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La ricostruzione e il racconto con tanti ricordi, la rivolta dell'acqua questa volta non portatrice di vita ma di morte. Il pianto di una Nazione e..."al posto del campanile una scala a chiocciola", quella di Giovanni Michelucci.
 

La verità fa male a chi si nasconde.
Poi, forse, .....
Scrive il sig. Francesco T:
Sa benissimo anche lei .....
Sarei curioso di sapere dove ha vissuto, lei, con .....
. . . abitante sempre a MdA.
La sig. ra. Lucia ebbe .....
Incontrati per caso
di Valdo Mori
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"Io lo vedo così"
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Libri ed altro.
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Incontrati per caso
di Valdo Mori
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  • AD ACCOGLIERE GLI STUDENTI DELLE SCUOLE DI CALCI MOLTI SPAZI, AULE E GIARDINI RINNOVATI

      Suona la campanella

    Mancano tre giorni all’inizio della scuola e lunedì prossimo la campanella suonerà per i tanti alunni calcesani che potranno contare su aule, spazi comuni e giardini rinnovati e più sicuri...


Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce,
sdilenca un poco e gnagio s'archipatta.
È .....
Vendo FB FB johnson 5CV buone condizioni, bicilindrico, 2 tempi, gambo corto, elica 3 pale, anni 90, marcia avanti e indietro, serbatoio esterno .....
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Migliarino e le "belve"

8/1/2015 - 23:48




Poche pagine tratte da "Memorie toscane" di Augusto Gotti Lega, classe 1904, scritte nel 1971, otto anni prima della morte.

[...] Un giorno ero al Fascio e doveva essere organizzato un comizio a Migliarino, paesetto  vicino a Pisa, dove i Salviati hanno la loro grande villa e la celebre pineta. Si doveva anche fondare la sezione.  

