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LA BATTIGIA
di Trilussa



28/9/2008- AUTARCHIA
Il termine autarchia deriva dal greco e significa “padronanza di sé”. Parlare oggi di autarchia, in questo mondo globalizzato, può apparire un grande anacronismo. Il termine è addirittura....


AUTARCHIA

Il termine autarchia deriva dal greco e significa “padronanza di sé”. Parlare oggi
di autarchia, in questo mondo globalizzato, può apparire un grande anacronismo. Il termine è addirittura scomparso dal vocabolario politico attuale, per cui può apparire addirittura blasfemo invocarla, ma soprattutto indicarla come una delle poche soluzioni rimaste al problema della solitudine dell’uomo moderno, per farlo uscire da una situazione in cui viene sempre più coinvolto in un meccanismo perverso che lo rende solo, insicuro e infelice.



Può darsi che si sia qualcuno che si trovi a suo agio a girare come una trottola fra Milano, New York, Damasco, Nairobi e luoghi esotici che peraltro tendono a uniformarsi tutti….., ma in linea generale l’uomo ha dimostrato di avere bisogno di radici, di punti di riferimento vicini, precisi e comprensibili, di luoghi che possa considerare “suoi”, di volti noti che non siano solo quelli virtuali dei mascheroni televisivi. Invaso dal mondo globale, sui cui movimenti non ha alcuna presa né influenza e di cui percepisce, sia pur confusamente, di essere un’infinitesima, insignificante e patetica rotella, l’uomo d’oggi si ritrova solo di fronte a se stesso e all’angoscia dell’essere: senza il senso vero di una comunità, senza miti fondativi, tradizioni, leggende, riti e il sentimento di una continuità storica, cioè di tutti quegli elementi che consentivano all’uomo di ieri di conferire un significato, apparente ma sufficiente, alla propria esistenza” (M.Fini “Il Ribelle” pag 30).



Riporto e condivido questa riflessione di Massimo Fini, sullo stato dell’uomo moderno schiacciato dal niente offerto dalla pubblicità mediatica, da una cronica mancanza di tempo per una vita sempre più frenetica (per scelta o per bisogno) che gli preclude ogni possibilità di riflessione. Minato dal crescente offuscamento degli ideali veri sostituiti da quelli finti delle televisioni e dalla perdita progressiva del Passato cade inevitabilmente in quella droga oramai diffusa che si chiama “consumo” per cercare di compensare, almeno in parte, il vuoto rappresentato dalla propria esitenza .

E’ infatti una delle caratteristiche principali della nostra civiltà quello di avere invertito i rapporti dell’uomo col prodotto: non il prodotto creato per rispondere ai bisogni dell’uomo, bensì il bisogno che viene creato artificialmente per rispondere poi a questo col prodotto che alimenta in continuazione la catena. Il consumo quindi come motore fondamentale della nostra civiltà, non a torto chiamata “consumistica”.



Il consumo incontrollato in molti casi può condurre ad un disturbo chiamato “ossessivo-compulsivo”, uno dei sintomi cardine di alcune patologie psichiatriche, fino a diventare una vera e propria malattia in cui c’è una corsa ossessiva e irrefrenabile all’acquisto di nuovi prodotti. Una volta acquistati il benessere che ne deriva dura pochissimo e bisogna ripartire subito con un nuovo acquisto, in una spirale che non ha mai fine. Lo stesso avviene in quei i poveri cristi che non riescono più a staccarsi dalle macchinette videopoker e che assorbono, con tutte le loro finanze, anche tutte le loro deboli menti.

Ed eccola allora l’autarchia, la necessità, o al meno il tentativo, del ritorno a quella “padronanza di se”, a quei valori tradizionali che possono rappresentare una soluzione a questo isolamento dell’uomo, a questa solitudine, a questa mancanza di punti di riferimento, di obbiettivi nobili che non siano l’acquisto di nuovi prodotti in una corsa senza fine.


Può sembrare anacronistico nel momento in cui ci si prepara alla costruzione della “città di 200.000 abitanti” perorare il ricorso alla piccola comunità, al piccolo ambiente dove l’uomo possa ritrovare quei valori che si sono perduti, quei legami affettivi, quel senso di partecipazione, quell’appartenenza capace di riempire il vuoto inevitabile del mondo globale. Appartenenza come legame forte, antico, primitivo, quello che permetteva alle tribù di difendersi con successo dai nemici, di sostenersi a vicenda nel bisogno, di partecipare alla vita della comunità con pari dignità e diritti. Perdere questo sentimento ci rende soli, isolati, spesso infelici, comunque vulnerabili.

E’ veramente difficile difendersi da questo processo di globalizzazione che ci unisce logisticamente (alla città, alla Rete, al mondo) ma che ci allontana psicologicamente, ci fa perdere legami e tradizioni, ci isola e ci fa avvicinare a modelli sociali che scioccamente definiamo evoluti, ma dove la maggior parte dei rapporti umani non sono improntati ai valori tradizionali e comuni come l’amore, l’amicizia, la solidarietà bensì a quelli molto più pratici del denaro e degli interessi personali.

“Piccolo è bello” è intitolato un famoso libro di Ernest Fritz Schumacher, economista inglese amministratore del governo di Londra per le ex colonie d’oriente, che individua nella società attuale tre gravi problemi strettamente interagenti:


1. La diminuzione delle scorte mondiali di combustibili fossili e di tutte le materie prime esauribili;

2. L’inquinamento dell’ambiente naturale con sostanze ignote alla natura e contro le quali la natura è spesso virtualmente priva di difese;

3. Il comportamento umano quotidiano sulla via della degradazione, di cui sono sintomo le malattie mentali, la droga, il vandalismo.

Il libro purtroppo non è di oggi ma della fine degli anni 70. In questo tempo la situazione si è ulteriormente aggravata: le scorte sono alla fine, l’inquinamento è a livelli di guardia e il degrado del comportamento umano è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

Trilussa
 
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