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L'articolo di oggi non poteva non far riferimento alla festa del SS. Crocifisso che Pontasserchio si appresta a celebrare, il 28 aprile.Da quella ricorrenza è nata la Fiera del 28, che poi da diversi anni si è trasformata in Agrifiera, pronta ad essere inaugurata il 19 aprile per aprire i battenti sabato 20.La vicenda che viene narrata, con il riferimento al miracolo del SS. Crocifisso, riguarda la diatriba sorta tra parroci per il possesso di una campana alla fine del '700, originata dalla "dismissione" delle due vecchie chiese di Vecchializia. 

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Colori u n altra rosa
Una altra primavera
Per ringraziarti amore
Compagna di una vita
Un fiore dal Cielo

Aspetto ogni sera
I l tuo ritorno a casa
Per .....
Oggi è venuto a mancare all’affetto di tutti coloro che lo conoscevano Renato Moncini, disegnatore della Nasa , pittore e artista per passione. .....
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Don ARMANDO ZAPPOLINI

27/5/2012 - 7:46

 Qualche anno fa ebbi l’opportunità di conoscere padre Ernesto Balducci.
Era stato invitato una sera a Nodica, non ricordo per quale occasione. Andai, un po’ controvoglia, ma non mi sono mai pentito di avere fatto quella scelta perché la lezione che impartì alle persone presenti è una di quelle che  non si dimenticano e che fanno riflettere sulla vita, sul mondo, sull’amore ed anche sulla fede che non ho ma che capii può essere praticata, e quindi accettata, in un modo diverso e condivisibile.
Una copia di quel personaggio, purtroppo scomparso da tempo, l’abbiamo incontrato ieri sera a Migliarino.
Don Zappolini ha minor fascino ma molta più determinazione. E’ meno intellettuale forse ma molto più pratico e lo dimostrano le numerose attività che porta avanti. Basta dare un’occhiata sul Web e scrivere don Zappolini per vedere quanto c’è di lui.
Ieri sera ci ha fatto il regalo di intervenire a Migliarino all’evento del Maggio “Legalità e Accoglienza” dove ha raccontato qualcosa di lui e delle sua varie attività presentandoci  un punto di vista diverso su tante cose, specie sul mondo sempre trascurato della marginalità, della difficoltà spesso non di vivere ma di sopravvivere. Un punto di vista molto diverso da quello che ci viene propinato quotidianamente ed ossessivamente da certi media.
Una cosa mi ha colpito particolarmente, un suo intervento a Radio Vaticana, quindi sotto gli occhi di tutti i suoi “superiori”, diciamo così. Alla domanda cosa chiedeva lui alla Chiesa per sostenerlo nelle sue attività di volontariato sociale lui ha risposto semplicemente: le parole.
 Ha chiesto parole, semplici parole come quelle che sono mancate nella bocca del vescovo che ha presenziato alla cerimonia per i funerali di Placido Rizzotto, funerali avvenuti decenni dopo la sua morte ammazzata. Quella parola “mafia” che è mancata, assente, mai pronunciata in tutta l’Omelia.
In questo piccolo episodio l’enorme potenza della mafia e le difficoltà per riuscire a domarla.
Abbiamo ritenuto, come Redazione, dedicare per questa volta lo spazio della Battigia alla figura di questo personaggio, don Zappolini, riportando una sua intervista abbastanza recente da cui si può capire il valore dell’uomo e del personaggio, prete per sincera vocazione e soddisfazione, a suo dire, ma figura di assoluto valore sociale e stimolo all’impegno di tutti per un mondo dove le parole legalità ed accoglienza non siano sono parole ma mobilitazione e partecipazione. PG


Il grido di un prete di strada

intervista di LAURA BADARACCHI

Sorriso franco e battuta pronta, don Armando Zappolini è un parroco toscano che, dall'inizio di quest'anno, è anche presidente del Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza (Cnca). In questa intervista ci racconta, senza peli sulla lingua, l'Italia della politica e della Chiesa, viste con gli occhi degli ultimi. Mentre apre la posta elettronica e risponde al cellulare, cerca con lo sguardo nella libreria un libro di don Andrea Gallo, Il cantico dei drogati, con la dedica autografa: «Il Cnca è un patrimonio: riscoprire le radici!». Una consegna significativa per don Armando Zappolini, dal gennaio scorso alla guida per un quadriennio del Coordinamento nazionale Comunità di accoglienza, dopo essere stato presidente del Cnca Toscana, vicepresidente nazionale e responsabile del settore internazionale della federazione.