Sandro Garosi, uno dei più tremendi squadristi che aveva però nel volto e negli atteggiamenti i segni inconfondibili del pazzoide più che del coraggioso, morto pochi anni fa sotto altro nome dopo essere scappato dal carcere durante la guerra, avrebbe capeggiata la manifestazione perché era lui che si occupava dei Fasci della Valle del Serchio dove era già paurosamente celebre. Buffarini, buon oratore, uno dei cervelli del Fascio, avrebbe fatto un discorso in una sala che era stata messa a nostra disposizione da un simpatizzante.
Il Garosi disse a Buffarini che al termine del discorso, avanti di ricevere le adesioni e consegnare le tessere, avrebbe tirato fuori la sua inseparabile pistola, con la quale colpiva un soldone a dieci metri, e sparato una dozzina di colpi appena sopra le teste degli intervenuti. Alla fine della sparatoria coloro che fossero rimasti nella sala sarebbero stati iscritti al Fascio avendo dimostrato coraggio. I fuggitivi, per punizione della loro codardia, sarebbero stati presi a sculaccioni dai fascisti portati da Pisa.
Il Buffarini guardava esterrefatto il Garosi mentre questi gli faceva pomposamente la descrizione della cerimonia, ma era difficile e anche pericoloso contraddirlo perché la sua violenza non aveva limiti e poteva scagliarsi anche contro un camerata che gli desse torto. Osservò che la procedura non gli sembrava la più adatta per fondare un Fascio, ma il Garosi insisté con veemenza e l’altro dovette rassegnarsi, fatto non inusitato perché c’era un gruppo di squadristi dalla cui ira ci si poteva spettare tutto. Il Buffarini implorò il Garosi di essere almeno molto cauto e attento nella sparatoria.
Siccome bisognava portare un pacco di manifesti a Migliarino per affiggerli ai muri con l’invito per la conferenza e io ero in quel momento l’unico presente in quelle stanze, fui incaricato di portare il pacco la mattina dopo, affiggere i manifesti e tornare l’indomani per aspettare il camion da Pisa che sarebbe arrivato con l’oratore, Garosi e qualche squadrista incaricato di dare la lezione a coloro che fossero scappati durante la preordinata sparatoria.
Fiero dell’incarico, per due giorni saltai la scuola, facevo il secondo anno di liceo, e me ne andai in bicicletta a Migliarino col pacco dei manifesti legato dietro al sellino. Ero aspettato in un bar dove trovai un ragazzo con secchio, colla e pennello e insieme attaccammo i manifesti. Mi guardavano già un po’ smarriti, perché la fama sanguinaria del Garosi aveva già sfavorevolmente impressionato le popolazioni di quei paesi. Il giorno dopo tornai di buon’ora, sistemai con quel ragazzo e con qualche altro sopraggiunto la sala ed aspettai. Il camion arrivò. Ne scesero il Buffarini, il Garosi e una mezza dozzina di squadristi di secondo bando, del mio tipo, ossia giovanissimi che avevano portato un gagliardetto e che cantavano le solite canzoni degli arditi  “Mamma non piangere se c’è l’avanzata, tuo figlio è forte, paura non ha, asciuga il pianto della fidanzata. Si va all’assalto si vince o si muor “ o  “ All’armi siam fascisti, terror dei comunisti... » ed altri ancora.
C’era una discreta folla radunata davanti e dentro la sala dove Buffarini avrebbe tenuto il suo discorso. Garosi era pallidissimo, cosi grande, magro, col naso aquilino e le stigmate della libidine, e infatti per libidine doveva rovinarsi.
Io come attacchino e primo fascista arrivato nel paese mi sentivo investito di un’alta funzione e mi accompagnai ai due, ponendomi al lato del tavolo, dietro all’oratore. Gli squadristi venuti sul camion si sistemarono ai due ingressi per controllare i fuggiaschi. Alla fine del discorso, come aveva preannunciato, il Garosi impugnò la pistola e cominciò a sparare. Sparava veramente sulle teste degli intervenuti. Con tre revolverate mandò in frantumi le lampade che stavano in mezzo alla sala che si vuotò immediatamente, poi ricaricata l’arma con straordinaria velocita, continuava a sparare ai piedi dei fuggiaschi. Ci guardammo. Eravamo rimasti soli: soli noi tre che stavamo dietro l’arma del pazzo. Erano scappati tutti, compresi gli squadristi portati da Pisa e che travolti e impauriti, avevano tagliato la corda anche loro.
Nel silenzio che seguì gli spari, spente le urla e caduto il frastuono, Buffarini disse: “Te lo avevo detto che non era questo il sistema migliore per fondare un Fascio. Guarda!“ e mostrò la sala vuota. Il Garosi livido, con gli occhi iniettati di sangue, disse tra i denti: “Anche i nostri se ne sono andati. Ora vado fuori e gli metto sei pallottole nel culo“. “Per carità” imploro il Buffarini che cercava sempre di ridurre la violenza, “per carità” ripeté abbracciando il Garosi quasi alle gambe, lui piccolo e l’altro cosi grande “ ti scongiuro”.

Tornammo a Pisa di notte, soli, sul camioncino. Gli squadristi se ne erano andati per conto loro.
Fu in quel periodo che il Garosi, alla guida di un cavallo su un barroccino, lui appassionatissimo di redini lunghe, sentì  la tromba di un’automobile che gli chiedeva di passare nella stretta strada che da Pisa, attraverso le Prata, conduce a Vecchiano dove il Garosi, mi pare, faceva il farmacista. L’automobilista seguitava a strombettare e il Garosi a trottare in mezzo alla strada per cui era impossibile un sorpasso. Finalmente fermò il cavallo, consegnò le redini a quello che gli stava accanto e scese dirigendosi verso l’automobilista che, come raccontò, quando lo ebbe riconosciuto, alzò le mani dopo essersi fatto il segno della croce. Il Garosi riconosciutolo per un antifascista noto, gli ingiunse di seguirlo con l’automobile per tutta la giornata fino a quando non gli avesse fatto segno di passare e che badasse bene di non andare per un’altra strada perché sarebbe stata l’ultima a percorrere da vivo. Rimontò sul barroccino, mise il cavallo a passo e ce lo tenne per delle ore passando per i vari paesi che vedevano lo strano corteo di un cavallo seguito da un’automobile rombante quanto  impotente.
Ai fatti tragici e al sangue  si accompagnavano, talvolta, le farse. Un giorno fu richiesto al Fascio un intervento in un paese deve un comunista doveva tenere un comizio. Due fra i più ardimentosi e mi sembra fossero il Costi e il Malmusi si offrirono e dissero che preferivano di andare soli in motocicletta per evitare lo spiegamento di forze necessarie per una spedizione punitiva. Arrivarono nel paese. Salirono sul palco dove l’oratore stava per cominciare. Davanti a un paio di centinaia di persone attonite gli buttarono giù i  pantaloni, stapparono la bandiera rossa che era sul palco e fattane una striscia lunga gliel’annodarono al membro girandogli intorno ai testicoli e ingiungendogli di tenerla cosi per una settimana che sarebbero tornati per controllare. La verità è che, sì, erano spericolati i due, ma ormai, agli albori del ventidue, il comunismo in Italia era quasi debellato. I fascisti avevano preso il sopravvento ed erano padroni   della piazza.[...]


