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Dopo l'articolo incentrato sugli avvenimenti dell'inizio del 1800 e sugli adempimenti che Napoleone chiedeva al territorio della Comune di San Giuliano, in cui Vecchiano era stata inclusa da Pietro Leopoldo nel 1776, insieme con tutte le 31 Comunità della precedente Podesteria di Ripafratta, arriviamo ora alle vicende al tramonto dell'Impero napoleonico.Nel 1808 Vecchiano era stata separata, sempre dai francesi, dai Bagni di San Giuliano, dividendo le Comunità a destra e a sinistra del Serchio, ma la procedura fu molto ostacolata dall'amministrazione di San Giuliano. 

Ma il silenzio di un popolo …
A volte scrivere per .....
Stamattina per cause da stabilire c’è stato un incendio .....
. . . come tanti "noialtri autoctoni" a 4 (quattro) .....
Che bellezza il 2 giugno: 10. 000 auto a 10 euro/ cadauna .....
Di Mattia Feltrio
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di Roberto Sbragia - Capogruppo Vecchiano Civica
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Di U M (a cura di BB, red VdS)
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di Fabio Poli
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Di Umberto Mosso (a cura di Bruno Baglini, red VdS)
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Incontrati per caso...
di Valdo Mori
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Libri.
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di Bruno Pollacci
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di Bruno Pollacci
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Ar vernàolo, a questa lingua antìa,
io provo a fanni ‘na radiografia.
Per noi pisani, tanto pe’ chiarì,
è la parlata ‘he si parla ‘vi
inventata .....
A me, come a tanti altri hanno rubato il vaso portafiori in bronzo al cimitero di Pontasserchio, è troppo abbandonato. Anche i defunti meritano rispetto .....
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TI AMO
di Madamadoré

18/3/2012 - 11:21

"Il signor Tempo durante i suoi viaggi intorno al mondo vede tante cose, persone, città, paesi, montagne, macchine, negozi, scuole, mare, alberi, animali, fiori, pietre, storie, amicizie, amori, dolori...insomma vede tutte le cose che ci sono nel mondo. Il signor Tempo prende tutte le parole delle cose che vede e le conserva ognuna nella propria scatola, perchè lui è un tipo molto ordinato e quando deve distribuirle non vuole fare confusione...altrimenti chissà che caos sulla terra!!! perciò il signor Tempo nel suo sacco ha molte scatole: la scatola dei nomi delle persone, quella dei nomi degli animali, quella dei nomi delle cose e la scatola delle cose che non si vedono...e così ogni cosa nel mondo ha un nome..."
 
Questo è l'inizio di una storia trovata sul web e mi ha fatto pensare che forse anche io sono come il signor Tempo, ho le mie scatole dei nomi, anzi forse tutti noi abbiamo queste scatole, chi ce le ha più grandi e chi più piccole, dipende da quanto è ricca la nostra storia, dipende da quanto vanno lontano i nostri occhi, e con loro il nostro cuore e la nostra mente. Mi sono imbattuta casualmente in questa storia, e altrettanto casualmente mi ha fatto pensare che deve essere successo qualcosa ...le scatole si sono aperte e il loro contenuto si è mescolato. Mi capita spesso di pensare alle parole a come le abbandoniamo, a come le inventiamo, a come le tradiamo. Questa volta il pensiero va a come le abbiamo con-fuse, estese o ridotte.
 
Da un po' di tempo mi colpisce come siamo diventati disinvolti nel dire ti amo, di come se ne  faccia un uso indifferenziato, diverso da quello che la mia storia mi consente di ricordare.
 
Negli anni 70 imperversavano i fotoromanzi...belli e romantici, storie tormentate ma sempre a lieto fine. Quello che mi ricordo sono quei fermi immagine, che poi sono stati usati  anche nelle prime telenovela, erano come delle slide, si direbbe ora, che si potrebbero utilizzare per una lezione sulla comunicazione non verbale. La mimica facciale, l'espressione corporea,  tutto serviva a enfatizzare e anticipare il messaggio scritto nel fumetto.

