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In questo nuovo articolo di Franco Gabbani viene trattato un argomento basilare per la società dell'epoca, la crescita culturale della popolazione e dei lavoratori, destinati nella stragrande maggioranza ad un completo analfabetismo, e, anzi, il progresso culturale, peraltro ancora a livelli infinitesimali, era totalmente avversato dalle classi governanti e abbienti, per le quali la popolazione delle campagne era destinata esclusivamente ai lavori agricoli, ed inoltre la cultura era vista come strumento rivoluzionario. 

. . . altrimenti in Italia tutto il potere centrale .....
Sei fuori tema. Ma sappiamo per chi parli. . .
. . . non so se sono in tema; ma però partito vuol .....
Quelle sono opinioni contrastanti, il sale della democrazia, .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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IMMAGINA San Giuliano Terme
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di Umberto Mosso
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di Riccardo Maini (vedi risposta al sig. Bertelli)
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Comunicato congiunto FdI, Lega, FI.
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“Interrogazione del consigliere provinciale Roberto Sbragia”
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Ripafratta, 25 maggio
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di Fabiano Corsini
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Prato
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Dal 17 al 19 Maggio ore 10.00 - 20.00
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Forum Innovazione di Italia Economy" II EDIZIONE
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Nei tuoi occhi languidi
profondi, lucenti
piccolo mio
inestimabile tesoro
vedo il futuro
il tuo
il presente
quello del tuo babbo
il passato
quello .....
Nel paese di Pontasserchio la circolazione è definita "centro abitato", quindi ci sono i 50km/ h max

Da dopo la Conad ci sono ancora i 50km/ h fino .....
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BUCATO e RANNATA

6/5/2017 - 7:57


Intorno alla casa del contadino apparivano, ogni 10-15 giorni, secondo la consistenza numerica della famiglia o dell’impegno della stagione, lunghissime file di panni stesi al sole, appesi a fili di ferro tesi fra il fico e la casa, fra il fienile e il pozzo o fra la stalla delle vacche e lo stollo del pagliaio.
Era la giornata del bucato, quando si lavavano mutandoni di lana e lenzuoli di lino, camicie e fazzoletti, asciugamani e, se c'erano giovani donne in casa, una lunga serie di rettangolini di stoffa ruvida e bianca.
Teli e gambali a capallingiù erano tenuti su, lontani dalla polvere e dagli schizzi di mota, da forcelloni di legno e tutta l'aia sembrava una gran fiera del bianco o la tolda di una vecchia nave rimessa a nuovo col gran pavese innalzato in onore della massaia.
Noi bambini si giocava a rimpiattino fra le fila dei teli, correndo a braccia tese, alla cieca, sapendo, ma facendo finta di non sapere, cosa ci fosse dietro quel muro bianco, godendo dei freschi schiaffi delle maniche di camicia non ancora asciutte, suscitando le ire della massaia che ci urlava di avere le mani sporche e di lasciare segni sulle lenzuola:
"O vituperi, tanto c'è questa scema che lava e poi 'un costa nulla fa 'r
buato!"
La preparazione della lavatura era più laboriosa del lavaggio stesso ed impegnava anche gli uomini.
Il ranno, quell'acqua grigia e scivolosa, dove andavano a morire affogate e attirate da un odore di nonsoché decine di mosche vespe e anche qualche lucertolina, era preparato il giorno precedente il bucato.
In un grande recipiente di lamiera zincata, annerito da vecchi fumi, veniva fatta bollire dell'acqua su un grande fuoco di legna alimentato con tutto quello che andava distrutto, ma non gettato.
Era compito nostro cercare canne secche, potatura di frutti, di vite, scorci di paletti, tutto nel fuoco.
"Attenti a 'un bruciavvi le mano o i pantaloni che è peggio, e non ruzzate con gli stecchi che è perioloso!"
Invece come era ganzo prendere i bastoncini che avevano un'estremità ardente e che, ruotata e mossa velocemente, disegnava nell'aria fantastici cerchi, sempre diverse ondulazioni rosse che combattevano con l'aria mangiandone prima abbastanza per vivere e poi troppa per morire.
In una grande conca di cotto, rialzata da terra con tre o quattro mattoni, con un pezzetto di canna a mo’ di zipolo infilata nel foro laterale sul fondo, con un cencetto come guarnizione e uno arrotolato per chiusura, venivano ammassati i panni da lavare con piccoli pezzetti di sapone di Marsiglia.
Sulla conca veniva appoggiato un telo (il migliore era quello fatto aprendo una balla vuota di zucchero che pero era molto difficile farsi dare dalla bottega), molto lente, che facesse sacca che andava poi riempita di cenere di legna.
L'acqua bollente, presa dalla tinozza, veniva versata sulla cenere, lentamente, secchio dopo secchio, e la colatura dal panno era la rannata, ottimo detersivo ricco di sostanze alcaline, che avrebbe sciolto qualsiasi macchia. Vennero poi in circolazione dei recipienti stagnati, stretti e alti, con il coperchio forato come un colino e con un imbuto rovesciato messo dal sopra e che sostituirono le conche di cotto, facilmente deteriorabili, pesanti e fragili.
Questi recipienti, una volta riempiti di panni, ranno e sapone, facevano tutto loro e furono chiamati massaie, come le donne che li usavano. Così ogni massaia ebbe la sua brava massaia.
Quando l'acqua cosi ottenuta era ancora calda, scivolosetta e dal profumo strano, allora era il momento anche di lavarsi i capelli, anche quelli come il bucato: ogni 10/15 giorni.
Altre volte la rannata, quella senza sapone, veniva usata, aggiunta a calce viva, per ammollare le olive colte verdi, per mantenerle poi sotto acqua e sale per tutto l'inverno.
Le olive così fatte erano dette indolcite, ma non perché avessero preso, con questa preparazione, un sapore dolce, era solo la loro consistenza che si era fatta più tenera.
Questa era una preparazione veloce per ottenere un ottimo cibo, poco caro, molto calorico e facilmente trasportabile.
Una giornata nei campi con una cipolla, una giumella di olive sotto ranno e un cantuccio di pane posato e cosa volevi di più, il desserte?.
 
 

 

 
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