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Ognuno di noi sa che non siamo messi bene come Paese, ma alcuni episodi recenti fanno pensare di essere messi ancora peggio di quanto possiamo immaginare. Sorvolo soltanto sulla brutta figura della Nazionale di calcio e sui comportamenti dei principali responsabili di tale storica disfatta. Giampiero Ventura che ha dimostrato di essere molto più interessato ai soldi che alla faccia e alla dignità e Tavecchio...

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. . . . . . . . . . . . c'è chi fa il nullatenente .....
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Solo .....
LA FOTO
La ragazza che corre

7/10/2013 - 22:51


Circa venti anni fa, per la precisione il 30 settembre 1993, la capitale bosniaca era nel pieno del lungo e sanguinoso assedio che segnò il culmine della guerra tra le comunità che componevano la ex Jugoslavia. Un giorno di bombardamenti, come ogni giorno. Gente che corre sotto il tiro dei cecchini, come ogni giorno. E una giovane che incrocia l'obiettivo di un fotografo italiano.

 

Ecco il suo racconto
Sarajevo, 30 settembre 1993. La capitale della Bosnia Erzegovina è assediata da 17 mesi. Le truppe nazionaliste serbo-bosniache la circondano dal 6 aprile 1992. Sarà l'assedio più lungo della storia moderna. Da ottobre dello stesso anno, il fronte dei croati e musulmani bosniaci (che il 1 marzo del 1992 avevano vinto insieme il referendum per l'indipendenza della Bosnia da quello che rimaneva della Jugoslavia) si rompe e inizia una guerra spietata tra ex-alleati. Il 1993 è l'apice di questo scontro, mentre i serbo-bosniaci, che hanno conquistato già nei primi mesi di guerra il grosso del territorio, sembrano fermi a tenere le posizioni. Due giornalisti sono lì, a raccontare l'assedio e quello che c'è intorno, inviati del quotidiano "il manifesto". Edoardo Giammarughi e Mario Boccia, l'autore della foto della "ragazza che corre"..

 

di MARIO BOCCIA

 

Seduti fuori un piccolo bar, in via Radojka Lakic (partigiana nata nel 1917 e fucilata nel 1941) io e Edoardo aspettiamo il caffè. Qui, in piena guerra, ho gustato il miglior Nescafè della mia vita, preparato con cura maniacale, con lo zucchero sbattuto a mano, per mascherarlo da espresso con la crema.

Per noi giornalisti, costa tre marchi tedeschi. Troppi, ma ben spesi.

 

Una giornata di lavoro sta per finire. La tregua sulla città regge. Dalle loro postazioni sulle montagne, i militari serbi non stanno sparando. La guerra sembra lontana anche se, a pochi chilometri da qui, gli ex-alleati croati e musulmani si combattono aspramente. Mostar est è allo stremo, assediata da soldati che pregano a Medjugorje. La pulizia etnica è spietata e reciproca ovunque. Nemmeno i villaggi più sperduti sono risparmiati. Perfino Pocitelj, sulla strada che costeggia la Neretva verso il mare, è rasa al suolo. Era il villaggio degli artisti e dei pittori. Hanno piantato una croce bianca alta cinque metri davanti alla moschea bruciata. Per intimidire, non per pregare.

 

L'arrivo del caffè coincide con un sibilo agghiacciante sopra di noi, seguito da un'esplosione che fa male. Prendo le macchine fotografiche e corro dov'è caduta la granata, in via Maresciallo Tito.

Un altro sibilo mi paralizza le gambe. Sento vibrare il muro sul quale mi sono appiattito. Il secondo colpo ha colpito l'altro lato dell'edificio. Mi affaccio dall'angolo: la strada è deserta. Metto il ventotto e misuro la luce, piatta e senza ombre. Mi avvicino, ma un muro scheggiato e un po' di calcinacci non significano niente. La foto non c'è. Penso ai feriti che ho visto. Non ai morti, ma alle urla dei feriti leggeri, con le schegge in corpo e le ossa fratturate.

 

Un uomo grida di mettermi al riparo. Vicino la "vjecna vatra" (la fiamma eterna di Sarajevo che dal 6 aprile 1946, anniversario della liberazione, ricorda i caduti nella guerra contro i nazisti), sull'altro lato della strada, c'è un androne. Una decina di persone sono lì dentro, strette in silenzio. "Rimani qui", dice. Occhi che mi guardano, espressioni tese di gente dignitosa. Questa è la foto.

 

Stringo la macchina, l'obiettivo è giusto, ma esito.

Un'altra esplosione. Scappo fuori, senza avere avuto la forza di scattare. Lo rimpiango. Non ho retto quegli sguardi. Mi sentivo un estraneo. Privilegiato e giudicato per aver scelto di essere lì (forse sono arrossito). Almeno ora sono sotto tiro, come gli altri. Guardo quello che succede attraverso una lente. La macchina è uno scudo che protegge e tiene a distanza.

 

Un altro sibilo, meno forte, l'esplosione tarda (un paio di secondi?), è più lontana. Vedo movimento verso il mercato. Mi avvicino, monto il duecento, seleziono un tempo veloce, controllo la luce.

Una ragazza mi corre incontro. Inquadro, scatto e maledico di non avere impostato il motore sullo scatto continuo (per non sprecare pellicola). Troppo tardi, ormai mi è addosso e mi supera, ignorandomi. E' finita. Scatto ancora. Una coppia che corre, una donna dall'altro lato della strada, ma tutto sembra di meno. Ho in testa lo sguardo della ragazza che corre.

 

Quella ragazza non correva per paura, ma per rabbia. Essere entrambi sotto tiro non ci mette sullo stesso piano. La sua rabbia la posso intuire, ma non condividere. Lei è a casa sua e stanno sparando sulla sua città, le sue abitudini, la sua vita. Io sono un ospite volontario (e retribuito). Parte della sua rabbia deve essere anche per me, che ho rubato l'intimità di quella corsa.

 

Che ci faccio qui? "Dovere di cronaca", certo, ma ripeterselo non è sufficiente. Lo stomaco si contrae di nuovo per un'esplosione più vicina, e i pensieri spariscono. Passano alcuni minuti.

Ora c'è silenzio. Penso che uno scatto buono forse l'ho fatto. Non ho mai smesso di camminare, di guardarmi intorno. Non ho visto feriti, per fortuna. Mi sono sempre sentito uno sciacallo, dopo quelle foto. Torno verso il bar. I caffè sono ancora sul tavolo. Edoardo mi chiama urlando e insultandomi. Per sdrammatizzare, faccio un piccolo coup de théâtre: prima di entrare prendo i piattini con le tazzine piene. Voglio dire che va tutto bene con un gesto. Anche nel bar è pieno di gente, come nell'androne. Entro e le mani iniziano a tremare forte, non posso farci niente. Il caffè, ormai freddo, schizza fuori. Tutti ridono. Almeno è servito a questo.

 

Edo mi abbraccia (sento ancora quella stretta). Una ragazza con un occhio bendato mi offre una grappa. Si chiama Amra. Sorride. Poi saprò che il padre le è morto davanti pochi mesi fa, proteggendola con il corpo, quando una granata esplose mentre uscivano di casa.
Le targhe stradali, color rosso bruno, raccontano storie di resistenza e inclusione. Non potrebbe essere altrimenti. Siamo a Sarajevo.
 

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