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La ricostruzione e il racconto con tanti ricordi, la rivolta dell'acqua questa volta non portatrice di vita ma di morte. Il pianto di una Nazione e..."al posto del campanile una scala a chiocciola", quella di Giovanni Michelucci.
 

Officine di Comunità
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. . . 'n'antropopò vai. . . . !
A parte che Berlusconi disse " coglioni ", di certo .....
. . . . . . . . . . una costante nei millenni . . .....
Ma come si permette!
Crede di essere superiore a Silvio .....
Cosa fare per evitare i fastidi causati dall'acaro autunnale
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Incontrati per caso
di Valdo Mori
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"Io lo vedo così"
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Libri ed altro.
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  • AD ACCOGLIERE GLI STUDENTI DELLE SCUOLE DI CALCI MOLTI SPAZI, AULE E GIARDINI RINNOVATI

      Suona la campanella

    Mancano tre giorni all’inizio della scuola e lunedì prossimo la campanella suonerà per i tanti alunni calcesani che potranno contare su aule, spazi comuni e giardini rinnovati e più sicuri...


Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce,
sdilenca un poco e gnagio s'archipatta.
È .....
Vendo FB FB johnson 5CV buone condizioni, bicilindrico, 2 tempi, gambo corto, elica 3 pale, anni 90, marcia avanti e indietro, serbatoio esterno .....
Le Parole di Ieri
Da Varini a Verchione

3/8/2018 - 10:26



VARINI
Lett: nc.
Derivato da quattrini (quattrino: [moneta di rame di quattro denari, fiorentina, terza parte del soldo, o grosso]).
La moneta fiorentina di maggior valore era il fiorino d’oro ma esistevano anche monete più piccole come appunto il soldo, il quattrino ed anche i piccioli, da cui l’italiano spiccioli per indicare monete di poco valore.
Varini indicava infatti i soldi, il denaro, i quattrini.
“Son senza varini”  : non ho soldi!
Riceviamo, e volentieri riportiamo, un detto dello zio della Novara:
“I varini spendili quando ‘un ce l’hai, ma quando ce l’hai tenne di ‘onto che son boni anche quando son secchi!
 
VECCHINA (LA)
La Vecchina era la marca di un surrogato del caffè che si usava quando il caffè non si trovava, o costava molto ed i soldi erano pochi.
Si rimediava allora usando un surrogato e producendo una bevanda scura somigliante molto al caffè, più come aspetto che come sapore. Si poteva mescolare con un po’ di caffè, se c’era, oppure usare anche da sola o mescolata al Frank, un altro surrogato molto utilizzato.
Si chiamava Vecchina perché sulla scatola c’era la silouette di una vecchierella, curva, con lunghe vesti. Il caffè si acquistava in grani e poi si riduceva in polvere per mezzo del macinino, un attrezzo con una piccolo manico alla sommità che faceva muovere due ruote dentate che si incrociavano triturando i neri chicchi tostati.


La produzione della bevanda avveniva con il bricco, un recipiente, di solito smaltato, dove veniva messa la polvere e l’acqua. Si faceva bollire e poi si aspettava che la polvere in sospensione si raccogliesse sul fondo. Esistevano anche vere macchine da caffè in cui l’acqua veniva fatta bollire con un piccolo fornello “a spirito” e l’acqua in ebollizione passava attraverso la polvere, come accade nelle macchinette moderne.
Un altro sistema di produzione era con la famosa “napoletana”, ancora in uso al giorno d’oggi, in cui il caffè viene posto in mezzo a due recipienti di identica capacità.
In quello inferiore si mette l’acqua, si pone sul fuoco e quando questa bolle si capovolge il tutto: l’acqua bollente per gravità filtra attraverso la polvere e si raccoglie nel recipiente sottostante.


La fabbrica della Vecchina era a Pontedera, ed era stata fondata da Luzio Crastan, un intraprendente imprenditore venuto dalla povera valle svizzera della Engadina.
Giunto in Italia presso connazionali in cerca di un lavoro, Luzio dimostra subito un notevole spirito imprenditoriale divenendo ben presto un facoltoso commerciante, proprietario di una catena di negozi. I suoi commerci lo conducono più tardi anche a Livorno, dove intraprende l’attività di armatore. Dopo un periodo iniziale di grande espansione l’affondamento di un veliero non assicurato ed alcune scelte probabilmente non felici comportano per l’imprenditore un periodo critico.
E’ in questo periodo che Luzio Crastan si trasferisce a Pontedera e fonda la fabbrica a cui mette il nome di “Figli di Luzio Crastan”, oggi “Crastan s.p.a.”


Alla sua morte i figli incrementano l’attività paterna creando anche una piccola succursale a Bientina dove il terreno sembra adatto alla coltivazione intensiva della cicoria.
Questa infatti è il prodotto base per la produzione dei surrogati e la sua coltivazione si rende necessaria per non dover dipendere totalmente dalla sua importazione dai mercati del Nord Europa.
Il prodotto è infatti una miscela di diverse piante, tra cui cui il malto e l’orzo, ma la base è la pianta della cicoria..


In quegli anni il caffè è ancora considerato un bene di lusso.
La sua comparsa in Italia è avvenuta per caso verso il 1600 nella città di Venezia, dove un medico padovano ne portò alcuni sacchi dimenticati dai turchi in ritirata da Vienna.
Il primato della nascita del caffè in Italia è comunque controverso ed anche Livorno ne vanta la primogenitura. La sua diffusione fu molto rapida anche se la Chiesa, per l’azione stimolante ed eccitante della bevanda, cercò di frenarne l’uso definendolo “bevanda del diavolo”.
Nel ‘700 il re Gustavo di Svezia contribuì involontariamente a provare la sua innocuità (di cui la medicina ufficiale non era certa, anzi alcuni dicevano fosse nocivo), condannando a morte due fratelli mediante somministrazione giornaliera della bevanda, morte che però non sopraggiunse mai, on grande soddisfazione dei due condannati.
  
Nel 1935, quando la Società delle Nazioni impose sanzioni economiche all’Italia il caffè entrò a far parte dei prodotti sostituiti o addirittura proibiti.

 

Il regime proibì l’albero di Natale perché “usanza esotica”; le donne, a cominciare dalla regina, furono invitate a donare alla patria l’anello nuziale (molte di queste fedi si troveranno nei bagagli dei gerarchi in fuga); il tè venne sostituito dal carcadè “prodotto dalla Somalia”, ed il caffè proibito perché “faceva male”:
se vuoi vivere quanto Noè
 bevi Vecchina e non caffè”.
 
VERCHIONE
Lett: nc.
Il verchione era la spranga della porta, non un piccolo chiavistello bensì una grossa e solida sbarra di ferro. Il termine accrescitivo garantiva la solidità della chiusura, la tenuta della serratura formata da un paletto di grosso calibro, tanto da utilizzarne il nome anche per l’organo genitale del somaro.
L’ho chiuso col verchione” indicava l’assoluta sicurezza e inviolabilità della chiusura.

FOTO. la Gigliola e le baracche in Bocca.

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