui continua a prevalere l’idea illiberale che sia meglio un innocente in galera che un colpevole fuori.
Nessuno – o pochi – in questi mesi ha riflettuto, mentre si strepitava di attacco della “politica” alla magistratura (senza che la riforma contenesse nulla in tale direzione), che già decenni fa il Parlamento aveva accettato (giustamente, intendiamoci) di rinunciare a parte delle proprie guarantigie nei confronti della magistratura (revisioni artt. 68 e 96 Cost.): mentre da altrettanti decenni, e anzi qualcosa in più, nulla il Parlamento sembra in grado di fare, anche di fronte a carenze del Csm clamorose e note a tutti (correntismo, valutazioni di professionalità, giustizia disciplinare), paralizzato dal veto dell’Anm.

Dal veto dei sindacati liberò il paese Bettino Craxi nel 1984-5, del veto dell’Anm siamo rimasti e resteremo schiavi.
Se c’era mai stato un referendum che sarebbe stato saggio evitare, era questo. Il governo e chi lo guida ne portano la primaria responsabilità (anche se l’opposizione ci ha messo del suo, con la sua indisponibilità a qualsiasi dialogo, a caccia dell’occasione di mettere la maggioranza in difficoltà): la degenerazione della campagna referendaria e l’allontanamento dal merito delle questioni affrontate erano da mettere nel conto, così come la relativa freddezza di un elettorato imbevuto di consolidata cultura giustizialista ultradecennale (a destra perfino più che a sinistra), rispetto a parole d’ordine garantiste difficili a far capire (la terzietà del giudice, apparsa ai più qualcosa di astratto). Mi pare che l’esito del voto nel sud avvalori questa ricostruzione.
Ma il successo del «No» lascia tracce permanenti anche in altri ambiti del nostro ordinamento costituzionale. Non solo l’art. 111 resta in sonno fino a che un’altra generazione di politici troverà il coraggio di misurarsi con la sua attuazione: a me pare che il referendum costituzionale 2026 segni la virtuale modifica del cruciale art. 138 Cost.,  quello che disciplina proprio il procedimento di revisione costituzionale.
Qui s’impone una precisazione. Contrariamente alla vulgata accreditata da anni perfino da accademici del diritto costituzionale, la semplice lettura dell’art. 138 mostra che – in perfetta sintonia con le parole pronunciate da Meuccio Ruini nel presentare alla Costituente il progetto predisposto dalla Commissione dei 75  – le leggi di revisione della Costituzione sono adottate con doppia lettura, la seconda a distanza di almeno tre mesi e a maggioranza della metà più uno dei componenti di ciascuna Camera (nella sola seconda votazione, per giunta; comma 1).

A integrazione di questo procedimento, il comma 2 prevede poi il referendum confermativo non obbligatorio (a richiesta di una forte minoranza dei componenti di ciascuna Camera o di cinque Consigli regionali o di cinquecentomila elettori). È solo il comma 3 che, in deroga alla previsione del comma 2, prevede la subordinata della revisione senza referendum, nel caso in cui la seconda votazione sia stata a maggioranza dei due terzi (cioè quando eccezionalmente si raggiungano consensi parlamentari così vasti da far ritenere il referendum superfluo). È dunque falso che i costituenti avrebbero voluto revisioni costituzionali condivise e a larga maggioranza (“tutti insieme”). Queste essi previdero come eccezione tale da impedire il ricorso al corpo elettorale.
Dopo questa terza esperienza, mi pare da escludere che in futuro un qualsiasi governo e una qualsiasi maggioranza si azzarderanno a varare riforme costituzionali senza il coinvolgimento di larga parte dell’opposizione
Ciò chiarito, dopo questa terza esperienza, mi pare da escludere che in futuro un qualsiasi governo e una qualsiasi maggioranza si azzarderanno a varare riforme costituzionali senza il coinvolgimento di larga parte dell’opposizione. Tanto più che anche la maggioranza forte della più solida legittimazione elettorale è inevitabilmente destinata ad affrontare eventuali referendum confermativi nella seconda parte del proprio mandato: dunque, coi ritmi attuali della politica, in condizioni di strutturale debolezza.
So bene che da tempo gli oppositori del riformismo costituzionale sostengono che l’art. 138 dovrebbe essere emendato proprio in questa direzione. Ma a me non pare una scelta saggia: certo non coerente con la espressa volontà del costituente. Essa rischia di produrre (ha in larga misura prodotto) una Costituzione pietrificata, modificabile solo ai margini e mai nei punti che davvero dovrebbero aggiornati (forma di governo, bicameralismo, innanzitutto): a contrario, si pensi alle più recenti revisioni “condivise” che ci hanno regalato superflue disposizioni sull’ambiente, sulla peculiarità delle isole e perfino sulla rilevanza dello sport!
Il bilancio del referendum 2026 sta tutto, per concludere, in questi due paradossi.
In nome della Costituzione antifascista da non toccare, il corpo elettorale ha consolidato per i prossimi decenni l’ordinamento giudiziario dell’Italia fascista; in nome del «No» al governo Meloni e alle sue malefatte, il corpo elettorale ha di fatto riformato la Costituzione in una delle sue norme chiave (l’art. 138), sconfiggendo ogni strategia riformista e scolpendo nel marmo il binomio «Costituzione = conservazione»: aprendo la strada così, per contrappasso, ad altre forzature del testo costituzionale che inevitabilmente si aggiungeranno a quelle già sperimentate (dai maxi emendamenti al monocameralismo alternato). Peccato.


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28/3/2026 - 0:14

AUTORE:
Tommaso

Trovo strano che un personaggio come Carlo Fusaro non sappia che l'ordinamento attuale, la non separazione delle carriere tra Pm e Giudici, non derivi dal fascismo ma dall'unità d'Italia. Furono La Marmora prima e Zanardelli ( quello che abolì la pena di morte in Italia ) poi, a stabilire l'ordinamento attuale della Magistratura. Peccato.