 

Credo di aver letto e visto lì la prima scritta ti amo.
Ma a me piacevano di più i libri che divoravo a gran velocità, non mi bastavano quelli regalati per la comunione o per la cresima, non mi bastavano neppure quelli che la scuola obbligava a leggere, ma in un paese piccolo come il nostro avere la passione di leggere, era un po' difficile...noi non avevamo neppure la macchina, per cui andare a Pisa alla  Goliardica a comprare libri era un evento straordinario, oltre che poco riconosciuto come bisogno primario dalla mia famiglia. Fu così che   casualmente scoprii che nella scuola delle suore c'era una biblioteca, o almeno qualcosa che gli assomigliava. In realtà era uno scaffale che conteneva i libri Delly...Magaly, La donna del lago o era Il mistero del lago?, Ondina, alcuni dei titoli che mi ricordo. Romanzi tutti più o meno con la stessa struttura narrativa, ma allora non lo notavo, dove l'amore trionfava sempre. E anche lì in quelle pagine colorate dal tempo, un po' scricchiolanti e profumate di scaffale chiuso, ho incontrato di nuovo il ti amo.  Poi si sono aggiunti altri  libri, ma soprattutto si è aggiunta la vita, l'incontro con l'innamoramento, con il desiderio di pronunciare il ti amo, ma anche con la scoperta dell'importanza del pronunciare quelle due parole, con la riservatezza e il pudore nel pronunciarle a voce alta. Ma nonostante tutto il “Ti amo”... erano due parole chiare, un concetto chiaro. Chiaro era il significato, l'ambito, il destinatario: l'amato o l'amata. Chiaro era ciò che quelle due parole evocavano.
 
Adesso mi capita spesso si sentire pronunciare il “ti amo” da un genitore nei confronti del figlio, o tra due amiche, e mi fa strano. Come il bacio sulla bocca tra un genitore e un figlio, o tra due amiche...segno dei tempi che cambiano, segno di un mondo che ha sfumato i contorni e i confini delle cose, dei destinatari e degli ambienti, dei significati.
Segno che le scatole dei nomi si sono aperte e mescolate.

 

Che c'è di male? Nulla, sono sicuramente favorevole alla contaminazione, alla mescolanza delle cose, all'apertura delle scatole, a metterne all'aria i contenuti, ad allungare il passo e lo sguardo.
Allora che c'è di male? Nulla probabilmente, ma ultimamente mi sono trovata a notare questo cambiamento linguistico, che penso sia anche culturale e a cercarne il significato, perchè ogni volta che le traiettorie del nostro quotidiano cambiano, impercettibilmente spostiamo e riposizioniamo anche i nostri significati e forse la conspevolezza di quello che può voler dire affiora sempre con un po' di ritardo.
Ti amo, è una declinazione del verbo amare...si dice amo il mare, la poesia, il cinema, la musica...la  rockstar dice “vi amo” al suo pubblico di fans, ma “ti amo”?
Mentre scrivo mi viene in mente il “t'amo pio bove” di Carducci, ma quello però non vale, era licenza poetica!
 
Questo trasportare il “ti amo” senza distinguere di quale relazione d'amore si tratti...filiale, amicale, familiare o sentimentale, mi pare confusiva per il destino delle relazioni, e anche dei soggetti delle relazioni.

E' amore quello tra una madre e un figlio,  si amano di sicuro, ma è un amore diverso da quello che unisce due amanti, e ancora diverso è ciò che passa tra due amici, perchè usare la stessa parola per tutto?

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19/3/2012 - 23:17

AUTORE:
sincero ammiratore

Certamente è un amore diverso quello che unisce i due amanti da quello fra madre e figlio o fra due amici e quello che si prova di fronte al mare, alla poesia, il cinema o la musica, ma sempre amore è (meno quello detto da chi sta sul palco e rivolto al pubblico -quello è scemenza!).
Nessuno di noi ha sempre con sè dall'infanzia le sue scatoline intatte, chiuse e ordinate, è tutto aggamballaria oggidì, ma l'amore non cambia mai, cambia il modo di esternarlo e allora io, da tuo ammiratore, mi rivolgo a una donna che riesce a far comprendere agli uomini l'universo femminile meglio che ogni altra persona, a colei che misura, punge, carezza, scuote, insinua ma fa sempre comprendere i suoi scritti e perciò, come il mare la poesia la natura e la musica: ti amo Madamadoré! e il come è inequivocabile!