Originario di Palaia, da quasi trent'anni prete della diocesi di San Miniato, vive a Perignano (Pisa), dov'è parroco della chiesa di Santa Lucia; gli sono affidate anche le frazioni di Quattro Strade, Lavaiano e Gello di Pontedera. Sorriso empatico e battuta toscana sempre pronta, il cinquantaquattrenne don Armando è un «prete di strada», con il colletto del clergyman slacciato e infilato nella camicia «cucita da un amico musulmano in India».

Entrato nel seminario minore di Pisa «attratto dal senso del mistero», è stato assistente diocesano dell'Acr e animatore di gruppi giovanili, frequentatore di Taizé e innamorato di san Francesco. Un sacerdote impegnato all'interno dei confini della sua diocesi, dunque, fino alla «svolta» avvenuta nel 1990, quando iniziano i primi contatti con il Cnca: «In un casolare vicino alla mia parrocchia è nata la comunità terapeutica per tossicodipendenti di Usigliano, voluta da alcune famiglie genovesi. Lì ho scoperto l'attenzione alla persona, il mettersi accanto all'altro e conquistarne la fiducia, senza mai fare domande». Nello stesso anno, don Zappolini conosce padre Orson Wells, prete indiano accolto da piccolo da madre Teresa di Calcutta; nel 1991 fonda l'associazione Bhalobasa per il sostegno a distanza e si apre al Sud del mondo. «Però non basta la carità: ci vogliono i percorsi di giustizia», osserva don Armando.

Di qui il suo impegno in Libera - Associazione, nomi e numeri contro le mafie, e nel 2001 la partecipazione come delegato alla scuola Diaz, per conto del Cnca, durante il G8 di Genova. Fondatore di cooperative sociali e associazioni, lo scorso anno – alla festa dell'Unità di Lavaiano – ha inventato e venduto con successo la «Pizza papi»: «Goliardia pura, solo uno "scherzo da prete" per ridere un po'» e per raccogliere fondi destinati ai minori in difficoltà. Nel suo mandato da presidente del Cnca, ha deciso di puntare su «partecipazione, responsabilità, difesa del welfare, presenza sui territori e, soprattutto, attenzione al Sud». Parole "pesanti", da cui prendere spunto per un'analisi a tutto tondo dell'Italia odierna.

Partiamo dalla crisi: economica e, al tempo stesso, di prospettive, di futuro. Viviamo in un'Italia impoverita di valori?

«La crisi rappresenta anche un alibi per aggredire e smantellare i diritti, mentre intanto lo smarrimento diventa sintomo di una grave emergenza culturale e democratica del Paese. In tanti ci trasmettono la sensazione di essere abbandonati a sé stessi, vulnerabili, confinati nelle periferie sociali che si stanno allargando: i servizi chiudono, mentre i tagli ricadono su genitori che chiedono un posto al nido per il figlio, bambini disabili che non vanno più a scuola con un accompagnamento, tossicodipendenti che non possono più fare percorsi di comunità a causa di fondi bloccati. La politica, distratta e lontana, non ha mai condiviso – anche quando al Governo c'era la coalizione di centrosinistra – il nostro concetto di welfare, concepito anche come investimento, perché fa spendere meglio i soldi. Un esempio? Riempire le carceri di disperati vuol dire spendere male e troppo, senza attivare percorsi di inclusione: una comunità costerebbe quattro volte meno della detenzione, e una persona reinserita nel tessuto sociale pagherà i contributi e le tasse. Ma davanti a un Paese imbarbarito, che scivola sempre di più nella povertà, il Governo reagisce con un taglio dello Stato sociale pari all'80% negli ultimi quattro anni: un'Italia sempre più egoista e indurita che mette ai margini i più deboli. Si aggredisce la scuola pubblica, si azzera il fondo per la non autosufficienza, si portano alla chiusura risposte di prossimità e di cura attive da anni, e poi si spendono 14 miliardi di euro per comprare cacciabombardieri... Tuttavia, se dall'impoverimento economico si può uscire invertendo talune scelte di politica economica, la crisi di valori mi sembra molto più devastante».

Lei percepisce comunque una frattura tra politica e vita reale della gente, una sfiducia dei cittadini di fronte alla demolizione del welfare?

