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In questo nuovo articolo di Franco Gabbani viene trattato un argomento basilare per la società dell'epoca, la crescita culturale della popolazione e dei lavoratori, destinati nella stragrande maggioranza ad un completo analfabetismo, e, anzi, il progresso culturale, peraltro ancora a livelli infinitesimali, era totalmente avversato dalle classi governanti e abbienti, per le quali la popolazione delle campagne era destinata esclusivamente ai lavori agricoli, ed inoltre la cultura era vista come strumento rivoluzionario. 

Sei fuori tema. Ma sappiamo per chi parli. . .
. . . non so se sono in tema; ma però partito vuol .....
Quelle sono opinioni contrastanti, il sale della democrazia, .....
. . . non siamo sui canali Mediaset del dopodesinare .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Nei tuoi occhi languidi
profondi, lucenti
piccolo mio
inestimabile tesoro
vedo il futuro
il tuo
il presente
quello del tuo babbo
il passato
quello .....
Nel paese di Pontasserchio la circolazione è definita "centro abitato", quindi ci sono i 50km/ h max

Da dopo la Conad ci sono ancora i 50km/ h fino .....
IL LIBRO
"Viaggi e altri viaggi"
di A.Tabucchi

31/5/2011 - 15:39

 

Rubrica a cura di Elsa Luttazzi

 

Antonio Tabucchi ci ha regalato una splendida serata, all’insegna del suo amore per la parola e la letteratura. Niente altro di meglio quindi che prolungare il piacere di quella conversazione leggendo l’ultimo suo libro: Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli Editore, Milano 2010).


Nella sua Nota iniziale l’autore accoglie e ci comunica alcuni grandi insegnamenti sul significato del viaggio, ma anche della vita stessa.
Così inizia, da parte sua:


“Ma, a conti fatti, ho viaggiato molto, lo ammetto; ho visitato e ho vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perché posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita".


Affidandosi al senso della poesia Itaca di Costantino Kavafis ci introduce poi alla filosofia di un viaggiare consapevole, che è poi tutta la tematica del libro:


“Il viaggio trova senso solo in se stesso, nell’essere viaggio. E questo è un grande insegnamento se ne sappiamo cogliere il vero significato: è come la nostra esistenza, il cui senso principale è quello di essere vissuta”.


Intime e soggettive sono state sempre le ragioni del suo viaggiare, sin da giovane,


“dopo aver passato l’infanzia nell’orizzonte monotono di una campagna (seppur la bella campagna toscana) e un interminabile anno dell’adolescenza inchiodato nel letto per una malattia a un ginocchio e sognando sui libri di Stevenson e di Conrad che mi forniva mio zio, è comprensibile che quel giovane desiderasse di partire”.


Mai fatto viaggi per descriverli, le sue sterminate e disparate letture ne hanno condizionato invece le curiosità e le mete e gli sono servite per ricostruire i luoghi  secondo una mappa che è geografica e culturale insieme, un sentiero tracciato anche per noi, per orientarsi negli spazi e nella letteratura. È la letteratura che completa la vita:


La letteratura -ha detto un poeta- è la dimostrazione che la vita non basta. Perché la letteratura è una forma di conoscenza in più. È come viaggio: è una forma di conoscenza in più. Molte cose ci possono bastare, e devono bastare, nella vita: l’amore, il lavoro, i soldi. Ma la voglia di conoscere non basta mai, credo. Se uno ha voglia di conoscere, almeno.


Dai viaggi con l’immaginazione percorsi sull’Atlante attraverso i quali Tabucchi adolescente ricostruisce le vicende storiche dei popoli, ai primi percorsi vicini ai luoghi dell’infanzia (Firenze) guidato dagli angeli del Beato Angelico , ma anche dallo zio che alla fine gli proponeva  qualche nuova esperienza gastronomica in trattoria.

A Pisa lo accompagnava il poeta Leopardi che qui

 

Scrisse A Silvia e Il Risorgimento, perché fu ben consapevole del proprio risorgere. “Dopo due anni”, confida alla sorella Paolina, “ho fatto dei versi quest’Aprile; ma versi veramente all’antica, e con quel mio cuore d’una volta”.


Presto divenuto autonomo, l’ orizzonte  culturale del nostro autore si allarga e i suoi viaggi si dilatano e si ispirano anche a esigenze fortemente mirate.
A Parigi segue le tracce di Delacroix viaggiatore e pittore e si meraviglia di fronte al Jardin des Plantes che raggiunse il suo splendore sotto Luigi XIV,  grazie al genio


Del più grande scienziato della sua epoca, Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, finissimo uomo di lettere, naturalista, biologo e astronomo.