Sandro Carosi, da Gotti Lega chiamato sempre Garosi, si presenta così: «Tenente Carosi, undici omicidi, venti ferimenti»

Fonte: la foto è della mia collezione, ma non ha riferimento al testo. Non ho inserito quella di squadristi paesani per rispetto ai familiari
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9/1/2015 - 22:17

AUTORE:
aggiunta u.m.

Vecchiano (Pisa), 28 ottobre 1923 - “Sandro Carosi, undici omicidi”. Si presenta cosi il sindaco di Vecchiano, un farmacista che aderisce ai Fasci di combattimento, uno che parla dei propri assassini politici come fossero trofei di caccia. Lo conoscono in molti in quella zona della Toscana, perché insieme ad altri suoi pari compie raid punitivi nei confronti di socialisti o di chiunque dia adito a sospetti di antifascismo. Entra un giorno in un’osteria di Filettole, armato di tutto punto, e vi trova due camerati di Cascina, anche loro con rivoltella e pugnale infilati nella cintura. Come di consueto, Carosi inizia a parlare con loro, si scambiano aneddoti sulle loro avventure, elencano le scorribande. Mentre chiacchiera, il sindaco gioca con la sua Mauser, ne fa girare il tamburo e tiene d’occhio gli avventori, per la maggior parte operai e contadini, che in silenzio giocano a carte, la testa bassa. A un tratto punta il dito contro uno di loro, gli ordina di alzarsi in piedi e mettersi contro il muro. Quello obbedisce, atterrito, non accenna a ribellarsi neppure quando il fascista prende una mela da una credenza e gliela mette in equilibrio sulla testa. Poi si piazza al capo opposto della sala e impugna la fedele rivoltella. Con i camerati discorreva su chi avesse la mira migliore, e Carosi decide di passare a una dimostrazione pratica. Fa fuoco e Pietro Pardi, giovane bracciante di Filettole, crolla in terra, colpito in piena fronte. Nessuno avrà il coraggio di accusare o testimoniare contro il fascista.

Il giorno dopo, sulle pagine di un quotidiano locale, si legge un breve resoconto dell’accaduto dal titolo: “Uno sfortunato Guglielmo Tell”.

sapevo di uno scritto dell'amico PG su questo individuo, ma pensavo di portare qualche elemento nuovo alla triste fine dei nostri compaesani uccisi.
Una cosa non detta, credo inedita, è la storia del ritrovamento, un bel po' di tempo fa a Castellina Marittima, del corpo del farmacista del paese che si chiamava Filippo Filippi, trasferitosi da Roma in Toscana, che aveva fra le sue cose, ben nascosto, documenti e tutto un incartamento prezioso per farlo risalire alla sostituzione del vero farmacista Filippo Filippi morto a Roma anni prima e dove Alessandro Carosi, la bestia, aveva lavorato da apprendista dopo l'evasione dal carcere.

