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Nato da un’esperienza di servizio civile al Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli, il volume racconta con dolcezza il tema della scoperta e della crescita. Giulia Borghi è la più giovane autrice della casa editrice. 

Un racconto tenero, luminoso e profondamente autentico, nato da un’esperienza concreta vissuta nel cuore del Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli. 

Tg3 televisione italiana, Rai servizio pubblico, .....
Con il primo maggio 2026 la rubrica Spazio Donna ha .....
Nascera' una casa del grande centro moderato, con .....
Salario minimo: Elly Schlein😪🥵
Salario giusto: .....
spaziodonnarubr@gmail.com
Con gratitudine, senza i vostri sguardi e le vostre voci, questo cammino non sarebbe esistito.
da dire molto...in poco tempo!
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Ed eccoci arrivati all'ultima tappa.
A traguardo raggiunto
non si vince alcun premio.
Che strana melanconica condizione!
Un vuoto riempie l'anima .....
Domenica 10 maggio si svolgerà la manifestazione Nazionale Chiese aperte 2026. Quest' anno la sede di Archeoclub d’Italia di Pisa organizzerà la visita .....
di Vittorio Keller
Altro che campo largo, il 2027 si gioca in tre: i Berlusconi mollano Meloni e la partita si sposta al centro

21/4/2026 - 10:32

Altro che campo largo, il 2027 si gioca in tre: i Berlusconi mollano Meloni e la partita si sposta al centro

Le crepe tra alleati di maggioranza e opposizione aprono spazio a un nuovo polo centrista. E rendono inevitabili intese post-elettorali. Torna il “patto del Nazareno“?
di Vittorio Keller
Quando la politica smette di avere idee, torna a trafficare con le convenienze. E le crisi internazionali, puntuali, fanno da acceleratore: non chiariscono le posizioni, le confondono. Le rendono negoziabili. È esattamente quello che sta succedendo oggi, mentre l’Italia si avvicina lentamente ma inesorabilmente alle elezioni del 2027.
La fotografia è già incrinata. Matteo Salvini e Giuseppe Conte, che fino a ieri si scansavano , oggi si ritrovano a parlare la stessa lingua sul gas russo. Non per convinzione, ma per opportunità: uno lo chiama “pragmatismo”, l’altro “coerenza”. Traduzione: entrambi inseguono un elettorato disorientato, provando a capitalizzare il malessere energetico senza preoccuparsi troppo della geopolitica.
Dall’altra parte, Giorgia Meloni ed Elly Schlein si oppongono, ma per ragioni diverse e con fragilità simmetriche: la prima cerca alternative per non apparire subalterna a Mosca, la seconda prova a tenere insieme una linea europeista che però fatica a scaldare i consensi. Risultato: il campo si spacca, ma non lungo linee ideologiche. Piuttosto lungo crepe tattiche. Ed è proprio in queste crepe che si inserisce il vero movimento interessante: quello di Forza Italia.
Gli eredi di Berlusconi hanno capito una cosa semplice che gli altri fingono di ignorare: con l’attuale legge elettorale, restare schiacciati in un bipolarismo esasperato significa scomparire. E allora ecco il tentativo – tutt’altro che nostalgico – di ricostruire un centro vero, non ornamentale. Un centro che non sia stampella della destra sovranista né ostaggio delle oscillazioni del Pd.
Il rimescolamento interno al partito non è solo un regolamento di conti tra correnti: è il segnale di una mutazione strategica. L’obiettivo è sganciarsi da una destra che, tra slogan identitari e rigidità ideologica, rischia di diventare elettoralmente tossica nel medio periodo. E contemporaneamente intercettare quell’area moderata, liberale, europeista che oggi non ha più una casa politica definita.
Se questo disegno prende forma, il quadro cambia radicalmente. Non più due blocchi contrapposti costretti a coalizioni forzate, ma tre poli in competizione, con un sistema elettorale che – restando com’è – li obbligherebbe comunque a dialogare dopo il voto. Tradotto: il ritorno della politica come negoziazione, non come tifoseria.
E qui il gioco si fa interessante. Perché un centro guidato da Forza Italia potrebbe diventare l’ago della bilancia, ma anche il perno di una nuova maggioranza. Non necessariamente a destra. Anzi: proprio la sua forza starebbe nella libertà di movimento.
Questo scenario terrorizza i due estremi per motivi opposti. I sovranisti, perché verrebbero confinati ai margini, privati della rendita di posizione costruita sulla polarizzazione. I populisti, perché perderebbero il monopolio della protesta senza dover mai governare davvero. Entrambi, in fondo, vivono meglio nell’urlo che nella responsabilità.
E il Pd? È il vero malato di questa fase. Perché se prevale una linea più istituzionale e centrista, il dialogo con questo nuovo asse moderato diventa inevitabile. Ma farlo significherebbe ammettere il fallimento della narrazione del “campo largo” e mettere in discussione la leadership attuale. Non a caso, le manovre interne si intensificano: non è solo una questione di linea politica, è una questione di sopravvivenza.
Nel frattempo, figure come Renzi osservano e pungolano, pronti a rientrare nel gioco se si apre uno spazio credibile. E perfino nella Lega qualcuno inizia a capire che il sovranismo urlato ha un tetto di cristallo, e che prima o poi bisognerà tornare a fare i conti con la realtà. Che non è, necesariamente, il ritorno delle vecchie geometrie. È qualcosa di più cinico e, per certi versi, più realistico: un mercato politico tripolare, dove nessuno basta a sé stesso e tutti, prima o poi, devono trattare.
Chi resterà fuori? Quelli che non sapranno adattarsi. I puri, gli ideologici, i professionisti della semplificazione, destinati ai margini. Gli altri, volenti o nolenti, torneranno a fare politica. Quella vera. Anche se, a guardar bene, al momento somiglia molto a un risiko.



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