«Dalle ultimi elezioni amministrative direi che sono emersi alcuni segnali di speranza e partecipazione: se la politica parla nuovi linguaggi che la gente capisce e attende, una risposta c'è. Perché il volontariato non può risolvere i problemi: stimola, integra, aiuta a trovare strade e percorsi, ma ha un ruolo suppletivo rispetto alla politica, fermo restando il rapporto strutturale che deve avere con il territorio e con i servizi pubblici. Invece la demolizione del welfare universalistico apre la strada alla sua privatizzazione, alla trasformazione dei diritti in bisogni su cui fare business, all'assistenzialismo: tutto questo a noi cristiani dovrebbe far vomitare, ma evidentemente molti prendono il Plasil e non vomitano. Si tenta di ritornare al "buon cuore", all'approccio caritatevole, a una Italia che sempre più viaggia a due velocità, allargando progressivamente la forbice fra chi ha dignità e una gran massa di persone invisibili e senza tutela». 

 Lei descrive uno scenario se non proprio drammatico, quanto meno molto difficile: ci sono responsabilità anche del volontariato e del mondo ecclesiale?

«Sì, anche noi abbiamo delle colpe. In questi anni è cambiata la testa della gente in modo subdolo, come succede a chi entra pian piano in una dipendenza. È passato – inizialmente attraverso le Tv commerciali – lo stile dei giochi a premi, del divertimento in cui si vince sempre, del "tutto facile": condito da sesso, violenza e aggressività, insieme con il dilagare della mercificazione del corpo femminile. Un sistema di materialismo pratico che ha aggredito anche il sentimento religioso: dovremmo cominciare a boicottare certe trasmissioni televisive, disintossicarci da questa visione della realtà. Invece abbiamo lasciato il Paese alla deriva: non abbiamo fatto argine, ci siamo fatti strumentalizzare».

Un'altra faccia di questa mentalità consumistica è la corruzione, l'idea di poter comprare successo, potere, visibilità. Come rilanciare la legalità sui territori?

«Da anni collaboro con l'associazione Libera sulla questione dei terreni confiscati alle mafie e sono convinto che è molto più quello che si riceve rispetto a quello che si dà, quando ci si impegna a stare da una parte, quella della legalità. Ecco: dobbiamo scegliere da che parte stare. La zona grigia è già mafia: non esiste neutralità, come al Senato, dove l'astensione equivale al voto contrario. Chi compie grandi illegalità le copre con tante altre piccole, dando "caramelle" alle persone compiacenti che lo circondano. In questo clima, non possiamo defilarci né permetterci distrazioni oppure omissioni; non si può ammettere, ad esempio, che un mafioso si accosti alla Comunione, quando un divorziato risposato non può farlo. È così difficile dire che un mafioso non può ricevere i sacramenti?».

Paura del diverso, razzismo, intolleranza: sentimenti che albergano nella «pancia» di molti italiani, i cui umori vengono cavalcati da questo o quel partito che agita come uno spauracchio il rischio «invasione » degli immigrati. Come valuta questo approccio al fenomeno migratorio?

«Agitare il timore dell'immigrazione e dell'insicurezza nelle città serve per costruire quel senso di paura e di assedio che suscita consenso in gran parte del Paese e che giustifica scelte politiche fatte con spot tanto appariscenti nel clamore mediatico, quanto inutili e inefficaci nella sostanza. Caritas e Migrantes ci forniscono ogni anno dati puntuali nel Dossier statistico sull'immigrazione: la maggioranza assoluta degli stranieri in Italia è regolare e ben inserita, una risorsa per il Paese; pagano contributi che forse non riscuoteranno mai. Certo, risulta anche una piccola porzione di cittadini irregolari, perché la legge non facilita la regolarizzazione»

Qual è la risposta dei credenti al problema?

«Sui barconi centinaia di richiedenti asilo, in fuga da guerre e povertà, arrivano sulle nostre coste, nella terra in cui c'è la sede del Papa, una nazione che però respinge i profughi. Ma dov'è finita la rabbia profetica dei cristiani? Nel presepe allestito un anno e mezzo fa in parrocchia, ho messo una barca, riempita per metà di stracci, con la scritta "Natale nel mare di Lampedusa": se fosse nato oggi, Gesù sarebbe arrivato sulle nostre coste come un clandestino e l'Italia sarebbe la Betlemme che non l'ha accolto. Esistono documenti del Magistero a riguardo, manca però una loro traduzione comunicativa accessibile a tutti: sul fronte della giustizia, del sociale, dell'accoglienza, la pratica è avanti rispetto ai testi magisteriali. E poi ci vuole coraggio: sui territori i credenti sono sempre più chiamati a dire con i fatti queste parole chiare».