Ogni luogo , da quelli ignoti ai più a quelli più conosciuti, si arricchisce di fascino e di profondità storica, alla luce dei racconti e degli aneddoti degli artisti che vi hanno lasciato la loro impronta, dei committenti che li hanno voluti unite, quasi per contagio, alle voci  dei poeti e dei letterati che li hanno visitati e che Tabucchi ci illustra con scrittura lieve, ma con la forza di una autentica critica letteraria e artistica.


Vedere la bellezza e restituirla a noi che leggiamo ha il sapore di un gesto etico, oggi più che mai raro e prezioso, di cui rendiamo grazie a Tabucchi.
 Talvolta l’accumulazione di tanta bellezza sovrasta lo spirito: è nota la sindrome di Stendhal. Tabucchi prova di fronte all’Escorial  questo senso di sopraffazione e allora niente è più risolutivo di un sublime prosaico indulgere ai piaceri dello stomaco, come del resto aveva appreso dallo zio:


Per bilanciare la dose eccessiva di austerità e di sublime che la visita inevitabilmente comporta, una discesa a piedi fino al villaggio sottostante può essere d’aiuto. E una cena in una delle numerose trattorie della piazza ancora di più. La specialità di Madrid e dintorni sono i callos (la trippa): può controbilanciare il sublime in maniera egregia.
 
E così, spesso, ci piace indugiare con lui negli “hotel de charme” o nei “buen retiro” , nei caffè e ristorantini vecchio stile, curiosare nelle sobrie botteghe d’arte situate nelle viuzze meno frequentate, alla ricerca di un souvenir che sia un autentico pezzetto  di storia.

 

I nomi dei luoghi, spazi e residenze che egli visita e spesso abita, suonano esotici, ma non ha l’impronta di un esotico approccio, da cartolina, il suo avvicinarsi ad essi. È alla civiltà nel suo insieme che Tabucchi guarda ; andare e sostare, scoprire e capire, insieme alla bellezza, la diversità del mondo, e collegare i nomi alla gente e rammentarsi insieme di altre personali esperienze di vita o di letture. In fondo un riscoprire se stessi attraverso gli altri. Esemplari in questo senso i suoi tentativi di descrivere alcune delle molte facce dell’India; un’impresa ardua e che con modestia si arresta di fronte a tanta complessità, lasciando a un altro grande scrittore, Pasolini, il compito di definirne l’essenza:


“Ma chi ha più “sentito” l’India , in un libro ammirevole, è stato Pasolini. Rinunciando a capirla con gli occhi dell’Occidente, Pasolini l’ha capita in modo diretto e profondo:con i sensi. L’odore dell’India (1962) è il libro di un uomo che ha ritrovato il suo male di vivere in un’umanità sciagurata e dolente e che ha capito che l’India possiede questo strano sortilegio: farci compiere un viaggio circolare alla fine del quale forse ci troviamo davvero di fronte a noi stessi. Senza sapere chi siamo.


 Ci sono anche gli incidenti di percorso nella sua narrazione di un viaggiare lento che contrasta la volgarità e l’insensatezza di un turismo affrettato e segnato dal conformismo degli itinerari e dal silenzio delle emozioni.

Tabucchi e la moglie si trovano infatti  a passare una vacanza a Cancùn, città dello Yucatàn e spiaggia internazionale del Mare dei Caraibi, grazie


All’equivoco di un mio amico che da Città del Messico, ispirato dal luogo appartato e dal nome evocatore dell’albergo, ci aveva prenotato una camera: con quel nome, Robinson, non poteva che trattarsi di un piccolo albergo sperduto, forse di legno, sul mare, come ne ricordava lui che in Yucatàn aveva passato l’infanzia. Così, attratti dal miraggio di una solitudine assoluta, io e Maria Josè abbiamo pensato di concludere in Yucatàn il nostro viaggio, cominciato nel Nord del Messico, qui dove ci sono le imponenti piramidi Maya e una città coloniale che dicono bellissima, Mérida.


Già alieni di fronte agli occasionali compagni di viaggio:


Sono circa trecento, uomini e donne: tutti biondi, alti, robusti, stanchi.


Si trovano poi intruppati in modernissimi autobus e scaricati davanti


A un enorme portale di cemento rosa con delle palme dipinte. Hanno raggiunto la loro meta: l’albergo.


O meglio, la prigione, in cui si troveranno a vivere per una settimana, da forzati di una vacanza ritmata da aerobica al suono di una musica stentorea, mirabolanti pranzi, sieste imposte per essere in grado di affrontare cene esagerate e scatenate fiesta.


E così, infilando una perla dopo l’altra, si potrebbe continuare a raccontare di questi viaggi; invece vorremmo semplicemente invitare il lettore a scegliere una località e farsi accompagnare da questo suggestivo e insolito Baedeker.

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