none_o


Bellissimo scritto il precedente, anche se (visione solo mia personale) ci vedo un po’ di politica nella penna.

C’è in paese uno scrittore, sì certo, politico anche lui, ma che insieme alla fede sinistra dà la mano destra al volontariato e insieme cuore e tempo e fatica e impegno:

Nedo Masoni.

Non mi sono mai sognato di voler attaccare personalmente .....
Non so se hanno pagato per il suolo pubblico o se fosse .....
Caro Amico che ti firmi affamato forse sei affamato .....
Vogliamo anche dire, visto che a Pontasserchio non .....
Intervista a Matteo Renzi
none_a
RICCARDO MAINI sempre Residente a MdA
none_a
di GIUSEPPE TURANI
none_a
di Renzo Moschini
none_a
Vecchiano 5 Stelle
www.vecchianoa5stelle.it
none_a
Governo Conte
none_a
"Guarisce da solo, anche ascoltando Iglesias".
none_a
LILIANA SEGRE, 89 anni oggi.
none_a
“Io lo vedo così”
none_a
Associazione La Voce del Serchio
none_a
Incontrati per caso...
di Valdo Mori
none_a
Solidarietà
none_a
Marina di Pisa
none_a
Calci
none_a
ASBUC Migliarino 21 settembre
none_a
Circolo Arci Filettole
none_a
San Giuliano Terme, 15 settembre
none_a
Cioccolato
none_a
di Bruno Pollacci
none_a
Vecchiano, 27 settembre
none_a
  • AD ACCOGLIERE GLI STUDENTI DELLE SCUOLE DI CALCI MOLTI SPAZI, AULE E GIARDINI RINNOVATI

      Suona la campanella

    Mancano tre giorni all’inizio della scuola e lunedì prossimo la campanella suonerà per i tanti alunni calcesani che potranno contare su aule, spazi comuni e giardini rinnovati e più sicuri...


di Bruno Pollacci
none_a
Parco di San Rossore, 14 settembre
none_a
Polisportiva Sangiulianese
none_a
Pappiana
none_a
Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce,
sdilenca un poco e gnagio s'archipatta.
È .....
CERCHIAMO UN TRATTORISTA CON ESPERIENZA ALLA GUIDA DELLE PRINCIPALI MACCHINE AGRICOLE.
AZIENDA AGRICOLA TENUTA ISOLA

DISPONIBILITA' FULL TIME
di Renzo Moschini
none_a
di Renzo Moschini
none_a
di Renzo Moschini
none_a
LIBRI
Le emozioni letterarie di Lily

