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 “C’è qualcosa che devo dire alla mia gente, in questo nostro procedere verso la giusta meta: non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo dalla coppa dell’odio e del risentimento. Io ho un sogno. Che bambini neri e bambine nere, potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine nere, come fratelli e sorelle. IO HO UN SOGNO OGGI.”..

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Cronache di un prof. tifoso
La mitica Forst Cantù
di Arbauz

19/5/2013 - 12:06

La mitica Forst Cantù


Nella più che spasmodica attesa del confronto con la corazzata perugina, mi lancio su nuovi (anzi vecchi) ricordi sportivi. Ed ecco spuntare dalla memoria l’immagine di una squadra per la quale molto tempo fa facevo il tifo, ovvero la Pallacanestro Cantù. Sarebbe meglio dire la Forst (è il nome di una marca di birra) Cantù, mitica squadra che fu protagonista del basket italiano negli anni ’70. Per la verità la squadra esiste ancora e gioca tuttora in serie A, ma è molto diversa da quella di 40 anni fa. Ora perché mai un pisano avrebbe dovuto tifare per una squadra di una cittadina della Brianza? Beh, a parte il fatto che ognuno tifa per chi gli pare (e all’epoca quasi tutti tifavano per la Simmenthal Milano o per l’Ignis Varese), il motivo c’è: ero un supertifoso di Pierluigi Marzorati. Immagino che a un giovane appassionato di basket oggi questo nome dica poco, ma in quegli anni fu un vero e proprio mito. Era il playmaker della squadra, aveva il numero 14 (numero che ho poi sempre preteso in tutte le squadrette di basket in cui ho giocato) ed era un giocatore formidabile. Piccoletto (per gli standard del basket, s’intende) e deboluccio, con pochi  muscoli, era insomma il contrario esatto dei giocatori di oggi, che sembrano tutti dei mezzi culturisti. Però giocava divinamente: velocissimo, fantasioso, fortissimo in entrata, discreto nel tiro, gran passatore e soprattutto incommensurabile palleggiatore (impossibile levargli la palla!). In campo era un tipo molto “per benino”, sempre pronto ad accusarsi dei falli commessi, a stringere la mano agli avversari, mai un tecnico o un’espulsione, insomma l’esatto contrario dei campioni di oggi, che hanno da essere sregolati, esuberanti o simpatici mascalzoni. Ma non è che tifassi per lui perché era un tipo “a modino”. Il fatto è che era divertente vederlo giocare.


Ma tutta la Forst era una squadra un po’ particolare: intanto quelli forti erano solo cinque, per cui se usciva per falli uno del quintetto erano cavoli. L’americano, il grande Bob Lienhard, era un bianco molto tranquillo, con una gran barba, che si alzava da terra sì e no 10 centimetri. L’altro lungo era Ciccio Della Fiori, ma a vederlo non sembrava proprio un grande atleta: grassottello, anche lui incapace di saltare più di qualche centimetro, giocava con le lenti a contatto, che regolarmente perdeva; a quel punto, tra i fischi del pubblico, l’arbitro sospendeva la partita e tutti i giocatori si mettevano a cercare le lenti sul parquet. L’esterno più alto (che in realtà era bassino) era tale Farina, anche lui poco muscolato, però buon tiratore. A completare il quintetto Charlie Recalcati, poi divenuto allenatore della nazionale: anche lui magrino e con pochi muscoli, ma aveva una manina d’oro (si diceva allora che eseguisse lo schema Brianza: “dammi la palla e ti foro la panza”).  Un giocatore così oggi sarebbe fatto a pezzi dai difensori “fisici” che girano nei nostri campionati, ma all’epoca era un iradiddio. Comunque questa squadra riuscì a vincere lo scudetto nel 1975 e diverse coppe europee.


A quell’epoca io e altri amici andavamo spesso a vedere la Forst a Siena e Bologna; a Siena c’era sempre un baccano infernale (ma il Cantù vinceva regolarmente), mentre a Bologna il palazzetto era bellissimo, il migliore per quei tempi (ma anche lì la Forst di solito vinceva). Una volta ad assistere alla partita tra la Forst e la squadra di Bologna (allora si chiamava Sinudyne) c’erano due nostri amici pisani, ma di origine canturina, i fratelli Villani; dato che l’allenatore della Sinudyne era Dan Peterson (che poi si è messo a fare il telecronista), i due a un certo punto sventolarono coraggiosamente uno striscione con la scritta “Peterson go home!” ma furono prontamente inseguiti dai tifosi locali inferociti. A volte per queste trasferte utilizzavamo il pullmino della premiata lavanderia “La Modenese”, dove lavoravano i genitori degli amici Silvio e Claudia (che oggi è mia collega a scuola!). Una volta con Silvio siamo andati fino a Cantù a vedere una partita della Forst, ma prima ci siamo recati in pellegrinaggio a fotografare in mezzo a un nebbione pazzesco il cartello del paesino di Figino Serenza, favoloso luogo di nascita di Marzorati.


Ma il ricordo più bello di quei tempi è la partita scudetto tra Forst e Ignis che andammo a vedere nel maggio 1975 a Cantù. Ricordo che si viaggiò con la mia mitica NSU Prinz 600 rossa fiammante, memorabile automobilina che gli amici deridevano senza pietà: si diceva che avesse la forma di una vasca da bagno, per cui mi chiedevano se c’erano l’acqua calda e la doccia. Sì, ma non si guastava mai, infatti a 18 anni ci siamo andati in 4 a fare una gita di un mese nei paesi dell’est, percorrendo qualcosa come 5000 chilometri (rigorosamente a 70 all’ora, però). Non so come ci fossimo procurati i biglietti: c’erano il solito Silvio, mia sorella (che si era perdutamente innamorata di Ciccio Della Fiori), la mia ragazza di allora e i nostri due cuginetti monzesi (ora sono avvocati!), che, presi per i piedi, furono calati sopra la panchina della Forst dove fu vergato per loro il sospirato autografo di Marzorati. Dopo un certo equilibrio iniziale, la Forst prese il largo e il secondo tempo fu –come si suol dire- una cavalcata verso la gloria. A qualche minuto dalla fine, con Marzorati che saltava come birilli tutti gli avversari che vanamente cercavano di fermarlo, il leggendario trombettiere di Cantù intonò la marcia trionfale dell’Aida, ed i tricolori spuntarono dalle tasche dei tifosi canturini (e dalle nostre). Tripudio ed invasione finale, insomma un’emozione che non mi scorderò mai. E non mi scorderò nemmeno il carosello finale in macchina  tra il palazzetto e il paese (due chilometri): fra tante macchine targate Como c’era anche la nostra fiammante NSU Prinz targata PI 160068, dal cui finestrino sventolava il poster di Marzorati. Bei tempi!

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19/5/2013 - 14:35

AUTORE:
lia

non mi fate piangere! Ma Ciccio ora sarà nonno? ci si potrebbe informare, perché mi piacerebbe avere una sua fotografia con i nipoti.