Un altro aspetto, strettamente correlato alle migrazioni, è quello della cooperazione internazionale. La maggioranza politica invoca il motto "Aiutiamoli a casa loro". Ma i fondi per finanziare progetti di cooperazione con i Paesi di provenienza dei migranti sono ridotti al lumicino...

«Gli accordi bilaterali si stipulano dove c'è un interesse economico: tutta la politica è asservita a interessi privati. Speriamo che si arrivi a un cambiamento, sostituendo il bene privato con il bene comune. La cooperazione internazionale, portata avanti in modo autentico, potrebbe evitare che i migranti partano per necessità, generando sviluppo nei loro Paesi di origine a partire da un senso profondo di giustizia. Quando ho partecipato insieme ad altri volontari a una festa in Uganda per inaugurare una scuola, mi sentivo quasi in imbarazzo per tutti gli onori nei nostri confronti e ho detto: "Non veniamo come benefattori, ma con vergogna e un po' di umiltà, a restituirvi quello che vi abbiamo preso; infatti la nostra ricchezza, in Occidente, deriva più o meno direttamente da quello che vi abbiamo sottratto negli anni". Inoltre ritengo che la cooperazione debba puntare a creare relazioni fra comunità, a gettare ponti, rapporti tra Italia e Sud del mondo, anche per intercettare autentici bisogni e innescare processi di crescita in loco. Girando in vari Paesi, di cattedrali del deserto ne ho viste tante: progetti finanziati, avviati e poi abbandonati».

A proposito di ipocrisie: qualche tempo fa lei ha proposto di aprire un centro d'ascolto per tossicodipendenti alla Camera dei deputati, riferendosi alla notizia relativa all'uso di cocaina di alcuni parlamentari: era una provocazione?

«Credo ci sia un bisogno reale di consulenza in Parlamento, che comunque – un po' schizofrenicamente – sta promuovendo un approccio criminogeno verso i consumatori di droga. Conoscendo i danni delle sostanze e senza volerne promuovere nessuna, vorrei chiarire che abuso non significa sempre dipendenza, ovvero una deriva patologica e residuale. Non si possono riempire le galere di poveracci perché la legge punisce il consumo, arrestando spacciatori presunti. Chi si droga butta via soldi, si fa del male, arricchisce le mafie. Ma non si può leggere il problema solo in modo ideologico e repressivo, quando invece il fumo e l'alcol sono legali e altrettanto nocivi... E nel frattempo lo Stato guadagna su un'altra dipendenza: il gioco d'azzardo».

Lei conosce bene il mondo giovanile: come stanno le nuove generazioni, in bilico fra virtuale e reale? Quali orizzonti sono possibili per loro?

«Per il mondo reale che si ritrovano, quello virtuale attira molto di più i ragazzi, insieme alla cultura dell'immagine: da Miss Italia al Grande fratello, si è disposti a tutto per apparire dieci minuti in Tv. Prevalgono la dimensione esteriore e la superficialità, ma di fronte a situazioni reali non si sa come reagire. A fronte della scarsa credibilità degli adulti, penso sia importante creare spazi di aggregazione per la peer education, in cui anche la Chiesa può fare molto: dando l'opportunità ai giovani di essere protagonisti, di crescere come educatori e animatori. Quando sentono storie vere, le ascoltano e ti seguono. Hanno bisogno di mangiare cose buone, non hanno perso il gusto: non vogliono omogeneizzati, ma testimoni convinti che essere cristiani significhi avere una marcia in più, non in meno».

Altro nodo da sciogliere: le pari opportunità per le donne. A che punto siamo, in ambito civile ed ecclesiale?

«Talvolta ci domandiamo, preoccupati, perché le donne italiane che lavorano sono così poche, soprattutto al Sud. Eppure basterebbe dare un'occhiata ai servizi per l'infanzia, per darsi una spiegazione: solo il 10% dei piccoli tra zero e due anni sono presi in carico dagli asili nido pubblici in Italia; un dato che scende al 2% in Campania e Calabria. Nonostante i discorsi demagogici del Governo, il Fondo per le politiche per le famiglie è diminuito dai 346,5 milioni di euro del 2008 ai 52,5 del 2011, mentre il Fondo servizi infanzia ha perso anche i 100 milioni del 2008 ed è stato azzerato: forse qualcuno preferisce che le donne restino a casa a occuparsi di bambini e anziani non autosufficienti, permettendo così di ridurre ancora di più il nostro welfare».

Laura Badaracchi     

 

 

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