9/1/2015 - 14:08

AUTORE:
Da "Le Parole di Ieri"

CAROSI
Questo non è un vocabolo ma un nome. Un nome però molto discusso, conosciuto e molto temuto, tanto da diventare, nella popolazione delle nostre zone, un sinonimo di perfidia, di malvagità, e di prepotenza fascista.
Alessandro Carosi (Garosi, con la G, lo ricordano molti) fu eletto sindaco di Vecchiano l’8 febbraio del 1923, in pieno regime fascista, e di questo regime incarnò tutti gli aspetti più antidemocratici, prevaricatori e violenti. I tempi erano bui, la gente viveva nel terrore e nei soprusi, chi si opponeva al regime era costantemente minacciato e aggredito, la stessa vita era facilmente messa in pericolo, la giustizia praticamente assente o fortemente condizionata.
Alcuni elementi, che in qualche caso possiamo tranquillamente definire criminali, potevano spadroneggiare indisturbati e l’atmosfera che aleggiava nei paesi era di oppressione e paura.
Non rari erano anche gli omicidi politici: nei primi mesi del 1924 alla Fiaschetteria Splendor venne ucciso a pistolettate il vecchianese Giovan Battista Barsuglia, ad opera di Amos Palla, segretario del fascio di Pontasserchio.
In quell’atmosfera cupa il Carosi fu una prima volta sospeso dalle funzioni di Sindaco perché accusato di tentato omicidio, nell’agosto del ’23, ma poi amnistiato per Regio Decreto il 31 ottobre dello stesso anno. Nuovamente il 18 aprile del 1924 fu rimosso dalla carica di Sindaco (per la durata di tre anni) in quanto in stato di arresto per l’omicidio di Ugo Rindi, di professione tipografo.
Assieme al Carosi furono arrestati: Filippo Morghen avvocato, Adami console della milizia, Biscioni deputato provinciale fascista, Antonio Sanguigni segretario del fascio di Avane, Ovidio Chelini segretario del fascio di Nodica, quest’ultimo non per aver partecipato all’omicidio di Ugo Rindi ma perché, durante una scorribanda notturna, aveva sparato a bruciapelo una revolverata all’ex consigliere comunale socialista di Vecchiano, Alfredo Lusci Gemignani.
L’attività criminale del Carosi sembra così conclusa ma agli atti risulta che il 28 ottobre
dell’anno successivo, 1925, il Consiglio Comunale di Vecchiano, riunito in seduta straordinaria, porge nuovamente il benvenuto all’ex sindaco, e così si esprime:
”Il Consiglio Comunale di Vecchiano porge il suo saluto deferente al Tenente Alessandro Carosi vittima del bieco odio degli avversari, restituito dalla giustizia italiana alla vita del grande Partito Fascista, ed all’attività dell’Amministrazione Comunale di Vecchiano”.
Oltre alla partecipazione all’omicidio del Rindi il Carosi fu accusato anche dell’uccisione del
filettolino Pietro Pardi. Esistono versioni diverse di questo omicidio. Una racconta che per mostrare la sua abilità con la rivoltella ponesse una mela sulla testa dell’antifascista Pardi che fu colpito in pieno alla fronte, un’altra che durante un corteo di fascisti il Pardi non abbia tolto il cappello per volontà o per disattenzione, e il Carosi lo abbia freddato senza complimenti, con un colpo a bruciapelo. L’ultimo delitto attribuito al Carosi a Vecchiano fu l’omicidio della propria amante, pare uccisa, tagliata a pezzi e messa in due valige per farla sparire.
Per capire la caratura delinquenziale di questo personaggio basta ricordare che quando era in pubblico si presentava dicendo: “Tenente Sandro Carosi, undici omicidi, venti ferimenti”!
Ci sono notizie della sua morte non molti anni or sono, a Roma, dove viveva facendo il farmacista e facendosi chiamare Carosio, rimane però il suo ricordo nei vecchi della zona, un ricordo indelebile di prepotenze, soprusi, paure, di un’epoca mai sufficientemente condannata, quando la semplice appartenenza, una semplice divisa, rendeva possibile ogni tipo di abuso.