24/7/2012 - 13:32


Quando arrivi dal “Continente” in Sardegna, a Olbia, con la O chiusa, per un vezzo tutto personale, il profumo del corbezzolo e del mirto, misto al vento di mare ti inebriano e rappresentano l’inizio della vacanza. Sono la prima idea che ti fa della Sardegna, di una terra che si protende verso di te profumata e disponibile. Ma sicuramente, se solo allungherai lo sguardo e l’attenzione oltre le sue montagne, ti renderai conto che sì, è un posto bellissimo ma tutt’altro che semplice da capire e per niente disponibile ad una conoscenza superficiale.
Fa parte dell’Italia, ma giustamente rivendica una sua identità e diversità. Che è giusta e sacrosanta. A differenza della Padania, che è una roba inventata con tutti i suoi ridicoli riti celtici, la Sardegna, la sua gente, ha le radici in una civiltà antica, quella nuragica, misteriosa e  magica.
La lingua sarda non è un dialetto, ma una vera e propria “lingua”. Parallela all’italiano.
Di conseguenza anche i suoi scrittori sono “diversi”, soprattutto quelli come Michela Murgia, che parlano della propria terra con lo sguardo al passato - o forse al presente? Leggere il suo Accabadora sotto l’ombrellone non è il massimo del rilassamento cerebrale, ma perché impedire al nostro cervello di pensare solo perché è estate e siamo in vacanza? Visto che la stupidità non risente dei cambi di stagione cerchiamo, per chi la possiede, di mantenere viva e vegeta l’intelligenza, sempre e comunque.
E allora lasciatevi trasportare in un mondo arcaico, complicato e semplice allo stesso tempo, liberate la vostra mente da qualsiasi “giudizio” morale e immergetevi in quello che potrebbe definirsi il “senso” della  vita, paradossalmente la sua fine.
Perché se il nascere non è una scelta personale, il continuare  la propria vita o scegliere come finirla può esserlo. Senza entrare nella questione etica, come ho già anticipato, visto che ognuno di noi  ha le proprie giuste convinzioni, affrontate il tema  principale di Accabadora con lo spirito giusto, quello, come dice Tzia Bonaria, di capire che lei è “l’ultima madre”.
L’Accabadora, Tzia Bonaria, era in Sardegna la dispensatrice della “grazia”, della morte “dolce”, colei che metteva fine alle sofferenze e all’agonia delle persone. E’ naturalmente questo un tema delicato che può offendere o essere condiviso dalle coscienze.
Essere a favore oppure no all’eutanasia, non è il modo con cui bisogna approcciarsi a questo libro, secondo me.
Bisogna immergersi invece in un contesto di vita, di tradizioni, di profondo dolore o meglio di “consapevolezza” del dolore. Bonaria si fa carico di un “compito”, all’interno di una società arcaica, con regole non scritte, ma condivise. Ha assunto su di sé una  responsabilità che le porta la paura e la “distanza” dei suoi compaesani, i quali le riconoscono solo la solitudine dolorosa di quella che lei considera una “missione”. Che forse non le verrà perdonata.  Neppure da Maria, la sua “figlia d’anima”, modo poetico che i sardi usano per definire un’adozione non “ufficiale”, quella di una donna che si prende cura di una bambina “trascurata” dalla madre vera oberata dalla miseria e forse da una mancanza di “maternità”.
Qualche volta infatti il corpo di una donna può essere solo un “contenitore” perché la “maternità” parte dal cuore, dall’ “anima” appunto, non dalla pancia.
In questo profondo e oscuro libro, nella sua apparente linearità, c’è un cerchio magico che si chiude, inizio-fine, vita-morte. Tutto ciò ricorda la circolarità dei pozzi “magici” sardi, dove le donne andavano a cercare la “fertilità”.
Ritornando al “compito” di Tzia Bonaria, con un paragone improprio, d’altronde io non ho mai neanche lontanamente accampato pretese di critica letteraria, esprimo solo le mie personali emozioni, vorrei che leggeste Borges. Nell’Aleph o in Finzioni, c’è un racconto, trovatelo, in cui Giuda è il vero “Cristo”, perché ha preso su di sé la “maledizione” ed anche l’onere, con il suo tradimento, di salvare l’umanità. In un rovesciamento affascinante, complicato e tenebroso dei ruoli. La dannazione del divino. Così Tzia Bonaria ha assunto su di sé il ruolo terrificante e salvifico dell’Ultima Madre.
Una madre per nascere, una madre per morire.


E non dite mai, vi prego, miei orgogliosi e saccenti moralisti: “Io di quest’acqua non ne bevo!” Rischiate di abbeverarvi a ben altre putride fonti, credendo che Dio sia autorizzato, da voi stessi, al perdono. Ma lei non lo farà, ve l’assicuro, perché il perdono divino passa inesorabilmente per quello umano.

+  INSERISCI IL TUO COMMENTO
Nome:

Minimo 3 - Massimo 50 caratteri
EMail:

Minimo 0 - Massimo 50 caratteri
Titolo:

Minimo 3 - Massimo 50 caratteri
Testo:

Minimo 5 - Massimo 10000 caratteri

codice di sicurezza Cambia immagine

Inserisci qui il codice di sicurezza
riportato sopra: