Nato da un’esperienza di servizio civile al Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli, il volume racconta con dolcezza il tema della scoperta e della crescita. Giulia Borghi è la più giovane autrice della casa editrice.
Un racconto tenero, luminoso e profondamente autentico, nato da un’esperienza concreta vissuta nel cuore del Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli.
Altro che campo largo, il 2027 si gioca in tre: i Berlusconi mollano Meloni e la partita si sposta al centro
Le crepe tra alleati di maggioranza e opposizione aprono spazio a un nuovo polo centrista. E rendono inevitabili intese post-elettorali. Torna il “patto del Nazareno“?
di Vittorio Keller
Quando la politica smette di avere idee, torna a trafficare con le convenienze. E le crisi internazionali, puntuali, fanno da acceleratore: non chiariscono le posizioni, le confondono. Le rendono negoziabili. È esattamente quello che sta succedendo oggi, mentre l’Italia si avvicina lentamente ma inesorabilmente alle elezioni del 2027.
La fotografia è già incrinata. Matteo Salvini e Giuseppe Conte, che fino a ieri si scansavano , oggi si ritrovano a parlare la stessa lingua sul gas russo. Non per convinzione, ma per opportunità: uno lo chiama “pragmatismo”, l’altro “coerenza”. Traduzione: entrambi inseguono un elettorato disorientato, provando a capitalizzare il malessere energetico senza preoccuparsi troppo della geopolitica.
Dall’altra parte, Giorgia Meloni ed Elly Schlein si oppongono, ma per ragioni diverse e con fragilità simmetriche: la prima cerca alternative per non apparire subalterna a Mosca, la seconda prova a tenere insieme una linea europeista che però fatica a scaldare i consensi. Risultato: il campo si spacca, ma non lungo linee ideologiche. Piuttosto lungo crepe tattiche. Ed è proprio in queste crepe che si inserisce il vero movimento interessante: quello di Forza Italia.
Gli eredi di Berlusconi hanno capito una cosa semplice che gli altri fingono di ignorare: con l’attuale legge elettorale, restare schiacciati in un bipolarismo esasperato significa scomparire. E allora ecco il tentativo – tutt’altro che nostalgico – di ricostruire un centro vero, non ornamentale. Un centro che non sia stampella della destra sovranista né ostaggio delle oscillazioni del Pd.
Il rimescolamento interno al partito non è solo un regolamento di conti tra correnti: è il segnale di una mutazione strategica. L’obiettivo è sganciarsi da una destra che, tra slogan identitari e rigidità ideologica, rischia di diventare elettoralmente tossica nel medio periodo. E contemporaneamente intercettare quell’area moderata, liberale, europeista che oggi non ha più una casa politica definita.
Se questo disegno prende forma, il quadro cambia radicalmente. Non più due blocchi contrapposti costretti a coalizioni forzate, ma tre poli in competizione, con un sistema elettorale che – restando com’è – li obbligherebbe comunque a dialogare dopo il voto. Tradotto: il ritorno della politica come negoziazione, non come tifoseria.
E qui il gioco si fa interessante. Perché un centro guidato da Forza Italia potrebbe diventare l’ago della bilancia, ma anche il perno di una nuova maggioranza. Non necessariamente a destra. Anzi: proprio la sua forza starebbe nella libertà di movimento.
Questo scenario terrorizza i due estremi per motivi opposti. I sovranisti, perché verrebbero confinati ai margini, privati della rendita di posizione costruita sulla polarizzazione. I populisti, perché perderebbero il monopolio della protesta senza dover mai governare davvero. Entrambi, in fondo, vivono meglio nell’urlo che nella responsabilità.
E il Pd? È il vero malato di questa fase. Perché se prevale una linea più istituzionale e centrista, il dialogo con questo nuovo asse moderato diventa inevitabile. Ma farlo significherebbe ammettere il fallimento della narrazione del “campo largo” e mettere in discussione la leadership attuale. Non a caso, le manovre interne si intensificano: non è solo una questione di linea politica, è una questione di sopravvivenza.
Nel frattempo, figure come Renzi osservano e pungolano, pronti a rientrare nel gioco se si apre uno spazio credibile. E perfino nella Lega qualcuno inizia a capire che il sovranismo urlato ha un tetto di cristallo, e che prima o poi bisognerà tornare a fare i conti con la realtà. Che non è, necesariamente, il ritorno delle vecchie geometrie. È qualcosa di più cinico e, per certi versi, più realistico: un mercato politico tripolare, dove nessuno basta a sé stesso e tutti, prima o poi, devono trattare.
Chi resterà fuori? Quelli che non sapranno adattarsi. I puri, gli ideologici, i professionisti della semplificazione, destinati ai margini. Gli altri, volenti o nolenti, torneranno a fare politica. Quella vera. Anche se, a guardar bene, al momento somiglia molto a un risiko.